Berlino salverà l'Europa?
Il male tedesco non è la volontà imperiale, ma l'incapacità di volere.
Da quando s'è inasprito l'attacco alla zona euro, il
sociologo Ulrich Beck accusa la
Germania di un peccato grave: l'euronazionalismo. Dimentica
delle regole democratiche, spesso arrogante, Angela Merkel incarnerebbe
"una versione europea del nazionalismo della Deutsche Mark", elevando
a dogma continentale la propria cultura della stabilità. Per sua colpa i
tecnocrati avrebbero soppiantato i politici europei.
Il veto opposto al referendum sull'austerità, annunciato e poi abbandonato
dall'ex Premier Papandreou, testimonierebbe il divario apertosi fra Europa e
democrazia. Sono molti gli indizi che sembrano dar ragione a Beck. La Merkel s'ostina a scartare
proposte su un sostegno più attivo della Bce ai paesi in difficoltà, nonostante
le obiezioni mosse nel suo stesso partito, nell'opposizione, perfino nel
Comitato dei cinque Saggi (il Sachverständigenrat) incaricato di guidare i
governi tedeschi nelle scelte economiche. Almeno due di loro, Peter Bofinger e
Bert Rürup, si battono per una Bce più dinamica e per gli eurobond (non solo al
fine di arginare la speculazione; anche per piani di rilancio che gli Stati non
possono permettersi ma l'Unione sì). Romano Prodi ha detto, sul Messaggero:
"È venuto ora il tempo che la
Germania prenda una decisione su come vorrà utilizzare
l'immenso potere raggiunto. Lo può usare a servizio di se stessa e dell'Unione
europea, o contro se stessa e contro l'Europa". A Berlino, l'economista
Henrik Enderlein non è meno duro: la Germania, dice, non ha capito che "l'euro
non poteva vivere a lungo senza una comune politica fiscale, economica. Che non
era un punto d'arrivo dell'integrazione, ma un punto di partenza".
Eppure la Germania
non è stata sempre così riluttante, almeno in teoria. L'idea che l'euro fosse
arrischiato, senza unione politica, affiorò più volte in passato -
nella stessa Bundesbank, nella Corte costituzionale - e proprio ora
che urge avanzare Berlino si ritrae, come inorridita da un ramarro. Iniziare
avventure nuove in politica è difficile, quando il popolo impaurito si fa
calmare da posizioni che hanno il potere ansiolitico delle ortodossie o dei
localismi. Meglio chiudersi in recinti, e dire tanti No.
Alcune denunce di Beck sono diffuse nelle sinistre europee (non la parte del
suo discorso favorevole a un'Europa cittadina, sovranazionale), ma molti
critici del neo-nazionalismo tedesco non le condividono. Il referendum greco è
da questi ultimi disapprovato non perché troppo democratico, ma perché
chiedendo ai cittadini di pronunciarsi solo sui tagli di spesa, rischiava di
usare il popolo anziché illuminarlo. Nessun cittadino ama i tagli, specie quando
i più ricchi sono risparmiati. Se oggi venisse posta la vera questione ai greci
("Volete restare nell'euro?") non è detto che la risposta sarebbe
negativa.
Quel che spesso viene trascurato, è che la cultura tedesca della stabilità non
è un mostro, anche se radicalmente imperfetta perché orfana di un'autentica
scelta europea. È una cultura che ha fatto della Germania l'unica alternativa
non spietata ai modelli cinese e americano: è fondata sulla valorizzazione dei
sindacati, su misure concordi contro le delocalizzazioni, su salari alti
(Federico Rampini lo spiega bene in Alla mia sinistra). Anche la questione
demografica, Berlino l'ha affrontata con saggezza: l'abbandono del diritto del
sangue, che vietava agli stranieri nati in Germania d'esser cittadini tedeschi
(un diritto "folle o assurdo", secondo Napolitano, tuttora valido da
noi) risale al 2000. Mario Monti, parlando al Senato il 17 novembre, ha difeso
una cultura non esogena della stabilità: "Gli studi dei migliori centri di
ricerca italiani avevano individuato le misure necessarie molto prima che esse
venissero recepite nei documenti che abbiamo ricevuto dalle istituzioni
europee".
I critici più seri del comportamento tedesco sanno queste cose, e sperano
dunque che le regressioni siano reversibili. Le lentezze della Merkel sulla
Grecia sono state sciagurate (l'anno e mezzo perduto ha scatenato l'odierno
marasma) ma sono anche il segno che il male tedesco non è la volontà imperiale,
ma l'incapacità di volere. All'ultimo minuto, Berlino non ha mollato Atene. È
il motivo per cui non si può escludere una svolta, sia pur timida, al vertice
dei capi di Stato o di governo dell'8-9 dicembre. A meno di crisi aggravata, il
governo tedesco continuerà a respingere una gestione comune del debito, dunque
gli eurobond. A escludere che la
Banca centrale europea diventi prestatore di ultima istanza.
Ma qualcosa forse si muove: è successo il 23 novembre, quando Berlino ha visto
pericolare i propri titoli di Stato, e toccato con mano la realtà. Se l'euro
finisce sarà rovina anche per lei, che di una moneta più debole del marco ha
profittato esportando al massimo.
La presa di coscienza potrebbe prender forme diverse, più o meno stabili o
dannose. Il Cancelliere promette cose "molto impressionanti", e tra
queste cose potrebbe esserci il ritorno all'antica convinzione europeista,
secondo la quale occorre un'unione federale - specie fra stati
dell'euro - perché si possa mettere in comune sforzi, sacrifici. A
queste condizioni sì, la solidarietà è accettata: la paura che i soldi siano
sperperati si attenuerebbe. Quel che potrebbe ripetersi, è la scommessa fatta
con l'euro. Già allora la moneta tedesca era la più forte, e per spingere Kohl
a sacrificare il marco sovrano fu necessario dare qualcosa in cambio: nacque
così il Patto di stabilità e crescita. Lo stesso andrebbe fatto ora, per
convincere la Merkel
e il suo popolo. Oggi tocca fare un passo avanti ulteriore: se si vuole un
Fondo salva-Stati davvero potente, urge dare alla Germania la garanzia che esso
non faciliterà il lassismo e servirà a mettere sotto controllo la politica
fiscale ed economica degli stati, che dovranno quindi rinunciare alla loro
sovranità in materia. Tali garanzie dovranno valere anche per Berlino. Dice
Alfonso Iozzo, economista e federalista militante: "Jean Monnet direbbe
oggi: istituiamo subito un Governo provvisorio dell'Eurozona dotato dei
poteri - a carattere federale come nel caso della moneta
- per gestire l'Unione Fiscale: un governo che assicuri la stabilità finanziaria
dei paesi che avranno così rinunciato alla piena sovranità, e avvii un nuovo
ciclo di sviluppo". Non si otterrà questo: ma questo dovrebbe essere
l'obiettivo.
La questione della Banca centrale europea prestatore d'ultima istanza è più
complessa. Le resistenze non vengono solo da Berlino, ma dalle autorità
monetarie europee. La Bce,
dicono a Francoforte, è prestatore di ultima istanza nei confronti delle
banche, non degli Stati. L'articolo 123 del Trattato di Lisbona vieta a Bce e
banche centrali nazionali di prestare direttamente fondi ai governi. Questo
significa che esse possono acquistare titoli solo sul mercato secondario, oggi
instabile. È quello che la Bce
ha fatto in questi mesi, anche se in misura limitata e senza certezze di
continuità. L'assenza di certezza dà l'impressione di una Banca non affidabile
come la Federal
Reserve. I suoi difetti non solo imputabili solo a Berlino,
ma difetti restano. La
Germania che guida l'Europa è a un incrocio di strade. Può
fare o disfare l'Unione. La disfa più che mai, quando sogna un piccolo nucleo
di paesi risparmiatori: armato magari di eurobond, isola degli happy few.
Sarebbe la soluzione più micidiale: getterebbe nel caos gli stati che usano
l'euro, ma fuori dal cerchio magico.
Forse al prossimo vertice capiremo meglio dove voglia andare Berlino: se verso
una spaccatura europea o un trattato più federale. Al centro, quella che
Schmidt chiamava nel '96 l'"ipocondriaca
paura tedesca del nuovo", unita ai timori che Berlino incute in Europa. Di
questi timori il dispositivo centrale è la parola azzardo morale: quello che si
corre quando i dilapidatori, perché assistiti o rassicurati, cessano di
vigilare se stessi e disciplinarsi. Spetta alle istituzioni europee, e a tutti
gli Stati, dimostrare che l'azzardo scema se accanto alla cultura della
stabilità nasce una fiducia reciproca duratura, che solo l'unità politica
dell'Europa può dare.
http://www.repubblica.it (01 dicembre 2011)

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