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Benvenuto straniero! ma non qui

Non è facile sradicare la diffidenza verso l’altro, lo straniero.

 

 

Benvenuto, straniero! era il titolo di una commediola edificante del cinema americano anni ’50 (con il canterino Bing Crosby). Lo straniero era un medico che doveva sostituirne uno pensionabile, due città più in là della sua. In un recente film italiano, Il vento fa il suo giro, lo straniero era un francese di una valle vicina a quella del film, italiana, dalle parti di Cuneo. Le abitudini lievissimamente dissimili vi mettono in seria difficoltà lui e famiglia, suscitano l’ostilità della comunità che, in teoria, l’ha accolto alla pari. Non è facile sradicare la diffidenza verso l’altro, lo straniero.


In un vecchio film dell’orrore, in un villaggio di montagna Usa si accolgono gli stranieri per cucinarli e mangiarli, al culmine della festa annuale. Al contrario, in un paese sardo di montagna, Perdas-de-fogu, si celebra ogni anno la “festa dello straniero”: arrivano ospiti, amici e parenti, dai paesi vicini, e li si accoglie a pranzo nelle case, per ricordare che, da sempre, si è tutti stranieri per comunità che stanno a due passi dalla nostra. Esiste una cultura dell’attenzione, del rispetto e dell’accoglienza del “diverso da noi” ed esiste una cultura del rigetto. Che è tanto più forte quando si tratta di persone che non parlano la nostra lingua e non hanno le stesse fattezze, esseri umani che hanno un passato diverso, una storia diversa.

Tanti anni fa toccò agli italiani essere gli stranieri d’Europa e di altrove più stranieri di tutti gli altri, e per questo accolti con qualche diffidenza (Argentina, Brasile, Australia, Stati Uniti...). Però accolti. Oggi gli stranieri arrivano in Europa da tutti i paesi poveri del mondo. Si fa un gran parlare di politiche globali, di interessi globali, ma lo straniero è ancora la figura dominante dell’immaginario delle nazioni, colui che mette in crisi il nostro ordine, i nostri “luoghi comuni”, le nostre certezze.


Circola in questi giorni nelle sale un bel film francese girato a Calais che si intitola Welcome. È la parola che intravediamo, nel film, scritta sullo stoino davanti alla porta di un odioso personaggio comune, chiuso, diffidente. Questa parola figura dunque per quello che è diventata nel linguaggio di tutti: una formula che dice nella realtà il contrario del significato originario, il contrario di “Ben venuto”.

 Welcome di Philippe Lioret è un buon film, un esempio di quel che dovrebbe essere un cinema di civile intrattenimento su temi significativi per tutti, non ricattatorio, che induce a pensare alla serietà di una questione e ai nostri modi di affrontarla; è un film alla fratelli Dardenne senza l’altezza autoriale dei due belgi, ben diretto da un solido regista cinquantenne che ci tiene all’efficacia, ben costruito (con Olivier Adam, uno scrittore lanciato in Italia da Minimum fax e passato a Bompiani), bene interpretato da Vincent Lindon (il francese adulto) e da Firat Ayverdi (il ragazzo curdo che vuole attraversare a nuoto la Manica per arrivare in Inghilterra e salvare la sua ragazza da un matrimonio combinato).

La durezza della condizione degli immigrati clandestini è mostrata con molta serietà, l’aneddoto è ricco di risvolti, ambienti e facce sono credibili, non ci sono i trucchetti abituali al cinema italiano dello stesso tipo (bene intenzionato ma che ossessionato dall’ambizione al successo, e infine fiction e non cinema). Welcome è un film serio, quello che dovrebbe essere il famoso “cinema politico” di cui gli italiani si facevano vanto, ma senza la retorica, un film in cui “i cattivi” siano noi, gli europei. Vale per la serietà dell’assunto e per la serietà del tono.

È un film per il pubblico, ma è un film che non bara. Naturalmente ha avuto molto successo in Francia e ne ha poco in Italia, proprio per l’assenza delle retoriche e dei ricatti. Se ogni famiglia italiana invitasse a pranzo ogni tanto uno straniero, non poche diffidenze crollerebbero, ma noi siamo un popolo molto ipocrita e questo succede di rado. Siamo pigri e televisivi, pratichiamo voluttuosamente la menzogna, mentiamo anche a noi stessi. Siamo convinti di essere belli, simpatici, generosi, e perfino, alcuni, “di sinistra”, mentre siamo tutto il contrario: stranieri a noi stessi, siamo noi gli stranieri che fanno paura.

 

http://www.unita.it  03 gennaio 2010

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