Come insegnare ai ragazzi il desiderio di nuovi mondi
Lo psicoanalista riflette sulla crisi del discorso educativo e sulla ridefinizione del docente: una figura che deve animare la curiosità
Il lavoro degli insegnanti è diventato oggi un lavoro di frontiera: supplire a
famiglie inesistenti o angosciate, rompere la tendenza all´isolamento e
all´adattamento inebetito di molti giovani, contrastare il mondo morto degli
oggetti tecnologici e il potere seduttivo della televisione, riabilitare
l´importanza della cultura relegata al rango di pura comparsa sulla scena del
mondo, riattivare le dimensioni dell´ascolto e della parola che sembrano
totalmente inesistenti, rianimare desideri, progetti, slanci, visioni in una
generazione cresciuta attraverso modelli identificatori iperedonisti,
conformistici o apaticamente pragmatici. Gli insegnanti consapevoli ce lo
dicono in tutti i modi: "Non ascoltano più!", "Non parlano
più!", "Non studiano più!", "Non desiderano più!".
Cosa può dunque tenere ancora vivo il motore del desiderio?
Non è forse questa la missione che unisce tutte le figure (a partire dai
genitori) impegnate nel discorso educativo? Mestiere impossibile decretava
Freud. Aggiungendo però a questa profezia pessimistica una buona notizia: i
migliori sono quelli che sono consapevoli di questa impossibilità, quelli che
non si prendono per davvero come padri o insegnanti educatori. I migliori sono
quelli che hanno contattato la loro insufficienza. Sono quelli che hanno preso
coscienza dell´impossibilità e del danno che provocherebbe porsi come gli
educatori migliori.
Proviamo ora a fare un esperimento mentale: chi sono gli insegnanti che non
abbiamo mai dimenticato? Sono quelli che hanno saputo incarnare un sapere, sono
quelli che ricordiamo non tanto per ciò che ci hanno insegnato ma per come ce
lo hanno insegnato. Ciò che conta nella formazione di un bambino o di un
giovane non è tanto il contenuto del sapere, ma la trasmissione dell´amore per
il sapere. Gli insegnanti che non abbiamo dimenticato sono quelli che ci hanno
insegnato che non si può sapere senza amore per il sapere. Sono quelli che sono
stati per noi uno "stile". I bravi insegnanti sono quelli che hanno
saputo fare esistere dei mondi nuovi con il loro stile. Sono quelli che non ci
hanno riempito le teste con un sapere già morto, ma quelli che vi hanno fatto
dei buchi. Sono quelli che hanno fatto nascere domande senza offrire risposte
già fatte. Il bravo insegnante non è solo colui che sa ma colui che, per usare
una bella immagine del padre sopravvissuto celebrato da Cormac McCarthy ne La
strada, "sa portare il fuoco". Portare il fuoco significa che un
insegnante non è qualcuno che istruisce, che riempie le teste di contenuti, ma
innanzitutto colui che sa portare e dare la parola, sa coltivare la possibilità
di stare insieme, sa fare esistere la cultura come possibilità della comunità,
sa valorizzare le differenze, la singolarità, animando la curiosità di ciascuno
senza però inseguire alcuna immagine di "allievo ideale", ma
esaltando piuttosto i difetti, persino i sintomi, di ciascuno dei suoi allievi,
uno per uno. È, insomma, come scrisse un grande pedagogista italiano quale fu
Riccardo Massa, qualcuno che "sa amare chi impara". Tutti ne abbiamo
conosciuto almeno uno. Questa è la vera prevenzione primaria che servirebbe ai
nostri figli: incontrarne almeno uno così. Dobbiamo, invece che ironici, essere
riconoscenti all´esercito civile di chi ha scelto di vivere nella Scuola, a
coloro che hanno autenticamente e appassionatamente scelto di amare chi impara.
Mi è capitato di voler continuare ad insegnare mentre venivo interrotto in aula
dagli studenti che protestavano per la Legge Gelmini.
Avevano ragione, ma ho insistito nel difendere le mie ragioni. La democrazia è
fatta di queste divergenze, di questi conflitti tra prese di posizione diverse
che possono convivere mantenendosi tali. Volevo proseguire nella lezione perché
un´ora di lezione non è un automatismo svuotato di senso, non è routine senza
desiderio come invece sembrava pensassero i miei interlocutori. Certo questo è
il morbo della Scuola, è la patologia propria del discorso dell´Università che
ricicla un sapere che tende anonimamente alla ripetizione annullando la
sorpresa, l´imprevisto, il non ancora sentito e il non ancora conosciuto. Il
vero nemico dell´insegnante è la tendenza al riciclo e alla riproduzione di un
sapere sempre uguale a se stesso. È lo spettro che sovrasta e può condizionare
mortalmente questo mestiere: adagiarsi sul già fatto, sul già detto, sul già
visto. Ridurre l´amore per il sapere a pura routine. A quel punto non c´è più
trasmissione di una conoscenza viva ma burocrazia intellettuale, parassitismo,
noia, plagio, conformismo. Un sapere di questo genere non può essere assimilato
senza generare un effetto di soffocamento, una vera e propria anoressia
intellettuale. Eppure la Scuola
continua ad essere fatta di ore di lezione che possono essere avventure,
esperienze intellettuali ed emotive profonde. Di fronte ai giovani che
protestavano ho voluto continuare ad insegnare e l´ho fatto per tutti i maestri
che mi hanno insegnato che un´ora di lezione può sempre aprire un mondo.
Il nostro tempo segnala una crisi senza precedenti del discorso educativo. Le
famiglie appaiono come turaccioli sulle onde di una società che ha smarrito il
significato virtuoso e paziente della formazione rimpiazzandolo con l´illusione
di carriere prive di sacrificio, rapide e, soprattutto, economicamente
gratificanti. Come può una famiglia dare senso alla rinuncia se tutto fuori dai
suoi confini sospinge verso il rifiuto di ogni forma di rinuncia? Per questa
ragione di fondo la Scuola
viene invocata dalle famiglie come un´istituzione "paterna" che può
separare i nostri figli dall´ipnosi telematica o televisiva in cui sono
immersi, dal torpore di un godimento "incestuoso", per risvegliarli
al mondo. Ma anche come una istituzione capace di preservare l´importanza dei
libri come oggetti irriducibili alle merci, come oggetti capaci di fare
esistere nuovi mondi.
Capissero almeno questo i suoi censori implacabili.
Capissero che sono innanzitutto i libri – i mondi che essi ci aprono – ad
ostacolare la via di quel godimento mortale che sospinge i nostri giovani verso
la dissipazione della vita (tossicomania, bulimia, anoressia, depressione,
violenza, alcoolismo, ecc). Lo sapeva bene Freud quando riteneva che solo la
cultura poteva difendere la
Civiltà dalla spinta alla distruzione. La Scuola contribuisce a fare
esistere il mondo perché un insegnamento, in particolare quello che accompagna
la crescita (la cosiddetta scuola dell´obbligo), non si misura certo dalla
somma nozionistica delle informazioni che dispensa, ma dalla sua capacità di
rendere disponibile la cultura come un nuovo mondo, come un altro mondo
rispetto a quello di cui si nutre il legame familiare. Quando questo mondo, il
nuovo mondo della cultura, non esiste o il suo accesso viene sbarrato, come
faceva notare il Pasolini luterano, c´è solo cultura senza mondo, dunque
cultura di morte, cultura della droga. Se tutto sospinge i nostri giovani verso
l´assenza di mondo, verso il ritiro autistico, verso la coltivazione di mondi
isolati (tecnologici, virtuali, sintomatici), la Scuola è ancora ciò che
salvaguarda l´umano, l´incontro, le relazioni, gli scambi, le amicizie, le
scoperte intellettuali. Un bravo insegnante non è forse quello che sa fare
esistere nuovi mondi?
(L´autore ha scritto "Cosa resta del padre?" per Raffaello Cortina)
Repubblica 29.4.11

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