Chi ha paura della glasnost
I diplomatici Usa comunicano quello che da 16 anni gli italiani hanno sotto gli occhi
Solo chi ha un´idea cupa dell´informazione indipendente, e paventa
persecuzioni non appena se la trova davanti, e per di più nulla sa della
rivoluzione in corso nell´universo dei blog, può parlare, come il ministro
Frattini, di un 11 settembre della diplomazia scatenato da WikiLeaks contro
il mondo bello, composto e civile nel quale siamo supposti vivere. Solo chi
fantastica planetarie offensive contro le notizie che da tempo circolano
senza confini può credere che al caos comunicativo si debba rispondere, come
negli attentati del 2001, con una bellicosa e «compatta alleanza: senza
commentare, senza retrocedere sul metodo della diplomazia, senza lasciarsi
andare a crisi di sfiducia». WikiLeaks non è una cellula terrorista e il suo
fondatore, Julian Assange, è magari indagato per violenza privata ma comunque
non è un uomo che – la fine osservazione è del ministro – «vuol distruggere
il mondo». Alla mutazione mediatica nata prima di lui non si replica con un
globale schieramento, per «continuare a far vivere un metodo della
diplomazia» che ha fatto disastri.
Mettere insieme in una battaglia contro Internet Roma e Mosca, Berlino e
Kabul prefigura il Brave New World di Huxley, fatto di gente china e
sedata dalla droga, il «soma» che rilassandoti uccide ogni critica. Più che
un´utopia: una distopia. Il mostro tanto temuto è la glasnost che d´un tratto
irrompe in una zona politica non solo opaca ma sommamente inefficace: la
diplomazia, il più chiuso dei recinti, dove il segreto, non sempre
immotivatamente, è re. La glasnost è una corrente sotterranea potente, non un
breve tumulto come fu Al Qaeda, e l´unica cosa da dire è: la politica ancora
non sa fronteggiarla, organizzandosi in modo da disgiungere il segreto
indispensabile dal superfluo. Se quello necessario viene alla luce è sua
colpa, non di WikiLeaks. In realtà i 250.000 cabli non sono affatto top
secret. Sono consultabili da ben 3 milioni di funzionari americani, e
disponibili in siti interni al ministero della difesa Usa (Siprnet). Nella
globale ragnatela Internet le fughe di notizie (i leaks) sono inevitabili.
Scrive Simon Jenkins, sul Guardian: «Un segreto elettronico è una
contraddizione in termini».
Nei paesi democratici, dove l´informazione indipendente esiste, il
diplomatico è alle prese con una trasparenza non di rado ostacolata come in
Italia, ma tangibile. Non è cancellata dalle ghignanti foto di gruppo dei
vertici internazionali, che s´accampano monotoni su giornali e tv. Gli
ambasciatori a Roma o Parigi raccontano quel che leggono nei giornali più
liberi, che apprendono dai blog, che ascoltano da chi non nasconde il vero.
Si dice: «Ce n´è per tutti», nei dispacci. Per il Cancelliere tedesco, il
regno britannico, l´Eliseo, oltre che per Roma. Nulla di più falso. Se la Merkel appare
«refrattaria al rischio e poco creativa», Berlusconi «suscita a Washington
sfiducia profonda»: è «vanitoso, stanco da troppi festini, incapace come
moderno leader europeo». Inoltre «sembra il portavoce di Putin in Europa». Un
abisso separa i due leader. Resta che nelle democrazie le rivelazioni non
sono fulmini che squarciano cieli tersi, neanche da noi. I diplomatici Usa
comunicano quello che da 16 anni gli italiani hanno sotto gli occhi, sempre
che non se li bendino per vivere in bolle illusorie e ingurgitare «soma
televisivo». Sanno dei festini in dimore private spacciate per pubbliche.
Sanno che Berlusconi coltiva con Putin rapporti personali torbidi, lucrosi,
di cui non rende conto né all´Europa né al popolo che pure tanto s´affanna a
definire sovrano. Non c´è bisogno di WikiLeaks per conoscere la pasta di cui
son fatti i governanti, per capire lo scredito internazionale che non da oggi
li colpisce, per allontanarli dal potere che democraticamente hanno occupato,
e poco democraticamente esercitato.
Non così lì dove non c´è democrazia e nelle aree di crisi, nonostante le
verità siano in larga parte note anche qui, a chi voglia davvero sapere. Non
c´è praticamente notizia che i blog non dicano da anni ( Tom Dispatch,
Antiwar. com, Commondreams, Counterpunch, e in Italia, nel 2005-2010, Contropagina
di Franco Continolo).
L´altra cosa che va detta è che gli ambasciatori che divulgano informative
non sono sempre di qualità eccellente, e forse anche questo, in America, crea
imbarazzo. Nelle aree critiche – Italia compresa, dove gli equilibri
democratici vacillano – non hanno idee meticolosamente maturate, né si
azzardano in analitici suggerimenti e prognosi. Fotografano l´esistente, sono
figli essi stessi di Internet, tagliano e incollano schegge di verità senza
osare approfondimenti. Nulla hanno in comune, ad esempio, con l´immensa
ricerca in cui si sobbarcò George Kennan nel ´44-46, lavorando per la
missione Usa a Mosca. Il «lungo telegramma», che inviò nel febbraio ´46 al
Segretario di Stato James Bynes, descrive la natura oscura del sistema
sovietico: le sue forze, le fragilità, il suo nevrotico bisogno di un mondo
ostile. Ne scaturì l´articolo scritto nel luglio ´47 su Foreign Affairs,
firmato X: fondamento di una politica (il containment) che per decenni
pervase la guerra fredda senza infiammarla.
Nulla di analogo nei dispacci odierni, ma messaggi raccogliticci,
frammentari, pericolosi infine per le fonti, nei paesi a rischio. Non la
forza americana è esposta alla luce, ma la sua inconsistenza. Non un impero
nudo, ma una finzione d´impero che addirittura usa i propri diplomatici –
colmo di insipienza e mala educazione da parte di Hillary Clinton – come spie
all´Onu. L´occhio Usa non scruta il lontano ma l´oggi, sposando non pochi
luoghi comuni locali. La glasnost online sbugiarda questo modo di scrutare, e
non è male che avvenga. Fa vedere l´impotenza, l´approssimazione,
l´inefficacia americana. Inefficacia pur sempre limitata, perché i dispacci
non paiono contaminati dai conformismi di tanti commentatori italiani:
difficile trovare accenni, nei cabli, alla «rivoluzione liberale» o all´epifanico
ruolo di Berlusconi nelle crisi mondiali.
Il vero scandalo è lo spavento che tutto questo suscita, lo sbigottimento
davanti a notizie spesso banali, solo a tratti rivelatrici (è il caso, forse,
del nesso stretto Nord Corea-Iran), l´imperizia Usa nel tutelare confidenze e
confidenti. Ora si vorrebbe fare come se nulla fosse, «tener viva la
diplomazia» così com´è: ottusamente arcana, lontana dallo sguardo dei
cittadini. Ma quale diplomazia? Nel caso italiano una diplomazia chiamata
commerciale dal governo perché essenzialmente fa affari, e all´estero
riscuote in realtà «sfiducia profonda».
Dicono che Berlusconi si sia fatto una gran risata, non appena letti i
dispacci. Forse ha capito più cose di Frattini, perché lui la diplomazia
classica l´ha già distrutta. E non solo la diplomazia ma l´informazione
indipendente, e in Europa la solidarietà energetica. Forse ride delle
banalità diffuse da WikiLeaks. Forse intuisce che se si parlerà molto di
festini, poco si parlerà di conflitto d´interessi, controllo dei media,
mafia. È il limite di Assange, enorme: avrà minato la fiducia nella
diplomazia Usa, senza dare informazioni autenticamente nuove (la più calzante
parodia del cosiddetto 11 settembre di Assange l´ho trovata su un sito di
cinefili: http://ealcinemavaccitu. blogspot. com).
Resta la sfida alla stampa: sfida al tempo stesso ominosa e
straordinariamente promettente. È vero: nel medio-lungo periodo crescerà il
numero di chi si informerà su Internet, più che sui giornali cartacei. Ma da
quest´avventura la stampa esce come attore principe, insostituibile: messa di
fronte ai 250 milioni di parole sparse come polvere sugli schermi WikiLeaks,
è lei a fare la selezione, a stabilire gerarchie, a rendere intelligibile
quello che altrimenti resta inintelligibile caos, ad assumersi responsabilità
civili contattando le autorità politiche e nascondendo il nome di fonti
esposte dai leaks a massimi rischi. Alla rivoluzione mediatica ci si prepara
combinando quel che è flusso (Internet) e quel che argina il flusso dandogli
ordine (i giornali scritti). L´unica cosa che non si può fare è ignorare la
sfida, negare la rivoluzione, opporle sante alleanze conservatrici del
vecchio. Immagino che non fu diversa l´alleanza anti-Gutenberg quando nel XV
secolo apparve la stampa, e anche allora vi fu chi, con le parole di quei
tempi, parlò di un 11 settembre contro gli establishment: politici e
culturali, delle chiese e degli imperi.
La Repubblica, 1 dicembre 2010

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