Come finirà la saga dei debiti sovrani
Se non si salva la Grecia oggi, non ci sarà nessun trattato europeo da riscrivere domani.
La saga della crisi dei debiti degli Stati è entrata nella sua fase finale. Ecco qui riassunte l’ultima puntata e quelle precedenti. Alla fine, i possibili finali e una previsione: se oggi non si salva - ancora e sgradevolmente - la Grecia, non ci sarà nessuna Unione da rifondare su nuove basi.
LA FASE PIU' RECENTE DELLA SAGA DEI DEBITI SOVRANI
La fase più recente della saga è cominciata ancora una volta
con le notizie in arrivo dalla Grecia. Parlando con gli imprenditori
riuniti a Salonicco, il ministro della Finanze Evangelos Venizelos ha
annunciato che l’economia greca nel 2011 vedrà il proprio Pil ridursi per più
del 5 per cento. La recessione greca sarà cioè probabilmente ben più
aspra di quanto previsto (o sperato) dal governo greco e dalla troika composta
dalla Commissione europea, dalla Bce e dal Fondo monetario internazionale. Le
misure di austerità introdotte nel 2010 (aumento dell’Iva e tagli agli stipendi
dei lavoratori pubblici e alle pensioni) stanno producendo il risultato atteso
di ridurre la spesa pubblica. Ma assieme a questo effetto sta arrivando l’effetto
recessivo delle misure. Il guaio è che una recessione più severa si mangia
a catena le entrate fiscali e porta con sé nel baratro gli obiettivi di
riduzione del deficit concordati con la troika come condizione per continuare a
ricevere gli aiuti che danno ossigeno all’economia greca. E allora ecco
arrivare l’ennesima correzione: con i primi mesi del 2012, a essere spremuti
saranno questa volta i proprietari di casa, per quattro euro al metro quadro.
Ma se la recessione peggiora ci vorranno ancora più aiuti per evitare il
default del governo greco. Evento da non dare per scontato in presenza di
crescente insoddisfazione dell’elettorato tedesco e dei vincoli a ulteriori
decisioni che comportano oneri per il contribuente posti dalla Corte
costituzionale.
E se la crisi greca si avvita ancora una volta, ecco un’altra buona ragione per
l’ulteriore caduta dei valori di borsa delle banche francesi. Bnp
Paribas, Societé Generale e Credit Agricole hanno già perso circa il 50 per cento
del loro valore tra giugno e metà settembre 2011. I loro attivi sono ancora
troppo esposti nei confronti del debito pubblico greco. A seguire, sono
arrivate puntuali il declassamento del rating di due di esse da parte di
Moody’s assieme alla dichiarazione di supporto del governo francese nei
confronti delle tre banche e - possiamo scommetterci - con il solito grido di
“dalli all’untore” nei confronti delle società di rating. Fino alla prossima
volta.
LE PUNTATE PRECEDENTI
Con il procedere delle varie puntate della saga, la
sensazione che l’euro sia (o sia diventata) una coperta troppo corta è
divenuta palpabile. Con il senno di poi, oggi sembrerebbe facile concludere che
l’idea di fare un’unione monetaria - una grande unione monetaria - tra paesi
molto diversi, dotati di differenti istituzioni nazionali di supervisione
dell’attività bancaria, senza un solido meccanismo di aiuti di emergenza e
senza un insieme di regole fiscali più credibile di quello sancito nel Trattato
di Maastricht sia stata - diciamolo - un imprudente salto nel buio. Un esempio
dei danni che l’ottimismo della volontà può arrecare quando lo si fa prevalere
sul pessimismo della ragione.
Sull’altro lato dell’oceano Atlantico, peraltro, gli americani ci avevano
avvertiti che l’euro era uno strano animale. Ci avevano detto che non si era
mai vista un’unione monetaria tra paesi che mettevano l’autonomia politica
nazionale in cima alle loro agende politiche. Abbiamo pensato che avessero
paura di perdere il monopolio del dollaro come valuta di riserva nelle
transazioni internazionali, la fonte ultima di finanziamento del loro tenore di
vita. Comunque, per dieci anni, a dispetto dello scetticismo americano, l’euro
ci ha portato almeno un beneficio, molto evidente nella figura riportata sotto:
la riduzione e la convergenza dei tassi di interesse e un forte impulso
verso una maggiore disponibilità di credito in tutta Europa.

L’occasione è stata però largamente sprecata dai singoli
Stati: i governi si sono goduti il bonus del minor costo del debito e hanno
continuato a fare quello che facevano prima della corsa verso l’euro. Hanno
creduto che l’euro - quasi come la caduta del Muro di Berlino - fosse la “Fine
della Storia”. E invece era solo l’inizio, l’inizio di una nuova fase in cui
tra i paesi europei cominciava la gara delle riforme: senza lo strumento
del cambio solo chi fa le riforme necessarie a mantenere la competitività
riesce a vincere sui mercati europei e mondiali. L’euro ha quindi finito per
accrescere le differenze tra i paesi dell’Unione, tra quelli che stanno in
piedi con le loro gambe perché hanno fatto le riforme e quelli che non ce la
fanno perché non hanno adattato le loro istituzioni a una società invecchiata,
ma globale. I primi crescono in modo equilibrato, gli altri no: spagnoli,
irlandesi e greci sono cresciuti ma alimentando gravi squilibri, italiani e
portoghesi non sono cresciuti affatto.
A far scoppiare la bomba è stata la crisi finanziaria del 2008-09. La crisi - o
meglio le risposte alla crisi - hanno provocato un rapido peggioramento dei
conti pubblici anche nei paesi rigoristi dal punto di vista fiscale, il che
ha accresciuto l’attenzione dei contribuenti verso il “bang for the buck”,
verso i ritorni e i costi sociali della spesa pubblica. Fino a che la spesa
pubblica è inefficiente ma non provoca un insopportabile fardello fiscale,
spiegare a un tedesco che occorre salvare un paese come la Grecia per consentire che
l’unione monetaria continui a funzionare potrebbe non essere troppo difficile
per un buon politico (Helmut Kohl riuscì a far digerire ai suoi concittadini un
inverosimile cambio uno a uno tra il marco occidentale e quello orientale). Ma
le cose si complicano quando il debito pubblico aumenta rapidamente (dal 65 per
cento del Pil del 2007 all’84 per cento del 2011 in Germania). E così
l’opinione pubblica tedesca ha cominciato a pensare seriamente all’ipotesi di
sbarazzarsi dei “deficit sinner” – dei peccatori del deficit, a cominciare dai
greci ma per arrivare forse agli italiani – come ci hanno fatto capire le
dimissioni del banchiere centrale tedesco Jurgen Stark dal consiglio della Bce.
SALVARE LA GRECIA E RIFONDARE L’UNIONE
Il problema o la fortuna, a seconda dei punti di vista, è
che l’euro è una strada a senso unico. Chi ha provato a fare i conti del costo
del break up (lo hanno per ora fatto in modo un po’ sbrigativo tre
economisti di Ubs) ha tirato fuori numeri da capogiro come 6-8 mila euro per
ogni tedesco solo nel primo anno, il 15-20 per cento del Pil tedesco. Al di là
dei numeri precisi, conta la logica del ragionamento: già nella fase di
transizione verso la nuova situazione, si verificherebbero massicce fughe di
capitale verso la Germania
e gravi insolvenze nei paesi più deboli dell’area euro orfana della Germania,
con un drammatico apprezzamento del neo-marco rispetto all’euro. Implicazioni
più ovvie per i tedeschi? Almeno due: le aziende tedesche non esporterebbero
più frigoriferi e automobili nel resto dell’Europa e nel mondo e le banche
tedesche si troverebbero piene di titoli del debito denominati nella valuta
sbagliata (l’euro). Se dunque fosse la Germania a lasciare l’euro, ogni cittadino
tedesco si troverebbe a sborsare un sacco di soldi per ricapitalizzare il
sistema bancario e per salvare la
Miele e la
Volkswagen.
Che cosa rimane ai tedeschi e all’Europa allora? Rimane una strada
obbligata: quella di mettersi con pazienza e poco alla volta a rifondare
“alla tedesca” il funzionamento dell’Unione Europea, non solo quella
monetaria. Se riuscirà a ottenere da tutti i partecipanti all’Unione le riforme
desiderate, a quel punto diventerà irrilevante la nazionalità di chi sarà a
capo dell’Unione riformata e le resistenze dei contribuenti tedeschi potranno
essere superate e la
Costituzione tedesca opportunamente emendata. Ma è bene
tenere a mente che tutto ciò non potrà avvenire prima di aver spento
l’incendio, cioè avendo prima - subito - garantito un rinnovo di aiuti
pluriennali che eviti alla Grecia la prosecuzione della strategia di lento
suicidio economico a cui sta andando incontro nell’attuazione del suo programma
di aggiustamento fiscale. Se non si salva la Grecia oggi, non ci sarà nessun trattato europeo
da riscrivere domani.
http://www.lavoce.info 14.09.2011

Precedente: Jacques Lacan guru o maestro? La psicanalisi è divisa








