Beni comuni e diritti di proprietà. Per una critica della concezione giuridica
Recentemente il concetto di “bene comune” è diventato molto popolare. Molto spesso, però, la sua definizione è confusa e ambigua
Esistono diverse interpretazioni relative ai “beni comuni”. In effetti questa
dizione è ambigua e rappresenta un ombrello sotto il quale sono ospitate
diverse connotazioni e significati, alcuni vicini e altre invece distanti o
addirittura contrastanti tra loro. Prendiamo in esame due distinti approcci ai
beni comuni: quello economico, e quello giuridico. Cercheremo di definire che
cosa le scienze economiche e sociali intendono per “bene comune” e come invece
il significato di common (bene comune) cambia in un'accezione giuridica.
La questione definitoria non è sofistica o frivola, ma riguarda la precisione
scientifica e ha delle conseguenze politiche, e quindi delle importanti
conseguenze pratiche. Come vedremo alcune definizioni divergono tra loro: in
particolare la definizione di bene comune della Ostrom diverge dai significati
che invece danno al bene comune buona parte dei filosofi e gran parte dei
giuristi – in particolare in Italia, dove la nozione di bene comune è stata
introdotta e trattata principalmente dagli studiosi delle leggi, mentre non è
ancora molto accettata dagli economisti.
La confusione definitoria è tanto più grave dal momento che, per dirla con le
parole di Stefano Rodotà, l'autorevole giurista che tra i primi ha avuto il
merito di introdurre la questione dei beni comuni in Italia, “se la categoria
dei beni comuni rimane nebulosa, e in essa si include tutto e il contrario di
tutto, se ad essa viene affidata una sorta di palingenesi sociale, allora può
ben accadere che perda la capacità di individuare proprio le situazioni nelle
quali la qualità “comune” di un bene può sprigionare tutta la sua forza” [1].
I Commons come risorse condivise
Per Elinor Ostrom, premio Nobel dell'economia, e per gli economisti e gli
studiosi sociali dei beni comuni a livello internazionale, i commons sono
risorse materiali o immateriali condivise, ovvero risorse che tendono a essere
non esclusive e non rivali (un bene è “rivale” quando l'uso da parte di un
soggetto impedisce l'uso da parte di un altro soggetto), e che quindi sono fruite
(o prodotte) tendenzialmente da comunità più o meno ampie.
Occorre sottolineare che la definizione economica è nettamente distinta da
quella morale e giuridica. Infatti non è detto che i beni comuni siano
necessariamente anche un bene in senso morale; e non è detto neppure che
costituiscano un diritto primario degli individui e dei cittadini. Un pascolo
per esempio può essere un bene comune ma non è né buono né cattivo, e non è
neppure un diritto primario. L'inquinamento è un male comune che però sul piano
della teoria economica è anche un “bene comune”, ovvero un fenomeno condiviso,
non esclusivo e non rivale che riguarda e colpisce tutti, anche se in maniera e
misura diversa.
Beni di merito e beni comuni
La teoria economica sui commons è quindi agnostica sul piano morale e non
classifica i beni neppure in base a criteri di diritto e di legge. Per Ostrom i
beni comuni non costituiscono necessariamente un diritto dei cittadini. I beni
comuni si distinguono in questo senso dai beni di merito, che – come l'acqua e
il codice genetico – sono indispensabili per la sopravvivenza umana o hanno un
alto valore morale o sociale, e che sono incommensurabili rispetto ai criteri
economici di mercato, e che quindi devono essere giuridicamente salvaguardati e
assicurati per tutti gli esseri umani. I beni di merito possono però non essere
dei commons: per esempio il diritto alla casa non presuppone il diritto o il
dovere di condividere l'abitazione.
L'acqua, che un referendum ha sancito in Italia come un bene comune, è
certamente un diritto per tutti gli uomini, ma (come vedremo) sul piano della
teoria dei commons non è sempre e necessariamente un bene comune, in quanto è
una risorsa che può anche essere facilmente resa esclusiva, ed è anche una
risorsa rivale: se viene consumata da alcuni soggetti non viene consumata da
altri. L'acqua può anche essere di fatto e di diritto una risorsa privata: ma
certamente occorre invece reclamare che sia gestita da soggetti pubblici
affinché a tutti sia garantito il diritto di accesso, perché è un bene di
merito.
Beni comuni: proprietà funzionali e riconoscimento giuridico
A differenza dei beni di merito, la caratteristica specifica e peculiare (e
positiva) dei beni comuni non è morale e non implica necessariamente giudizi di
valore: consiste invece nel fatto che è difficile escludere qualcuno
dall'utilizzarli, che sono difficilmente recintabili, e che sono anche
tendenzialmente non rivali – cioè possono essere fruiti contemporaneamente da
più persone o da comunità di utenti (come l'ambiente, l'aria e l'acqua, i
pascoli [2]) o da comunità di produttori (come nel caso delle scienze, di
Internet, di Wikipedia, dell'informazione e di altri artefatti [3]).
Quindi la definizione di common – che è quella della Ostrom e quella discussa dagli
scienziati a livello internazionale – è oggettiva, cioè relativa innanzitutto
alle caratteristiche strutturali e funzionali intrinseche di certi beni
rispetto ad altri; ma occorre tenere conto che sul piano soggettivo un bene
comune può essere riconosciuto o non riconosciuto come tale dalla società. Il
riconoscimento formale e giuridico dipende non dalle caratteristiche dei beni
in questione ma dalle convenzioni sociali e dalle istituzioni: infatti un bene
comune diventa giuridicamente comune solo se una comunità si impegna a gestirlo
come tale, cioè in comune, e solo se gli stati (e le corporation) accordano
alla comunità il pieno diritto di gestirlo o cogestirlo.
La distinzione tra il piano oggettivo e soggettivo/giuridico è fondamentale:
solo così si può comprendere come dei beni oggettivamente comuni,
tendenzialmente non esclusivi e non rivali – come per esempio le conoscenze e
le reti - possano essere beni privati o dello stato. Facciamo degli esempi per
comprenderci meglio.
Un volume cartaceo, inteso come insieme di fogli di carta rilegati, non è un
bene comune, ma le conoscenze contenute nel libro non sono esclusive e non sono
rivali, e sono facilmente trasferibili e condivisibili, e quindi sono
oggettivamente un bene comune. Se queste conoscenze appartengono al dominio
pubblico diventano anche normativamente dei beni comuni accessibili a tutti; se
invece sono sottoposte a restrizioni di esclusività grazie alle leggi sulla
proprietà intellettuale, allora diventano “proprietà privata”.
Occorre quindi distinguere il piano oggettivo, relativo alle caratteristiche
intrinseche degli oggetti, da quello soggettivo, relativo ai regimi normativi
che regolano i beni comuni: infatti questi possono essere gestiti dai privati,
dallo stato o dalle comunità, in relazione alla storia e ai rapporti di forza
materiali e culturali tra i diversi soggetti storici. Solo quando i beni comuni
sono effettivamente gestiti dalle comunità di riferimento e riconosciuti dallo
stato come tali diventano commons anche sul piano soggettivo.
Continuiamo con gli esempi. Tutte le reti sono oggettivamente delle risorse
comuni, ovvero aumentano la loro utilità (e il loro valore) più sono condivise
dal maggiore numero di utenti: tuttavia solo il fatto che il protocollo
Internet non è brevettato e che Internet è gestita in maniera condiviso e
aperto fa diventare giuridicamente e di fatto questa rete un bene comune;
mentre le altre reti di comunicazione, pur essendo oggettivamente, almeno per
un certo grado, beni condivisi, sono gestite da soggetti privati, sono
sottoposte a leggi di proprietà intellettuale e a standard tecnici proprietari,
e quindi tendono a escludere alcuni utenti (per esempio chi non paga). Queste
reti diventano private, pur essendo oggettivamente beni comuni.
Le comunità per la gestione efficace dei commons
E' noto che i beni comuni sono invece spesso beni privati o dello stato. Ma
hanno una specificità eccezionale: possono essere gestiti in maniera più
efficiente, innovativa e sostenibile dalle comunità di riferimento. E,
reciprocamente, se i commons non sono gestiti dalle comunità di riferimento ma
dai privati o dallo stato - cioè in favore di elite privilegiate, private o
pubbliche – in generale vengono gestiti in maniera non ottimale – cioè con
sprechi e inefficienze - e in modo non sostenibile nel tempo [4].
Questa è la vera grande scoperta scientifica – e da lei empiricamente
verificata sul campo - di Elinor Ostrom: molti altri studiosi avevano infatti
evidenziato che esistevano proprietà e gestioni comuni dei beni condivisi, ma
Ostrom ha aggiunto qualcosa di fondamentale: non è vero che se i commons sono
gestiti dalle comunità allora vengono devastati, e che si verifica
necessariamente la “tragedia dei beni comuni” come sosteneva la teoria
dominante di Garrett Hardin [5]. Non è vero che per gestire i beni comuni ed
evitare la tragedia del sovraconsumo occorre privatizzarli o statalizzarli,
cioè imporre delle regole esogene, come suggeriva Hardin. Anzi è vero il
contrario: le foreste gestite (o cogestite) dalle comunità locali sono in
generale (non sempre) gestite meglio e in maniera più sostenibile di quelle
sotto il dominio dello stato [6]. Internet deve il suo grande successo al fatto
che è gestita dalle comunità di scienziati, ricercatori, informatici, utenti, i
quali impongono che i suoi standard non siano brevettati e siano aperti e
gratuiti.
Wikipedia è la principale enciclopedia al mondo ed è gestita in maniera aperta
dalle comunità di utenti e da una fondazione che li rappresenta. Il software
libero e Open Source è gestito dalle comunità di utenti; e gli esempi di
successo dell'autogestione nel campo scientifico, culturale e dei beni
ambientali potrebbero continuare. La scoperta della Ostrom è che le comunità
possono consolidare rapporti di fiducia reciproca e autoregolarsi grazie a
interessi comuni, a pratiche comuni, alla comunicazione costante, a
sperimentazioni per prova ed errori, e possono sviluppare competenze elevate.
Il vantaggio rispetto ai privati e allo stato è che le comunità hanno più interesse
a conservare e sviluppare i beni comuni in quanto per loro i commons possono
costituire risorse essenziali, e perché ne hanno esperienza diretta, magari da
generazioni, e quindi in generale (anche se ovviamente non sempre) hanno la
migliore competenza per gestirli in maniera sostenibile e concordata.
Il messaggio della Ostrom è contemporaneamente economico e politico: la
gestione diretta – e quindi tendenzialmente democratica - dei commons da parte
delle comunità è, in generale e a certe condizioni, più efficiente e
sostenibile della gestione eterodiretta da parte privata o pubblica.
Inoltre – e questo è l'altro fattore di novità rivoluzionaria rispetto alle
teorie dominanti – la gestione comunitaria dei beni comuni comporta un modo di
produzione cooperativo e non competitivo [7]. Il messaggio della Ostrom deriva
la sua enorme e dirompente forza proprio da questi due fattori: la gestione
comunitaria dei commons è più efficiente di quella privata e statale grazie a
un modo di produzione autoregolato e fondato sostanzialmente sulla
cooperazione, sulla partecipazione, e su gerarchie concordate e non autoritarie
(come nel software Open Source).
Il messaggio politico dovrebbe essere chiaro: una politica accorta e
sostenibile, di difesa e sviluppo dei beni comuni, deve incoraggiare la
gestione comunitaria dei commons riconoscendo alle comunità di riferimento i
diritti giuridici di proprietà e/o di gestione, o di cogestione. E' su questi
elementi forti che le teorie della Ostrom si collegano in qualche modo alle
teorie di Marx, che voleva che i mezzi di produzione diventassero comuni in
quanto frutto della cooperazione sociale.
I quattro tipi di beni
In base ai due criteri di esclusività e di rivalità, Ostrom categorizza quattro
tipologie di beni: quelli privati; quelli di club; quelli comuni e quelli
pubblici [8].

I quattro tipi di beni: privati, di club, comuni, e pubblici
Occorre tuttavia premettere un'avvertenza: queste quattro tipologie sono
puramente ideali e hanno in realtà confini mobili, e tuttavia sono utili ed
esplicative perché ci permettono di capire le differenze tra i diversi tipi di
beni e di regimi proprietari.
Si può allora dimostrare che alcuni beni, in particolare i beni sia esclusivi
che rivali, come il cibo, le automobili e i personal computer, si prestano
facilmente a diventare proprietà privata (anche se i confini, come detto prima,
sono incerti: per esempio i Pc e le autovetture si possono in alcuni casi
condividere).
Altri beni – i cosiddetti beni di club – possono essere esclusivi ma sono però
anche condivisi da particolari comunità “chiuse”: per esempio gli asili nido o
le biblioteche comunali sono condivisi dagli abitanti di determinate comunità,
e tutti gli altri sono esclusi.
Alcuni beni comuni (common-pool resources) hanno invece la “disgrazia” di
essere poco esclusivi, cioè di essere facilmente contendibili, e
contemporaneamente di essere scarsi e rivali: per esempio i giacimenti minerari
e fossili. Per il possesso di questi beni si possono allora scatenare duri
conflitti.
I beni pubblici sono quelli da cui è difficile escludere qualcuno, ma che
(fortunatamente) non sono rivali o limitati, come, per esempio, nel campo dei
beni fisici, l'aria e l'acqua del mare. Anche in questo caso però i confini
sono mobili: per esempio alcuni beni pubblici che non erano scarsi lo stanno
diventando, o lo sono già diventati, come lo strato di ozono e l'aria pulita.
Beni pubblici, economia della conoscenza e dell'abbondanza
I beni pubblici “più puri”, quelli che più difficilmente possono diventare
esclusivi e rivali, sono immateriali, come il linguaggio, le informazioni e le
conoscenze, il protocollo Internet di comunicazione [9]. E' difficile escludere
qualcuno dal teorema di Pitagora; inoltre chi insegna il teorema del matematico
greco lo trasmette ai suoi alunni ma non se ne priva. Già Thomas Jefferson, uno
dei padri della Costituzione americana, nella seconda metà del settecento
spiegò che per sua natura la conoscenza è un bene sociale che si diffonde come
il fuoco e che si propaga senza consumarsi, e che le idee non possono e non
devono essere di proprietà esclusiva di qualcuno – a parte eccezioni temporanee
e parziali - e costituiscono la base del progresso dell'umanità.
L'economia immateriale è quella più densa di beni pubblici, come le
informazioni e le conoscenze, come il linguaggio, che sono il frutto della
produzione intellettuale sociale (general intellect). Ovviamente anche le
conoscenze possono essere ridotte a proprietà privata o statale, ma è, per così
dire, innaturale e costoso, e soprattutto inefficiente ridurle a beni esclusivi
e limitare la loro diffusione. La condivisione dei beni immateriali, come le
conoscenze e le informazioni, ha infatti una particolarità: genera la
moltiplicazione delle risorse di partenza. La conoscenza è sia un prodotto che
una materia prima, e quindi è una risorsa che può essere arricchita
all'infinito se circola senza vincoli e barriere. L'economia della conoscenza è
perciò un'economia dell'abbondanza che si contrappone all'economia materiale
della scarsità. Più gli scienziati e i ricercatori si scambiano conoscenze più
è facile che si creino nuove conoscenze e innovazioni e scoperte.
Dal nostro punto di vista occorre aggiungere che nella knowledge economy si
capovolgono allora radicalmente tutti i parametri dell'analisi economica
classica fondata sul mercato come sistema ottimale per allocare beni rivali e
scarsi. L'economia della conoscenza è infatti un'economia dai rendimenti
crescenti. Si rovescia il paradigma centrale del capitalismo, fondato sulla
proprietà esclusiva e sulla scarsità (o rivalità) delle risorse che si
consumano con l'uso, come i beni materiali. I tre pilastri del capitalismo -
proprietà privata, competizione e mercato - non caratterizzano anche questo
nuovo tipo di economia emergente, che al contrario si fonda sulle comunità (e
non sulla proprietà privata o su quella statale), sulla cooperazione, e sullo
scambio reciproco extra mercato. Paradossalmente sembra che il capitalismo
possa essere superato proprio grazie al settore più avanzato che ha generato,
quello della conoscenza [10].
L'economia policentrica e i semi-commons
Ostrom “ha scoperto” (e auspica) un'economia policentrica non più costretta al
dilemma privato o stato [11]: ma avverte anche che la questione della proprietà
è molto complessa e che non esistono solo la proprietà comunitaria, privata e
statale. In effetti i diritti di proprietà sono molto articolati e i tre tipi
di proprietà possono combinarsi e sovrapporsi. Sorge così una nuova categoria
di beni ibridi o semi-commons. In generale beni comuni e beni privati si
combinano tra loro, così come la rete Internet si combina con i personal
computer o i tablet individuali, o come le case private si combinano con le
strutture condivise di quartiere. Inoltre le risorse possono essere private o
statali in una certa fase storica e comuni in un'altra fase, in relazione alle
circostanze sociali, politiche e naturali.
Per esempio nel medioevo in alcune stagioni le terre erano comuni per il
pascolo, in altre erano private per l'agricoltura. Le risorse possono inoltre
diventare comuni o private anche in relazione alla loro scala dimensionale.
Quando le terre sono abbandonati è più facile che vengano gestite in maniera
comunitaria. L'acqua abbondante dei fiumi è un bene free access ma l'acqua nei
pozzi del deserto diventa un bene scarso che le diverse tribù, o le
corporations, cercano di controllare a loro beneficio. I beni possono quindi
essere comuni o privati non solo per le loro funzionalità intrinseche ma in
base ai differenti contesti naturali e sociali, e alla dimensione della loro
disponibilità.
Ostrom avverte però sulla necessità di non confondere i regimi di Common
Property con quelli Open-Access. I regimi open access, ad accesso libero, sono
quelli – come il mare aperto e l'atmosfera – in cui nessuno ha il diritto
legale di escludere altri; al contrario i regimi di common property sono quelli
in cui i membri di un determinato gruppo condividono la risorsa comune ma
dispongono anche dei diritti di esclusione dall'uso di quella risorsa. La sua
analisi è molto articolata: Ostrom identifica cinque distinti diritti di
proprietà che sono rilevanti specialmente per le common-pool resources, ovvero
l'accesso (access), lo sfruttamento delle risorse (withdrawal), la conduzione
(management), il diritto di esclusione (exclusion), e infine quello di
alienazione (alienation) [12].
- L'accesso consiste nel diritto di entrare in un'area e di godere benefici non
rivali (per esempio sedersi al sole o passeggiare)
- Lo sfruttamento riguarda la possibilità di fruire di beni rivali (come
l'acqua o i pesci)
- La conduzione riguarda il diritto di regolare l'uso delle risorse e di
trasformarle apportando delle innovazioni
- L'esclusione riguarda la possibilità di determinare che ha diritti di accesso
e di sfruttamento e come questi diritti possono essere trasferiti
- il diritto di vendita riguarda la possibilità di alienare o noleggiare i
diritti di management e di esclusione.
Ostrom avverte che generalmente per la scienza economica dominante il diritto
di proprietà si riduce al diritto di alienare un bene. Ma la proprietà comune
invece generalmente non comprende il diritto di vendita.
Inoltre Ostrom suggerisce che la questione dei beni comuni non è “arcaica” e
non riguarda solo beni e modi di produzione “marginali”, come i pascoli alpini
o le zone costiere di pesca, o “sorpassati e primitivi” come quelli dei paesi
del terzo mondo, ma riguarda anche Internet, l'ambiente, le scienze, il
software e le stesse aziende: queste ultime sarebbero infatti dei semi-commons,
dei sistemi ibridi che combinano beni privati esclusivi e beni comuni:
“The modern corporation is frequently thought of as the epitome of private
property. While
buying and selling shares of corporate stock is a clear example of the rights
of alienation at work, relationships within a firm are far from being
‘individual’ ownership rights. Since the income that will be shared among
stockholders, management, and employees is itself a common pool to be shared,
all of the incentives leading to free riding (shirking) and overuse (padding
the budget) are found within the structure of a modern corporation. Thus, where
many individuals will work, live, and play in the next century will be governed
and managed by mixed systems of communal and individual property rights” [13].
Enti economici autonomi e no profit per gestire i commons
Le analisi sui commons sono riprese dall'imprenditore sociale Peter Barnes.
Barnes suggerisce che per difendere e sviluppare i commons occorre che questi
siano dati in proprietà – ma senza diritto di alienazione - a delle fondazioni
no profit che abbiano per statuto come unico scopo sociale quello di
preservarli e svilupparli a favore delle comunità e delle generazioni future
[14]. Il riferimento di Barnes è L'Alaska Permanent Fund Foundation che ogni
anno remunera i cittadini con i dividendi derivati dai ricavi del petrolio
dello stato. In Italia la proposta di Barnes si sta concretizzando con il
progetto di fondazione del Teatro Valle di Roma – a cui tra l'altro Stefano
Rodotà sta dando un notevole contributo -. A Napoli avanza anche la
sperimentazione di forme partecipative tra cittadini e enti pubblici dopo la
vittoria del referendum sull'acqua. L'intuizione di Barnes è geniale: usa il
diritto borghese di proprietà privata per proporre di stabilire il diritto
delle comunità a gestire i patrimoni comuni, come le risorse ambientali (per
esempio l'acqua) e culturali (per esempio il copyright o i brevetti).
Naturalmente la questione cruciale è che le fondazioni o le altre forme
societarie, come le cooperative, siano controllate democraticamente dalle
comunità di riferimento e agiscano come fiduciarie responsabili in maniera
trasparente del loro operato verso le stesse comunità. In ogni caso enti
economici specifici autonomi dallo stato e dal settore privato, appartenenti a
un terzo (o a un primo, per importanza?) settore no profit, dovrebbero essere
proprietari esclusivi dei beni comuni, sia quelli materiali che immateriali, e
dovrebbero gestirli in favore delle diverse comunità locali, nazionali,
internazionali.
Il nuovo “terzo settore” dei beni comuni dovrebbe avere la proprietà giuridica
dei commons e gestirli e salvaguardarli in un'ottica di lungo periodo a favore
delle comunità interessate e delle generazioni future. Le organizzazioni no
profit potrebbero inoltre vendere sul mercato il surplus eventualmente
disponibile a prezzi equi e non discriminatori alle aziende private, e
potrebbero redistribuire i proventi alle comunità: in questo modo i cittadini
riceverebbero reddito e si favorirebbe anche la creazione di un mercato
competitivo e non monopolistico. Internet è l'esempio principale di bene
comune, non ha padroni e non è dello stato, ma è gestita direttamente dalla
comunità scientifica e dagli utenti; il free software, i programmi open source,
Wikipedia, il browser Firefox, e Creative Commons, l'organismo che gestisce i
diversi livelli di copyright, sono governati da fondazioni no profit. Esistono
anche numerose fondazioni che gestiscono beni culturali o che salvaguardano le
foreste e le risorse ambientali.
Il diritto ai beni comuni: critica alle concezioni giuridiche
Per gli economisti i beni comuni sono risorse condivise: per la maggioranza dei
giuristi (specialmente in Italia) i beni comuni sono invece, o devono
diventare, diritti universali. Per i giuristi i beni comuni non devono essere
ridotti a merci disponibili solo per chi ha il denaro per comprarli: sono
invece beni essenziali su cui lo stato ha diritti prioritari per assicurare la
loro disponibilità universale. Questa interpretazione è altamente meritoria
perché punta a garantire beni indispensabili per la sopravvivenza e lo sviluppo
dell'umanità sottraendoli a una logica di mercato e speculativa. D'altro lato
però, forse particolarmente in Italia, l'interpretazione giuridica dei commons
sorvola le analisi socio-economiche che da Ostrom in poi caratterizzano la
ricerca scientifica internazionale. L'interpretazione giuridica sembra
sottovalutare la questione cruciale della necessità di incoraggiare la gestione
diretta e cooperativa dei beni comuni da parte delle comunità e la costituzione
di enti economici no profit completamente indipendenti dallo stato e dalle
imprese private profit oriented.
Secondo uno dei principali giuristi italiani, caposcuola delle concezioni
giuridiche sui beni comuni ne nostro Paese, Stefano Rodotà - che, come si è
detto, ha il merito di avere “scoperto” per primo la questione complessa dei
beni comuni in Italia - “ ...si può dare una prima definizione dei beni comuni:
sono quelli funzionali all’esercizio di diritti fondamentali e al libero
sviluppo della personalità, che devono essere salvaguardati sottraendoli alla
logica distruttiva del breve periodo, proiettando la loro tutela nel mondo più
lontano, abitato dalle generazioni future. L’ aggancio ai diritti fondamentali
è essenziale” [15].
Rodotà sembra qui confondere i beni comuni, come i pascoli e Internet, con i
beni di merito, come il cibo e l'acqua, che hanno un particolare valore sociale
e che giustamente devono diventare diritti universali.
Dice Rodotà giustamente “Il punto chiave, di conseguenza, non è più quello
dell’“appartenenza” del bene, ma quello della sua gestione, che deve garantire
l’ accesso al bene e vedere la partecipazione di soggetti interessati” [16].
Questo è in effetti il vero punto centrale, che però viene successivamente
negato a causa della confusione tra beni comuni e beni open access.
Dice Rodotà “I beni comuni sono a titolarità diffusa, appartengono a tutti e a
nessuno, nel senso che tutti devono poter accedere ad essi e nessuno può
vantare pretese esclusive. Devono essere amministrati muovendo dal principio di
solidarietà. Indisponibili per il mercato, i beni comuni si presentano così
come strumento essenziale perché i diritti di cittadinanza, quelli che
appartengono a tutti in quanto persone, possano essere effettivamente
esercitati...” [17].
Abbiamo già visto che i beni comuni non sono necessariamente res nullius o beni
ad accesso aperto. E che non devono necessariamente essere gestiti in un'ottica
morale e di solidarietà, ma in un'ottica di cooperazione che combini interessi
individuali e di gruppo e che comporti efficienza e sostenibilità.
Dice Rodotà “(Per quanto riguarda Internet) la tutela della conoscenza in Rete
non passa attraverso l’individuazione di un gestore, ma attraverso la
definizione delle condizioni d’uso del bene, che deve essere direttamente accessibile
da tutti gli interessati, sia pure con i temperamenti minimi resi necessari
dalle diverse modalità con cui la conoscenza viene prodotta. Qui, dunque, non
opera il modello partecipativo e, al tempo stesso, la possibilità di fruire del
bene non esige politiche redistributive di risorse perché le persone possano
usarlo. È il modo stesso in cui il bene viene “costruito” a renderlo
accessibile a tutti gli interessati” [18].
A noi sembra invece che il problema non sia solo quello (ovviamente importantissimo)
di garantire l'accesso universale a Internet e alle conoscenze: la questione
fondamentale è che i diritti di gestione di questi beni comuni dovrebbero
essere affidati alle comunità di riferimento in modo da garantire concretamente
i diritti di accesso, altrimenti costantemente minacciati da gestioni private o
statali per loro natura tendenzialmente escludenti. La comunità di scienziati,
ricercatori, accademici e utenti che definisce gli standard di Internet – e che
quindi in un certo senso la controlla - reclama per esempio una gestione
multi-stakeholder e partecipata della Rete, ma esclude che questa possa essere
gestita dagli Stati, dagli organismi intergovernativi e burocratici dell'Onu, o
peggio direttamente dalle corporations. La questione dei diritti di proprietà è
basilare, ed è ovviamente squisitamente politica. Se i beni comuni vengono
gestiti dagli stati o dai privati diventano esclusivi e non inclusivi, anche
per quanto riguarda l'accesso e l'uso da parte dei cittadini. E i commons se
sono condotti dallo stato o dai privati non vengono gestiti in maniera
efficiente e produttiva ma in generale vengono sprecati.
Dice Rodotà a proposito dei commons “l’ accento non è più posto sul soggetto
proprietario, ma sulla funzione che un bene deve svolgere nella società.
Partendo da questa premessa, ....Non un’altra forma di proprietà, dunque, ma
«l’ opposto della proprietà», com’è stato detto icasticamente negli Stati Uniti
fin dal 2003....” [19]. Questa interpretazione sottovaluta il messaggio forte della
Ostrom: le comunità possono gestire i beni comuni meglio dei privati e dello
stato grazie alla cooperazione, e quindi conviene affidare i beni comuni a enti
economici controllati dalle comunità interessate alle diverse tipologie di beni
comuni [20]. Quando non è possibile che le comunità gestiscano direttamente i
commons, occorre comunque, sia sul piano dell'efficienza economica che sul
piano democratico, coinvolgerle a pieno titolo nella gestione dei beni comuni.
Conclusioni
Secondo noi la sinistra non dovrebbe solo difendere i diritti all'accesso ai
beni comuni e ai beni di merito, ma dovrebbe soprattutto impegnarsi per
attribuire alle comunità i diritti di proprietà dei commons – intesi non come
diritti all'alienazione dei beni, ma come diritto (o co-diritto) al loro
controllo strategico e alla loro gestione operativa –: e dovrebbe incoraggiare
la costituzione di un Terzo Settore di enti economici, come le fondazioni e le
cooperative, per la salvaguardia e lo sviluppo di beni comuni come l'ambiente,
la cultura, Internet, l'informazione; o comunque dovrebbe favorire la
partecipazione dei lavoratori e degli utenti negli organismi decisionali
privati e pubblici in cui si decidono i destini dei commons. La questione dei
beni comuni è quindi innanzitutto una questione di democrazia economica. In
questo senso credo che la sinistra debba approfondire le analisi della Ostrom
ed elaborare ulteriormente i suggerimenti di Peter Barnes.
NOTE
[1] Stefano Rodotà “Il valore dei beni comuni” La Repubblica, 5 gennaio,
vedi anche
http://www.teatrovalleoccupato.it/il-valore-dei-beni-comuni-di-stefano-rodota
[2] Elinor Ostrom, Governing the commons, Cambrige University Press 1988,
Governare i beni collettivi, Marsilio, 2006;
[3] Hess, C. e Ostrom, E. La conoscenza come bene comune. Dalla teoria alla
pratica, Milano, 2009, Bruno Mondadori
[4] Elinor Ostrom, Governing the commons, Cambrige University Press 1988
[5] Science 13 December 1968, Tragedy of the Commons, Garrett Hardin
[6] Vedi: Elinor Ostrom, i casi dei sistemi di irrigazione in Nepal e di
conservazione delle foreste nel mondo, Slide di presentazione di Beyond markets
and states: polycentric governance of complex economic systems, 2009
[7] Yochai Benkler La ricchezza della rete, 2007; e Enrico Grazzini, L'economia
della conoscenza oltre il capitalismo, Codice Edizioni, 2008
[8] Vedi Hess, C. e Ostrom, E. La conoscenza come bene comune. Dalla teoria
alla pratica, Milano, 2009, Bruno Mondadori
[9] Vedi anche Joseph Stiglitz, Knowledge as a Global Public Good, New York:
Oxford University Press, 1999
[10] Vedi Enrico Grazzini, Il Bene di Tutti. L'economia della condivisione per
uscire dalla crisi, Editori Riuniti, 2011; e L'economia della conoscenza oltre
il capitalismo, Codice Edizioni, 2008
[11] Vedi: Elinor Ostrom, Beyond markets and states: polycentric governance of
complex economic systems, discorso tenuto in occasione del premio Nobel, 8
dicembre 2009
[12] Elinor Ostrom, Private and common property rights, 2000
[13] Elinor Ostrom, Private and common property rights, 2000
[14] Peter Barnes, Capitalismo 3.0, Egea, 2006
[15] Stefano Rodotà “Il valore dei beni comuni” La Repubblica, 5 gennaio,
vedi anche
http://www.teatrovalleoccupato.it/il-valore-dei-beni-comuni-di-stefano-rodota
[16] Idem
[17] Idem
[18] Idem
[19] Idem
[20] Il messaggio forte della Ostrom e della teoria dei beni comuni sembra
essere stato sottovalutato anche dalla Commissione sui Beni Pubblici presieduta
da Stefano Rodotà, istituita dal Ministero della Giustizia nel giugno 2007 per
elaborare uno schema di legge delega per la modifica delle norme del codice
civile in materia di beni pubblici. La Commissione è stata istituita per la necessità di
azioni concrete e urgenti sul debito pubblico: in pratica si trattava di capire
quali beni pubblici rendere indisponibili per il mercato e invece quali
valorizzare adeguatamente per tentare di affrontare il problema dell'enorme
debito pubblico che affligge l'economia italiana.
La
Commissione ha distinto i beni in tre categorie: beni comuni,
beni pubblici, beni privati. Per la prima volta ha quindi meritoriamente
previsto la specifica categoria dei beni comuni: in particolare per la Commissione i beni
comuni sono “delle cose che esprimono utilità funzionali all’esercizio dei
diritti fondamentali nonché al libero sviluppo della persona. I beni comuni
devono essere tutelati e salvaguardati dall’ordinamento giuridico, anche a
beneficio delle generazioni future. Titolari di beni comuni possono essere
persone giuridiche pubbliche o privati. In ogni caso deve essere garantita la
loro fruizione collettiva, nei limiti e secondo le modalità fissati dalla
legge”. La commissione Rodotà quindi propone la fruizione collettiva dei beni
ma non esplicitamente la proprietà e/o la gestione comunitaria. Nei testi della
Commissione le comunità non vengono mai citate. Secondo la Commissione sono beni
comuni, tra gli altri: i fiumi i torrenti e le loro sorgenti; i laghi e le
altre acque; l’aria; i parchi come definiti dalla legge, le foreste e le zone
boschive; le zone montane di alta quota, i ghiacciai e le nevi perenni; i lidi
e i tratti di costa dichiarati riserva ambientale; la fauna selvatica e la
flora tutelata; i beni archeologici, culturali, ambientali e le altre zone
paesaggistiche tutelate. Sono beni che soffrono di una situazione altamente
critica, per problemi di scarsità e di depauperamento e per assoluta
insufficienza delle garanzie giuridiche”. Ma questa definizione di beni comuni
sembra confondere i commons con i beni ad accesso libero e quindi si allontana
e diverge fondamentalmente da quella della Ostrom.
Secondo la Commissione
i beni comuni non rientrano stricto sensu nella specie dei beni pubblici poiché
sono a titolarità diffusa, potendo appartenere non solo a persone pubbliche ma
anche a privati. Alla tutela giurisdizionale dei diritti connessi alla
salvaguardia e alla fruizione dei beni comuni ha accesso chiunque. Salvi i casi
di legittimazione per la tutela di altri diritti ed interessi, all’esercizio
dell’azione di danni arrecati al bene comune e’ legittimato in via esclusiva lo
Stato. Allo Stato spetta pure l’azione per la riversione dei profitti. Lo stato
resta quindi per la
Commissione, il principale referente dei beni comuni. Occorre
tuttavia sottolineare che le coraggiose proposte della Commissione non sono state
accolte dal legislatore e dai successivi governi.
MicroMega online (6 maggio 2012)

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