Caro Saviano, non è una censura mio padre può anche criticare
Dopo la lettera aperta dello scrittore, seguìta agli attacchi del presidente del Consiglio, Marina Berlusconi scrive al nostro giornale. Perché è presidente del Gruppo Mondadori. E perché "il diritto di esprimere il proprio pensiero, di approvare o dissentire, non può valere per alcuni e non per altri"
Gentile direttore, la lettera di Roberto Saviano sulla
Repubblica di ieri, in replica ad alcuni giudizi di mio padre sul
"supporto promozionale" che serie tv come "La piovra" e
libri come "Gomorra" fornirebbero alle mafie, mi impone una risposta.
Innanzitutto perché mi ha profondamente colpito la reazione di Saviano di
fronte a quella che era né più né meno che una critica. Una critica che può
anche non essere condivisa, ma che, come tutte le opinioni, è più che
legittima. E quando dico "tutte le opinioni" intendo davvero tutte,
comprese quelle, piaccia o non piaccia, del presidente del Consiglio.
Voglio anticipare subito che è una critica con la quale concordo. Credo che
nessuno si sogni nemmeno lontanamente di pensare che sulle mafie si debba
tacere. Al contrario. Sappiamo tutti quanto abbia pesato e pesi l'omertà nella
lotta alla criminalità organizzata e quanto sia importante rompere il muro del
silenzio. Ma certo una pubblicistica a senso unico non è il sostegno più
efficace per l'immagine del nostro Paese. Saviano scrive che l'Italia ha la
migliore legislazione antimafia del mondo, ma da cittadina italiana penso che
tutti dovremmo essere fieri anche del fatto che il governo guidato da mio padre
ha ottenuto sul fronte della lotta alle mafie risultati clamorosi, forse mai
raggiunti prima. E questo non lo dico io, lo dicono i fatti, gli arresti, i
sequestri di patrimoni sporchi. "Quando c'è un incendio si lascia fuggire
chi ha appiccato le fiamme e si dà la colpa a chi ha dato l'allarme"? si
chiede retoricamente Saviano su Repubblica. A me pare che il governo non solo
non lasci fuggire nessuno, ma si applichi anzi ad un'altra attività non
secondaria: quella di spegnerle, le fiamme. Parlare di più anche di questi
successi sicuramente aiuterebbe a cancellare quella assurda equazione che
troppo spesso viene applicata all'estero: Italia uguale mafia.
Personalmente, la penso così. E questo, è ovvio, poco importa. Ma sono anche
presidente del gruppo Mondadori, che Saviano tira ampiamente in ballo. E lo fa
in un modo su cui non posso tacere. La Mondadori fa capo alla mia famiglia da vent'anni.
In questi venti anni abbiamo sempre assicurato, com'è giusto e doveroso,
secondo il nostro modo di intendere il ruolo dell'editore, il più assoluto
rispetto delle opinioni di tutti gli autori e della loro libertà d'espressione.
A cominciare, in una collaborazione che mi è parsa reciprocamente proficua, da
Roberto Saviano. Il quale ce ne dà atto, scrivendo di aver sempre pensato che la Mondadori "avesse
gli strumenti per convalidare anche posizioni forti, correnti di pensiero
diverse". Salvo poi aggiungere che dopo le parole di mio padre "non
so se sarà più così". E perché? Che cosa è cambiato? Silvio Berlusconi non
può permettersi di criticare un'opera edita dalla Mondadori, la quale
naturalmente continua ad avere la più totale e piena libertà di fare le scelte
editoriali che ritiene più opportune? Questo non è forse un bell'esempio di
dialettica democratica? Mi pare che Saviano non riesca a distinguere tra una
libera e legittima critica e una censura. Ma in questo modo è lui stesso ad
applicare una censura, non riconoscendo al presidente del Consiglio il diritto
di criticare. E forse sottovaluta, e non di poco, l'autonomia di pensiero e di
azione di quanti lavorano in Mondadori. Un'azienda nella quale ognuno, a
cominciare dagli azionisti e dall'editore, la pensa come vuole. Un'azienda
nella quale le scelte non sono guidate da valutazioni politiche ma da criteri
esclusivamente editoriali e professionali.
Il gruppo Mondadori ha garantito a Saviano e a tutti gli altri suoi autori la
massima libertà di espressione. Lo ha sempre fatto e continuerà a farlo.
Perché, da editori liberali quali siamo, consideriamo la libertà il valore
supremo. Ma allo stesso tempo riteniamo che il diritto di esprimere il proprio
pensiero, di approvare o di dissentire, non possa valere per alcuni e non per altri.
Rivendico quindi anche per me questa libertà. Quando sentirò di dover formulare
una critica, nemmeno io starò zitta. Mi pare un po' eccessivo prometterlo o
addirittura giurarlo. Ma ci tengo a dirlo. E, sempre che mi sia consentito,
anch'io, come Saviano, ad alta voce.
http://www.repubblica.it (17 aprile 2010)

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