Che ci azzecca la benzina con la cultura?
Per compensare la rinuncia ai tagli alla cultura, il governo ha deciso di inasprire la tassazione sui carburanti..
Evitiamo una volta tanto i soliti commenti critici, o se si
vuole sconsolati, secondo cui da un lato si predica che le tasse non verranno
aumentate o si promette che verranno addirittura ridotte – fatto necessario per
rilanciare la crescita o fatto conseguente all’introduzione del federalismo – e
dall’altro si razzola male. Stiamone lontano.
Diciamo invece che in una fase di tagli di bilancio coniugata a una crescita
che fatica a rilanciarsi, la parola tasse e il ricorso a esse è più che mai in
auge. Naturalmente, in maniera totalmente disorganica. Abbiamo perciò letto di
tassa sul turismo, di imposta municipale unica, di tasse sul biglietto del
cinema, e alla fine siamo arrivati alle tasse – guarda un po’ – sui carburanti.
Evidentemente i tagli alla cultura erano più insopportabili dei tagli agli
stipendi di alcune categorie di dipendenti pubblici, e altrettanto
evidentemente, la maggiorazione del costo del biglietto dei cinema era più
insopportabile della maggiorazione del costo di benzina e gasolio.
TRE “PERÒ” SUL PROVVEDIMENTO
Ci sono tre “però” in questa decisione di inasprimento della
tassazione che, è bene ricordarlo, si accompagna all’aumento del costo di molti
servizi, a partire dai trasporti pubblici.
Il primo “però” è che si modificano tasse esistenti o se ne introducono di
nuove in maniera scollegata, senza un occhio attento non solo al livello di
pressione fiscale complessiva - è sempre in seguito che si scopre che è
aumentata - ma al grado complessivo di distorsione del nostro
sistema fiscale.
Il secondo “però” riguarda la tassazione dei carburanti in particolare. Spiace
che ancora una volta si segua la tradizione di tassare i carburanti solo per fare
cassa, per ragioni di gettito, senza nessun riguardo all’esigenza di
tassare per correggere delle esternalità, di cui quella ambientale è nel caso
in questione la più importante. Alla guerra d’Abissinia (combattuta nel 1936),
la crisi di Suez (1956), la tragedia del Vajont (1963), l’alluvione di Firenze
(1966), il terremoto del Belice (1968), il terremoto del Friuli (1976), il
terremoto dell’Irpinia (1980), la missione in Libano (1983), la missione in
Bosnia (1996), il rinnovo del contratto degli autoferrotranvieri (2004)
aggiungiamo ora il rifinanziamento del Fus (2011).
Al lettore che stesse pensando che comunque tassare i carburanti, qualunque la
motivazione, controlla quelle esternalità, giova ricordare due fatti. Il primo
è che l’Italia dovrà ridurre – come scritto nelle direttive europee – le emissioni
di anidride carbonica generate da settori diversi dall’industria e
dalla generazione elettrica del 13 per cento entro il 2020. Questo obbligo
riguarda i settori civile, trasporti e terziario e siamo sempre in attesa di
sapere e vedere quali misure il nostro governo, tra una discussione sul
nucleare e costi degli incentivi al fotovoltaico, intende prendere. Il secondo
è che la tassazione dell’energia per finalità ambientali è fonte di gettito che
andrebbe dedicato non tanto alla cultura, ma a progetti ambientali
come il finanziamento di più estesi e determinati interventi di efficienza
energetica e dell’innovazione nelle tecnologie verdi. Perché l’Italia ha anche
in questo caso precisi obblighi stabiliti dalle direttive europee
sull’incremento del ricorso alle fonti rinnovabili e la riduzione dei consumi
finali di energia come specificato nel Piano d’azione nazionale per le energie
rinnovabili presentato dal ministero dello Sviluppo economico (Mse) lo scorso
giugno 2010.
L’ultimo “però” è che l’aumento di “1-2 centesimi” della tassazione della
benzina riguarda la componente di accisa, la quale va ad aggiungersi al prezzo
industriale, e su questa somma si calcola l’Iva per arrivare
al prezzo alla pompa. Significa che l’aggravio di tassazione –
e il guadagno d’entrata per lo Stato – non è di “1-2 centesimi”. A titolo di
esempio, i valori medi dello scorso febbraio secondo il ministero davano il
prezzo industriale della benzina a 660.69 eurocent e l’accisa a 564.00; sulla
somma si commisurava l’Iva al 20 per cento per un importo di 244.84, per
arrivare a un prezzo finale di 1469.63. Due centesimi in più di accisa portano
a un prezzo finale di 1472.03, con un’entrata extra per le casse dello Stato di
2,4 centesimi per litro. Il banale calcolino è a parità di prezzo industriale.
Ma vale forse la pena notare che quando il prezzo del petrolio oscilla – più
velocemente in ascesa che in riduzione, come l’esperienza insegna – si mette in
moto l’effetto amplificatorio dell’Iva che ora si commisura su una base, anche
se di poco, più ampia.
Così, giusto per non dimenticare.
http://www.lavoce.info 29.03.2011

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