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Clima: quanto è lontana Cancun da Kyoto!

L'accordo raggiunto a Cancun dalla Conferenza sui cambiamenti climatici è ricco di luci e ombre. Non tutto è perduto. Non ancora.

 

 

Moltissimi commentatori - quorum ego - si sono sforzati di comprendere se il bicchiere servito a Cancun fosse mezzo pieno o mezzo vuoto.
L'esercizio, un po' sterile, un po' puerile, non può approdare ovviamente ad alcun risultato, tanta è la ricchezza di luci e ombre. E molto dipende dai punti di vista di partenza, dagli obiettivi che ognuno di noi si è dato ex-ante, dal grado di attesa che era maturato:
Può non essere inutile, tuttavia, provare a svolgere gli argomenti in ordine.

IL DOPO COPENAGHEN

Il protocollo di Kyoto, firmato nel 1997 ed entrato in vigore nel 2005, obbliga i paesi aderenti a una riduzione media delle emissioni del 5,2 per cento rispetto al 1990, da ottenere nel periodo compreso tra il 2008 e il 2012.
Man mano che la scadenza del protocollo si avvicina, maggiori e più serrati sono stati gli incontri negoziali per giungere a un nuovo accordo che rinnovasse, modificasse, includendo ed emendando quando necessario, quello firmato nella capitale imperiale del Giappone.
L'incontro di Cancun (il cui nome ufficiale, magari un po’ complicato, è Cop16/Cmp6 Mexico 2010, United Nations Climate Change Conference) arriva a un anno di distanza da quello di Copenaghen che, complice anche la pochezza della diplomazia danese, aveva rappresentato, secondo il parere dei più, se non il punto di minimo nelle collettive capacità negoziali, certamente un inatteso, quanto dirompente, stop.
A Copenaghen, i paesi impegnati nel negoziato, avrebbero dovuto gettare le solide basi per il futuro del cosiddetto post-Kyoto. Così non è stato e abbiamo visto, al contrario, un evidente attacco al “multilateralismo negoziale” in salsa Nazioni Unite, portato avanti con determinazione da chi ha cercato di imporre la nuova diplomazia del G2, ovvero gli Stati Uniti e la Cina.
Va infatti ricordato che Copenaghen c'era stata la partecipazione diretta di Barack Obama e Wen Jiabao e dei presidenti e leader di moltissimi altri paesi.
Fino a Copenaghen, il negoziato era sempre stato interamente gestito dalle Nazioni Unite, utilizzando le forme proprie della diplomazia: i documenti venivano elaborati all’interno dei poteri e delle responsabilità del Segretariato della convenzione o comunque, se elaborati in gruppi ristretti, erano fatti propri dal Segretariato stesso.
A Copenaghen, per la prima volta, cinque paesi (Stati Uniti, Cina, India, Brasile e Sudafrica) hanno di fatto scelto per tutti, lasciando gli altri (Europa e Giappone in testa) di fronte all’alternativa tra l’accettare l’accordo o non averne alcuno. L’assemblea Onu (la Conferenza delle parti) si è limitata, alla fine dei lavori danesi, a prendere atto dell’avvenuto accordo tra i Cinque (“The Conference of the Parties takes note of the Copenhagen Accord of 18 December 2009”).
Dallo scorso anno, però, la situazione è radicalmente mutata, e questo è vero in particolare per gli Stati Uniti. Il cambiamento è stato tanto importante che stupisce quanto i commentatori abbiamo sottovalutato il problema. Per gli Stati Uniti che, val sempre la pena di ricordarlo, sono responsabili di un quarto delle emissioni di anidride carbonica del pianeta, i termini complessivi della questione climatica sono davvero differenti rispetto a dodici mesi fa. Le ragioni sono molteplici e non tutte legate direttamente al destino negoziale. Ricordiamo tuttavia che la pesante sconfitta subita dal presidente Obama nelle elezioni di Mid Term lo ha probabilmente costretto a negoziare un’agenda di riforme e politiche praticabili alla luce della forzata convivenza con i repubblicani. E fra queste politiche praticabili, il cambiamento climatico non trova, in tutta evidenza, alcuna accoglienza.
Tanto che, alla conferenza di Cancun non solo non sono arrivati Obama e il leader cinese, ma il profilo medio delle presenze in Messico era decisamente inferiore rispetto a un anno fa in Danimarca, quasi ci si attendesse un risultato al meglio interlocutorio.
Invece almeno un risultato è stato ottenuto e da più parti è ritenuto di primo piano: sul bastimento del negoziato ha ripreso a soffiare il vento del multilateralismo. La lacerazione di Copenhagen è stata definitivamente composta.
Dobbiamo il risultato a due donne tanto capaci quanto tenaci: Patricia Espinosa e Christine Figueres, rispettivamente presidente e segretaria della conferenza sul clima.
A quest'ultima è attribuita la frase “Basta il consenso, non l’unanimità” che ha chiuso la partita con i paesi più difficili. Un bell’esempio di déjà vu, se si pensa che dobbiamo i risultati di Kyoto a un altro fine diplomatico messicano, l’ambasciatore Raúl Estrada-Oyuela.

LE LUCI E LE OMBRE DELL'ACCORDO

Veniamo quindi ai risultati ottenuti a Cancun.
Gli impegni dei paesi per la riduzione delle emissioni sono stati rimessi in un quadro legale più corretto, ma le riduzioni non saranno sufficienti per mantenere il riscaldamento globale sotto i 2 gradi: obiettivo, quest’ultimo, conclamato e ripreso nei vari vertici di rilievo (incluso un paio di G8) e riconosciuto dalla scienza come la linea Maginot, oltre la quale le variazioni climatiche potrebbero risultare irreversibili.
Tuttavia, i 194 paesi presenti non hanno raggiunto alcun accordo globale e vincolante: diciamo che è stato evitato il de profundis finale del negoziato. Si tiene accesa la speranza di poter costruire qualcosa di concreto, nel prossimo futuro, per disinnescare il pericolo rappresentato dal cambiamento climatico.
I documenti approvati a Cancun sono due: il primo si riferisce al protocollo di Kyoto, a cui è necessario dare continuità in vista della scadenza. Il secondo, definito come l'accordo di Cancun (the Cancún agreement), riguarda i finanziamenti ai paesi poveri e in via di sviluppo, sia per aiutarli a combattere le emissioni di gas serra sia per sostenere i loro piani di sviluppo nella direzione delle energie rinnovabili.
Il primo testo – quello che fa riferimento al protocollo di Kyoto – è stato approvato con la sola opposizione della Bolivia, che ha annunciato un ricorso alla Corte internazionale di giustizia, sostenendo che i documenti devono ottenere l'unanimità dei 194 paesi aderenti alla Convenzione, a pena di invalidità.
Il documento riconosce la necessità di ridurre le emissioni di gas a effetto serra ben oltre gli obiettivi previsti da Kyoto. Si parla di riduzioni comprese tra il 25 e il 40 per cento entro il 2020, come raccomandato dal Gruppo intergovernativo di esperti sul riscaldamento globale (Ipcc), per evitare che la temperatura globale non aumenti oltre i 2 gradi centigradi.
Il testo approvato invita quindi i paesi che hanno aderito al protocollo di Kyoto (tutti i paesi industrializzati tranne gli Usa, la Russia e diversi paesi dell'ex blocco sovietico) a rivedere le loro riduzioni di anidride carbonica e a incrementarle in relazione agli obiettivi descritti dall'Ipcc. Secondo il documento, le parti devono completare il loro lavoro e adottare i nuovi obiettivi il più presto possibile, anche per evitare una vacatio tra la fine degli effetti del protocollo di Kyoto e la fase successiva.
Tuttavia, il documento relativo al protocollo di Kyoto non contiene, sfortunatamente, alcun impegno vincolante in senso legale per i paesi; e per di più le misure adottate finora in base al protocollo stesso non sono di per sé sufficienti a limitare il riscaldamento globale entro i 2 gradi centigradi preventivati.
Anche se i risultati possono apparire deboli, o comunque insufficienti, bisogna cogliere l'aspetto politico e quello positivo. Chi ha a cuore il tema deve cessare con le insistenti geremiadi e guardare (e lavorare) per il meeting del 2011 - che verrà ospitato dal Sudafrica - con ottimismo, determinazione e speranza. Il redde rationem si approssima. Non tutto è perduto. Non ancora.

http://www.lavoce.info 17.12.2010

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