Catastrofi, guerre ed epidemie il dramma dei bambini soli
Una crescente attenzione per i diritti dell´infanzia e la rilevanza delle dimensioni psicologiche e relazionali nei processi di crescita, ha fatto privilegiare, a seconda delle circostanze, l´affidamento e l´adozione.
Diventare orfani prima di raggiungere l´età adulta è stata una esperienza molto diffusa in Italia e in molti altri paesi europei fino al secondo dopoguerra. Se vi erano elevati rischi che un nuovo nato non sopravvivesse fino ai 15 anni, vi erano altrettanti rischi che un bambino perdesse il padre o la madre, o entrambi.
La mortalità per parto, a lungo, ha reso orfani di madre molti neonati e i loro fratelli e sorelle. Malattie ora sparite in occidente come il tifo o la tubercolosi erano un rischio costante lungo tutto il corso della vita. Ed una polmonite diveniva facilmente mortale in assenza di antibiotici. Epidemie e pestilenze provocavano morti di massa che colpivano senza distinzione di età. Si pensi alla “spagnola”, che provocò quasi altrettante morti della prima guerra mondiale. Le guerre prendevano il loro tributo di uomini, di giovani padri. La povertà e le carenze alimentari (si pensi alla pellagra nelle campagne venete e lombarde) colpivano selettivamente le madri (oltre che i bambini) nelle campagne, dato che queste, in base ad un calcolo razionale ineccepibile, davano alla forza lavoro familiare più importante (marito e figli/e adulti) quel poco di vitamine e proteine alimentari che erano disponibili.
La figura dell´orfano, di uno o di entrambi i genitori, ha popolato la scena e l´immaginario sociale delle società oggi sviluppate fino a tempi molto recenti, senza distinzioni di classe e ceto. Di orfani di ogni condizione è anche popolata la letteratura per l´infanzia, da Cenerentola a Biancaneve a Remy fino al Piccolo lord. Proprio questa letteratura segnala come lo statuto di orfano potesse indebolire la posizione dei bambini anche all´interno delle reti famigliari, sia che i genitori si risposassero sia che rimanessero vedovi e tanto più quando perdevano entrambi i genitori. Anche se le parentele erano spesso l´unica rete di protezione, più o meno solidale, degli orfani, lo status di orfano, insieme a quello di vedova e più di quello di abbandonato, o “esposto”, è stato tradizionalmente uno dei pochi verso cui vi era una qualche forma di responsabilità collettiva. Vedove e orfani nelle società tradizionali erano le figure emblematiche dei “poveri meritevoli”, oggetto di carità pubblica, per quanto spesso severa e controllante. Allo stesso tempo, spesso gli orfani venivano distinti e trattati diversamente a seconda del motivo per cui lo erano diventati o la condizione sociale dei genitori.
In Italia, ad esempio, mentre gli orfani poveri venivano ospitati negli orfanotrofi insieme agli abbandonati, c´erano collegi per le orfane di una piccola nobiltà decaduta, istituti e provvidenza per gli orfani di guerra, fino alla creazione, nel 1948, dell´ente nazionale assistenza orfani lavoratori italiani (Enaoli), sciolto solo nel 1977, con propri collegi e convitti, oltre che borse di studio e altri sussidi.
Fino agli anni settanta, l´orfanotrofio o il convitto erano lo strumento principale con cui si provvedeva al mantenimento e istruzione degli orfani poveri (e talvolta anche dei fanciulli poveri non orfani). Più rare erano le esperienze di istituti para-familiari, in cui i bambini venivano divisi in piccole unità abitative sotto la responsabilità di una donna con ruolo di madre vicaria, e ancora meno diffuse le comunità familiari, ove figli naturali e figli di elezione si mescolano. La più famosa forse è l´esperienza di Nomadelfia, nata nel 1941 per iniziativa di don Zeno per accogliere i bambini abbandonati e gli orfani di guerra e privi di una rete famigliare.
Man mano che il numero degli orfani e degli abbandonati nel nostro e negli altri paesi sviluppati è diminuito, tuttavia, orfanotrofi e convitti sono stati considerati sempre più negativamente. Una crescente attenzione per i diritti dell´infanzia e la rilevanza delle dimensioni psicologiche e relazionali nei processi di crescita, ha fatto privilegiare, a seconda delle circostanze, l´affidamento e l´adozione, o in subordine le piccole comunità famigliari.
È anche da questo mutato atteggiamento che deriva l´offerta di adozione che scatta di fronte ad eventi che producono improvvisamente migliaia di orfani, come nel caso dello tsunami prima, di Haiti oggi (meno nel caso degli “orfani dell´Aids” africani). Questa disponibilità tuttavia deve fare i conti non solo con le norme di legge e gli accordi internazionali, ma anche con una nuova attenzione per la rilevanza delle reti famigliari allargate e comunitarie nel favorire i processi di identificazione e gli equilibri psicologici dei bambini. Molti paesi in via di sviluppo oggi cercano, quando è possibile, ovvero quando vi sono reti locali adeguate, di non sradicare gli orfani per dare loro una famiglia altrove. Piuttosto chiedono, e con loro molte organizzazioni internazionali, che accanto alla disponibilità ad adottare si allarghi anche quella di comportarsi come una famiglia allargata transnazionale, disposta a sostenere, anche ad ospitare quando e se necessario, ma senza “portare via”.
Anche se, di fronte a tragedie come quelle di Haiti – ma anche a quelle
quotidiane della povertà estrema – non è sempre facile convincersi che l´unica
soluzione non sia quella di portare via, in salvo, quei bambini.
http://www.repubblica.it 21 gennaio 2010

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