Battisti e la Francia l'ignoranza militante
Il disprezzo delle istituzioni, della Costituzione, della magistratura, accomuna perversamente tanti intellettuali francesi e Berlusconi: stessi attacchi ai giudici e ai "teoremi giudiziari", stesso istinto a parlare di Battisti come di un accusato o un capro espiatorio e non di un condannato.
La lettera più difficile, più scabrosa, Bernard-Henri Lévy
avrebbe dovuta scriverla non al Presidente Lula ma, informandosi sulla storia
italiana, al Presidente Napolitano. Non mi consta l'abbia fatto. Il gesto più
difficile e scabroso sarebbe stato quello di visitare, oltre a Cesare Battisti,
le sue vittime. Non mi consta abbia fatto neanche questo. Né che abbiano fatto
cose simili Philippe Sollers, Daniel Pennac, Fred Vargas, e i tanti francesi
che guardano all'Italia come a un paese di scimmie, privo di magistrati
dignitosi: bellissimo e incivilissimo, diceva Stendhal.
I francesi in questione sono esteti e assai selettivi: contro la mafia o la
cultura dell'illegalità dilatata da Berlusconi, mai alzano la voce.
Usiamo la parola scabroso perché letteralmente deriva da scavare, cercare sotto
la superficie. Con le sue dichiarazioni giubilanti e la lettera a Lula, Lévy
pensa d'aver pensato, chiude il ragionamento in un boccale come una pietanza
che si riscalda di tanto in tanto. Non ha preso neppure una pala, per smuovere
la terra alla maniera in cui Rilke, meditando il buio, "ascolta come la
notte s'inconca e s'incava". Danza sulla superficie, imbocca le vie più
facili presumendole anticonformiste. Crede di cantare fuori da un coro. Azioni
del genere screditano gesti compiuti da lui e altri: in Bosnia, Cecenia,
Ruanda. L'accostamento del volto di Sakineh a quello di Battisti, sul suo sito,
è empietà. Mostra un'incapacità radicale a comprendere il male inflitto
all'innocente. Non è il vero sofferente che interessa, quando il fascino
esercitato da un assassino è così trascinante, compiaciuto. André Glucksmann,
vicino a Lévy, non ha mai cantato in questo coro.
Battisti non è neppure un terrorista, per chi lo sostiene. Lévy lo chiama un
"ancien enragé divenuto scrittore". Gli enragés (letteralmente:
"gli arrabbiati") furono i più estremisti nella Rivoluzione francese.
Philippe Sollers lo battezza "eroe rivoluzionario". Altri, citando
Céline, confutano i verdetti emessi contro "un uomo senza importanza
collettiva, un semplice individuo", come se la giustizia concernesse altro
che l'individuo. Il solo esser divenuto scrittore lo trasfigura, l'assolve. Lo
tramuta in intellò, come se il titolo bastasse per issarlo all'altezza di Zola
e di chi, tra il 1895 e il 1906, difese il capitano Dreyfus.
Il fatto, sempre che i fatti contino, è che Battisti non è solo un intellò. Fu
un criminale comune fino a quando per comodità si mascherò da rivoluzionario,
aderendo ai Pac (Proletari Armati per il Comunismo).
Scappato dal carcere, fu condannato in contumacia per aver ucciso tre uomini e
concorso a un quarto omicidio, fra il '78 e il '79, e nei tre gradi di giudizio
fu assistito da avvocati da lui istruiti. Nell'81 era fuggito a Parigi
profittando della dottrina Mitterrand, abiettamente travisata. In realtà il
Presidente fu chiaro, quando l'espose il 22 febbraio e il 20 aprile '85:
l'asilo offerto escludeva tassativamente "chi si era macchiato di crimini
di sangue" o di "complicità evidente in vicende di sangue", e
riguardava i fiancheggiatori dissociati dal terrorismo.
Gli intellettuali mobilitatisi per Battisti si immaginano eredi non solo dei
dreyfusardi ma dei moralistes francesi vissuti fra il '500 e il '700. I
moralisti non facevano la morale ma descrivevano la storta natura dell'uomo, a
cominciare dalla propria, con impietosa ironia. Penso a Montaigne, La Rochefoucauld,
Pascal, Vauvenargues, Chamfort. Nei pretesi loro eredi non è mancato questo
sguardo spietato e anticonformista, quando hanno fustigato il proprio esser
comunisti: i "nuovi filosofi" hanno capito Solženicyn assai prima
degli italiani, dei tedeschi. Ma uno strabismo singolare li affligge: ben più
arduo, se non impossibile, è approfondire ancor più l'esame di sé. Quando
maneggiano il concetto di rivoluzionario o di intellettuale, l'acume
diminuisce. Aver ghigliottinato un re è motivo immutato d'orgoglio, che li
rende superiori a ogni europeo.
Anche l'universalismo, di cui i francesi si vantano, li rende ciechi ai propri
limiti, incapaci di apprendere. Il loro contributo all'unione europea è un
impasto di universalismo decorativo e nazionalismo effettivo. Ci sono princìpi
a tal punto sacralizzati da ossificarsi e perire come stelle che per noi
brillano nonostante siano morte da tempo. Molte dispute intellettuali avvengono
tra francesi. Non parlano all'Europa né al mondo, verso i quali l'ignoranza è
spesso abissale.
È l'ignoranza militante che provai a descrivere il 14 marzo 2004 su Le Monde,
in una lettera aperta su Battisti agli amici francesi, ma si sa che le parole
informative non servono quando non si vuol sapere e si vive nel performativo
(basta che io dica una cosa e la cosa è, anche se contraddetta dai fatti). Quel
che si vuol ignorare è come funziona la giustizia in Italia, la sua
indipendenza ben più solida che in Francia, la lotta che i magistrati conducono
contro la mafia, la corruzione, la politica ridotta a lucro privato. È
un'ignoranza non ingenua ma attivisticamente coltivata. Ebbe forme analoghe
anche nel '68: un '68 che i francesi, più saggi, hanno saputo frenare prima che
degenerasse in terrorismo. Essendosi tuttavia fermati in tempo, nulla sanno dei
suoi baratri, del valore della legalità. Non a caso parlano lo stesso
linguaggio di tanti marxisti finiti con Berlusconi. Lo spirito libertario del
'68, lo hanno stravolto facendosi libertini. Il disprezzo delle istituzioni,
della Costituzione, della magistratura, accomuna perversamente tanti intellettuali
francesi e Berlusconi: stessi attacchi ai giudici e ai "teoremi
giudiziari", stesso istinto a parlare di Battisti come di un accusato o un
capro espiatorio e non di un condannato. Non stupisce che qualche mese fa
Berlusconi abbia confidato a un ministro: "Battisti è un personaggio
orribile, e non capisco perché dovremmo fare i salti di gioia alla prospettiva
di doverlo mantenere noi per anni nelle nostre galere".
Rivolgendosi agli italiani, Lévy ci invita a "voltare la pagina degli anni
di piombo", o almeno a pensarli "senza passione, con equità, evitando
la terribile logica del capro espiatorio". È una solfa che gli italiani
conoscono: meglio voltar le pagine del fascismo, delle stragi, di Mani Pulite,
dell'omicidio di Falcone, Borsellino, delle loro eroiche scorte. Ma le pagine
si voltano ricordando e facendo giustizia (la clemenza viene dopo i verdetti),
altrimenti restano lì, infezione letale. Oppure le si gira e basta, come fanno
gli scemi o gli arruolati dell'Ignoranza, due categorie così affini. Persino
Gesù faticava, con gli stupidi. C'è un suo detto islamico, citato da Sabino
Chialà, che confessa: "Gli storpi li ho guariti, i ciechi pure. Con gli
stupidi non sono riuscito" (I detti islamici di Gesù, Mondadori). Di
ignoranza militante e ebete non abbiamo bisogno che venga da fuori: ne abbiamo
già tanta in casa. L'amalgama creatosi fra terrorismo, mafia, corruzione,
sprezzo della magistratura: non è una vecchia pagina da voltare. È il presente
limaccioso che viviamo.
Tutte queste vicende i francesi non le capiscono. Pur avendo compiuto la
rivoluzione e chiamato ogni uomo allo stesso modo - citoyen
- lo spirito di casta è tenace. Se sei un intellettuale hai speciali
immunità, anche se hai ammazzato tua moglie come il filosofo Althusser. Già
Tocqueville trovava intollerabile la mistura francese tra politici e letterati.
Fa parte dell'astrattezza letteraria (la più obbrobriosa forse) considerare gli
ex terroristi come sconfitti, vinti dalla storia. Sconfitto è chi esce battuto
essendo stato un combattente, regolare o guerrigliero, o un vero enragé. Gli si
deve rispetto: con lui si ricostruirà un ordine. Gli anni di piombo non sono
stati una guerra civile. Sono stati una storia criminale, come gran parte della
storia italiana.
http://www.repubblica.it (05 gennaio 2011)

Precedente: Se un Senatore dice cose di sinistra








