Circe
Quella maga che continua a sedurci
Un saggio di Bettini e Franco ripercorre le tappe del mito
Dalla Grecia a oggi, tra interpretazioni e iconografie diverse, l´eterno
fascino della figura usata anche da Joyce
Anticipiamo un brano da Il mito di Circe di Maurizio Bettini e Cristiana Franco
(Einaudi, pagg. 402, euro 28), in uscita in questi giorni.
La reazione eroica di Odisseo instaura sull´isola di Circe una dinamica che ai
Greci dell´età arcaica e classica doveva apparire come giusto ordine delle
cose. Prima dell´arrivo dell´eroe sull´isola, Aiaie è una terra di sole femmine
– Circe e le sue ninfe ancelle – in cui il potere virile viene neutralizzato
ogni volta che si affaccia all´orizzonte. Ogni uomo che passa di lì perde la
propria identità di essere umano maschio libero indipendente, trasformandosi in
belva sottomessa o in bestia da cortile, in ogni caso al servizio della dea.
Doveva giungere il guerriero di Itaca perché l´incantesimo si rompesse – così
aveva preannunciato Hermes – e Circe, almeno una volta, fosse sottomessa a una
volontà maschile. Ecco perché a Odisseo non capita quello che accadrà
all´"Ulisse" di Joyce, umiliato e trasformato in donna dalla sua
virilissima "Circe".
Né quello che succede agli hetáiroi, ridotti a un branco di suini all´ingrasso, ammassati nel porcile e nutriti dalle mani della dea, che possono essere salvati soltanto dal «cinghiale» eroico, il loro capo, capace di affrontare e vincere Circe a spada tratta.
Come Penelope, anche Circe non cede a un pretendente
qualunque; come Penelope, anche Circe accetta solo Odisseo nel proprio letto.
(...)
Se nel racconto omerico Odisseo finisce per rimanere da Circe un anno intero,
senza mai desiderare di andarsene (sono i suoi compagni a protestare per la
lunga permanenza) è proprio perché ha scelto di essere temuto, anziché
disprezzato. Benché nel riassumere le proprie traversie Odisseo equipari le due
esperienze presso Calipso e presso Circe, dicendo che entrambe lo avevano
trattenuto volendolo come sposo, egli non è schiavo di Circe come invece poi lo
sarà della ninfa a Ogigia. Ad Aiaie nessuno cerca di fermarlo: appena chiede di
ripartire, Circe gli fornisce i mezzi e lo aiuta a raggiungere il suo scopo. In
questo senso, l´episodio omerico di Circe è qualcosa di più che un racconto
fantastico: è insieme una scena di riconoscimento e una narrativa esemplare. La
dea riconosce in Odisseo l´uomo della profezia, l´eroe destinato a
sottometterla e il maschio degno del letto divino. Il lieto fine del racconto
indica che l´intervento di Odisseo ha normalizzato una situazione anomala e
pericolosa; per una volta, per quell´anno trascorso dall´eroe ad Aiaie, nella
casa di Circe maschi e femmine, umani e animali sono stati messi al loro posto.
L´affermazione che l´Odissea sia stata composta da una donna è una provocazione
che ricorre nella storia della ricezione del poema almeno fin dall´epoca di
Tolomeo Chenno. Questo singolare autore dell´età imperiale (...) raccontava di
come Omero avesse rubato il materiale dei suoi poemi plagiando l´opera di una
sacerdotessa egiziana dal nome piuttosto significativo: Phantasia. Pochi
oggigiorno sono disposti a prendere sul serio ipotesi di questo tipo, e
tuttavia, a tenerla in considerazione almeno per un istante, ci si guadagna in
consapevolezza di quanto varia possa essere la risposta dei lettori a un
medesimo testo. Con ciò si avverte anche la necessità di abbandonare il tono
impersonale del resoconto per denunciare il carattere parziale e relativo della
propria lettura e i presupposti impliciti su cui essa poggia.
Nella lettura dell´episodio di Circe che ho proposto, l´assunzione di fondo è
che il mondo di valori espresso dal racconto omerico possegga una sua coerenza
interna e sia eminentemente androcentrico. Per lo scrittore inglese Samuel
Butler, uno dei convinti assertori dell´authorship femminile del poema, proprio
la lettura del passaggio su Circe era stata invece rivelatrice dello sguardo
femminile nascosto sotto la finzione autoriale: quale uomo avrebbe potuto
concepire una regina che regna sulla sua isola da sola, senza l´aiuto dei
maschi? In forma meno ingenua, il dubbio sul tipo di sguardo presupposto dalle
figure femminili dell´Odissea è stato espresso più recentemente da altri
lettori e lettrici. Si è notato, per esempio, che la celebrata fedeltà del
marito di Penelope non è affatto rappresentata nel poema come supina passività,
ma è piuttosto espressione di volontà, ingegnosità e capacità d´azione (e non
solo per il trucco della tela con cui tiene a bada i pretendenti arroganti).
Insomma le figure femminili del poema, con la loro dignità,
forza e determinazione sono sembrate incompatibili con una visione del mondo
oppressivamente maschile e maschilista, in cui non ci sarebbe alcuno spazio di
riconoscimento per i saperi e le competenze delle donne. Fino a qualche anno fa
gli studiosi pensavano di spiegare la presenza di questi elementi come
sopravvivenze di un mondo antecedente alla composizione dei poemi, ricordi
fossili, ormai privi di riferimento reale, di una società in cui le donne
avrebbero goduto di uno status decisamente superiore a quello loro riservato
dalle più recenti culture maschiliste. Circe, in questo quadro, sarebbe stata
un´ipostasi della grande dea mediterranea «Signora delle erbe», accompagnata
dal paredro Helios, e venerata come potente prima dell´arrivo degli
Indoeuropei. Miraggi di società matriarcali e di ordini simbolici dominati
dalla Dea Madre.
Apparirà evidente che non condivido il carattere semplificatorio e autoconsolatorio
di molte fra queste posizioni. Non c´è dubbio che ogni lettrice dell´Odissea
sia libera di scegliere fra differenti opzioni. (...) La mia proposta
presuppone che il mito di Circe, per come è raccontato, abbia un precisa
funzione narrativa all´interno di quella sezione del poema e che questa
funzione si illumini a partire dalla fine: la grandezza di Circe nella prima
parte del racconto sta soprattutto in funzione dell´importanza e del valore del
gesto dell´eroe che, al contrario dei suoi compagni, risulta oggettivamente
capace di scampare l´insidia e conquistarsi l´amore e l´appoggio di una dea. Se
davvero a comporre il poema fosse stata un aedo donna, credo dovremmo
meravigliarci di quanto abile sia stata costei ad assumere su Circe – e sugli altri
caratteri femminili delle avventure narrate dall´eroe – lo sguardo virile del
narratore interno, nonché a prestargli una certa vanità di maschio, corteggiato
e conteso da mortali e dee del pari, che tutte a suo dire lo vorrebbero «fare
sposo». L´Odissea è una narrativa complessa e raffinata, non dimentichiamolo:
quel che sappiamo di Circe è quello che Odisseo racconta per compiacere i suoi
ospiti, convincerli del proprio prestigio e guadagnarsi così la via del
ritorno. I Feaci lo prendono sul serio. E così, io credo, il poema invita a
fare anche con noi.
di Maurizio Bettini e Cristiana Franco
http://www.repubblica.it 25.2.10

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