Come la sinistra può ripensare l'uguaglianza
La disuguaglianza : tema troppo spesso dimenticato dalla sinistra in occidente.
C’era una volta la Terza Via di Tony Blair e Anthony Giddens, quella
che aveva dismesso gli abiti logori del vecchio compromesso socialdemocratico e
ammiccava sbarazzina ai ceti emergenti della City londinese. Un progetto preso
a modello anche dalla nostra sinistra “riformista”, ai tempi del “primo ex
comunista a Palazzo Chigi” e dell’“Ulivo mondiale”.
Ora che i partiti socialisti sono da tempo passati all’opposizione in Francia,
Germania e Italia, ora che l’epopea del New Labour si è conclusa con una
sconfitta senza gloria, e soprattutto ora che i venti di una crisi senza
precedenti dalla seconda guerra mondiale continuano a spazzare il Vecchio
Continente minacciando fortemente la tenuta del “modello sociale europeo”, è
forse giunto il momento di delineare un bilancio politico di quella stagione.
Per farlo, e per farlo seriamente, è tuttavia necessario affrontare preliminarmente
alcuni nodi teorici. Due erano i presupposti dai quali traeva le mosse la
strategia del “riformismo” a cavallo del secolo. In primo luogo la centralità
riservata alla crescita economica, in virtù della quale si rendeva accettabile
anche un alto livello di disuguaglianza (postulato del trade off fra
crescita e uguaglianza): “La socialdemocrazia classica”, scriveva Giddens nel
suo celebre manifesto La
Terza Via, “concepiva la creazione di ricchezza come
quasi secondaria rispetto ai propri interessi fondamentali per la sicurezza
economica e la redistribuzione”.
Si trattava allora di puntare decisamente sulla crescita, tanto più che livelli
maggiori di disuguaglianza erano inevitabilmente portati con sé dal processo di
globalizzazione in corso. L’apertura internazionale dei mercati, accompagnata
al travolgente sviluppo dell’Information and Communication Technology,
implicava una crescita del divario retributivo fra lavoratori skilled
(capaci di cavalcare la rivoluzione tecnologica) e lavoratori unskilled (esposti
alla competizione di una considerevole massa di lavoratori non qualificati dei
paesi in via di sviluppo, patrie delle nuove manifatture dell’economia
globale).
Di fronte a tale quadro appariva chiara e obbligata - e qui veniamo al secondo
punto fondamentale del programma della Terza Via - la strategia sulla quale
puntare: “La linea guida”, scriveva ancora Giddens nel suo manifesto, “è
l’investimento nel capitale umano dovunque possibile, piuttosto che la
garanzia diretta del sostentamento economico. Al posto dello stato sociale
dovremmo mettere lo stato come investitore sociale”. Dotare di capitale
umano chi ne è meno dotato appariva la via maestra non solo per favorire lo
sviluppo economico ma anche per tenere “sotto controllo” livelli crescenti di
disuguaglianza.
Per fare chiarezza della debolezza teorica di molti di questi assunti possiamo
servirci di un prezioso volume appena pubblicato dall’Università Bocconi
Editore: Ricchi e poveri. L’Italia e le diseguaglianze (in)accettabili.
L’autore è Maurizio Franzini, docente di Politica economica dell’Università “La Sapienza” di Roma. In
questo libro Franzini ha soprattutto il merito di confrontarsi con la
traduzione italiana delle teorie appena esposte (sebbene il suo centro di
interesse non sia specificamente la Terza Via, ma più in generale i vari approcci
proposti dalla teoria economica contemporanea in merito al problema della
disuguaglianza).
Innanzitutto, spiega Franzini, le analisi più recenti dimostrano come non possa
darsi un legame sistematico e persistente fra crescita e disuguaglianza.
Certamente i singoli canali di cui si compone la crescita del reddito nazionale
possono essere influenzati dal livello della disuguaglianza, ma la modalità con
cui i diversi fenomeni si compongono non riescono a dare vita ad un esito
coerente e prevedibile (ad esempio l’alta disuguaglianza potrebbe avere un
impatto positivo sull’accumulazione di capitale fisico a causa del più elevato
tasso di risparmio che contraddistingue i percettori di redditi elevati, ma la
stessa alta disuguaglianza avrà probabilmente un’influenza negativa
sull’accumulazione di capitale umano: quali dei due effetti prevarrà?).
Vi è poi la confutazione del modello che spiega i crescenti differenziali
salariali con i premi più elevati corrisposti alla conoscenza e al capitale
umano: un modello, afferma Franzini, che rappresenta “una spiegazione piuttosto
tranquillizzante delle disuguaglianze”, perché le rende compatibili “con
l’idea, difficile da contestare, che il merito costituito dal possesso di
abilità debba essere adeguatamente compensato”. La realtà italiana è ben
diversa: qui ad esempio il differenziale retributivo dovuto all’istruzione è
nettamente inferiore a quello che prevale nella gran parte dei paesi avanzati,
nonostante la quota di laureati sulla forza lavoro sia inferiore (e si sa che
la legge della domanda e dell’offerta alla base di ogni economia di mercato
dovrebbe far salire il prezzo dei “beni scarsi”).
Le ragioni dell’alta disuguaglianza italiana (considerando i paesi dell’area
Ocse – alcuni dei quali relativamente poco sviluppati come Turchia e Messico –
solo cinque fanno peggio dell’Italia in base al coefficiente di Gini - la
misura sintetica più diffusa della disuguaglianza) sono da ricercarsi in altri
fattori molto meno accettabili dal punto di vista del valore sociale e del
merito; fattori che spaziano dalla forte compressione dei salari prodotta da
una quota sempre crescente di lavoratori precari e aticipi (spesso molto
qualificati ma debolissimi dal punto di vista della forza contrattuale) alla
crescente concentrazione di reddito nelle mani dei lavoratori super-ricchi (i
cui effetti distorsivi per l’intero sistema economico fanno ipotizzare che nel
fenomeno dei top incomes si nasconda “una nuova forma di fallimento del
mercato”).
Ecco perché le disuguaglianze italiane appaiono particolarmente “inaccettabili”
(alla necessità di distinguere non solo fra alta e bassa disuguaglianza, ma
anche fra disuguaglianza “accettabile” e “inaccettabile” viene dedicato un intero
capitolo).
E qui passiamo alla riflessione centrale dell’analisi di Franzini, che
costituisce anche il contributo più originale del libro. Il progetto di
trasformare l’economia in una hard science che prescinda completamente
dai giudizi di valore nell’elaborazione di analisi “oggettive” è alla base
dell’incapacità da parte degli economisti di parlare di disuguaglianza se non
in termini “strumentali”. La disuguaglianza è sempre esaminata in relazione
alla sua possibilità di favorire od ostacolare altri fenomeni come la crescita
o, per citare un filone più recente e non privo di interessanti spunti
analitici, la felicità. Ma, spiega Franzini, essendo inevitabile che questi
fenomeni risentano “anche di numerosi altri fattori”, la “correlazione tra la
disuguaglianza e il fenomeno oggetto di indagine diventa spuria” e si corre il
rischio di “rendere tali fattori decisivi nel giudizio che si esprime sulla
disuguaglianza”.
Occorre dunque ritornare a riflettere sull’uguaglianza/disuguaglianza in sé,
analizzando le ragioni per le quali una certa disuguaglianza potrebbe rivelarsi
accettabile e un altro tipo di disuguaglianza invece no (e naturalmente
mettendo in relazione queste analisi con gli “assetti reali” che caratterizzano
le diverse società, sia nella loro rappresentazione istantanea che nelle
modalità della loro riproduzione intergenerazionale; solo così sarà possibile
elaborare un progetto efficace di riforme).
Si potrebbe concludere con l’auspicio che anche la sinistra italiana ed europea
torni a cimentarsi con tali questioni. Ma l’auspicio potrebbe suonare fuori
luogo, come se si trattasse di dare maggior spazio ad un tema fin qui
trascurato: per definizione – infatti – non può esserci “sinistra” che non
faccia di questo argomento il problema principale delle proprie analisi e della
conseguente iniziativa politica. Senza questo non c’è una “sinistra
disattenta”: semplicemente, non c’è una “sinistra”. E allora qualsiasi auspicio
è nel contempo troppo e troppo poco.
www.micromega.net 30/05/2010

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