Banche, ragioni del mercato e responsabilità sociale
La crisi in atto ha [...]evidenziato tutte le criticità e i rischi impliciti nell'affermarsi di una logica di business improntata alla sola massimizzazione dell'efficienza e del profitto.
Il sistema bancario italiano è stato protagonista, nell'ultimo quarto di
secolo, di due radicali trasformazioni. Normalmente si focalizza l'attenzione
sul fenomeno delle grandi concentrazioni e della crescita dimensionale dei
gruppi bancari, avvenuta principalmente nel trascorso decennio. Ma c'è un'altra
svolta, ancor più importante, che ha preceduto quella degli assetti societari e
bancari, e sulla quale voglio richiamare l'attenzione: è la svolta
giuridico-istituzionale, rappresentata dal passaggio da una concezione
essenzialmente pubblicistica dell'attività bancaria al riconoscimento della sua
natura di attività imprenditoriale e privatistica, proiettata, in quanto tale,
alla ricerca del profitto e dell'incremento di valore per gli azionisti.
Vigente il sistema precedente, come ben ricordiamo, la proprietà era
prevalentemente pubblica: al punto che la strenua difesa della proprietà
privata dell'Ambrosiano, venticinque anni fa, da parte di Andreatta e Ciampi fu
motivata dal fatto che si trattava dell'unico gruppo privato di un certo
rilievo nel sistema.
Grazie anche all'impulso determinante delle Direttive comunitarie, il
legislatore nazionale si è impegnato in una serie di interventi che hanno
profondamente modificato struttura e fisionomia degli intermediari bancari.
Non intendo soffermarmi in questa sede sulle importanti tappe che hanno segnato
il passaggio dal riconoscimento formale della natura imprenditoriale
dell'attività bancaria ad una sua affermazione sostanziale. Mi preme invece
ribadire che si è trattato di un passo fondamentale e di una conquista da
considerare definitiva e irreversibile (ma che potrebbe venire surrettiziamente
intaccata se non fosse garantita la piena indipendenza delle Authorities
preposte al settore).
È facile constatare che lo stesso processo di aggregazioni e di crescita delle
banche italiane è una conseguenza di tale svolta giuridico-istituzionale,
giacché senza di essa non avrebbe potuto realizzarsi.
Ma, una volta riconosciuta alla banca la natura di impresa, si pone un
interrogativo: è un'impresa uguale a tutte le altre?
Nella primavera dell'anno scorso, prima che si avvertissero i segnali del
terremoto che ha sconvolto il mondo bancario americano, io ebbi occasione di
sostenere in un incontro pubblico che esistono due diversi modi di concepire
l'attività bancaria: un modello che io definii "americano", incalzato
da una logica di mercato competitiva e quasi spietata, che addita come "imperativo
categorico" ai manager il continuo incremento dei profitti e del valore
per gli azionisti. Un diverso modello, più consono alla tradizione europea, è
quello secondo cui l'intermediario bancario, pur perseguendo gli obiettivi
dell'efficienza e della redditività, da cui necessariamente dipende il successo
aziendale, è consapevole della responsabilità sociale che grava sull'impresa
bancaria e se ne fa carico.
Affermai allora che, se il primo modello era quello che si stava imponendo nel
mondo, le nostre banche avrebbero fatto bene a non discostarsi dal secondo, in
quanto all'attività creditizia ineriscono alcuni fondamentali interessi di
carattere generale, la cui tutela deve conciliarsi con l'obiettivo del profitto
e dell'incremento del valore. Secondo il modello da me definito
"americano", quest'ultimo obiettivo è invece divenuto il fine non
solo primario ma anche esclusivo dell'impresa bancaria, non diversamente da
quanto si verifica per ogni altra impresa.
A partire dagli anni Settanta, sulla scia di Milton Friedman e del suo
"monetarismo", cioè sulla base del duplice postulato che la molla di
ogni attività economica sia l'interesse egoistico degli individui e che il
mercato sia in grado da solo di regolare la speculazione, la logica dominante
ha imposto anche ai grandi manager bancari il mandato - divenuto per gli stessi
bussola unica e assillo quotidiano - di perseguire traguardi sempre più
ambiziosi di bilancio e di redditività. È questa, a ben vedere, la ragione
ultima che ha spinto molte istituzioni bancarie ad allontanarsi sempre più
dall'attività tradizionale di intermediazione per assumere con forte leva
finanziaria posizioni di elevato rischio.
Pressate dalla ricerca esasperata di guadagni e profitti a breve termine, le
banche hanno sviluppato in misura abnorme operazioni finanziarie non più legate
a rapporti diretti con la clientela. Le innovazioni che si sono prodotte in un
mercato finanziario poco regolamentato e agevolato da politiche monetarie
espansive hanno favorito questo processo. Si è prodotto, insieme a una abnorme
crescita degli attivi bancari, un eccezionale aumento dei livelli di rischio
sistemico.
La crisi in atto ha quindi evidenziato tutte le criticità e i rischi impliciti
nell'affermarsi di una logica di business improntata alla sola massimizzazione
dell'efficienza e del profitto.
È giusto che il mercato pungoli i manager bancari e diventi il metro a cui
commisurare l'efficienza delle banche, così come accade per ogni settore
economico. Ma non occorre affrontare il problema apicale se al mercato possa o
meno attribuirsi il ruolo di regolatore supremo dei rapporti economici per
riconoscere che nel settore del credito si presenta un'esigenza pregiudiziale:
quella che siano tutelati gli interessi pubblici coinvolti nell'attività di
impresa e che ne definiscono, appunto, la specificità. Questa specificità
consiste nella sua rilevanza e utilità sociale.
Dev'essere assolutamente chiaro che un'affermazione come
questa non va intesa nel senso di mettere in discussione la natura privatistica
dell'attività creditizia. Si tratta solo di riconoscere che alle banche compete
una speciale responsabilità in ragione degli interessi generali che sono
sottesi all'esercizio del credito.
Ma in che cosa consistono questi interessi pubblici o generali e in che senso
si può farne carico a soggetti privati? So bene che parlare di interessi
generali (una terminologia, peraltro, mutuata da illustri banchieri del
passato) significa avvalersi di categorie concettuali che sul piano scientifico
richiederebbero un'approfondita elaborazione; ma, nella sostanza, ciò che
importa affermare è che l'esercizio del credito coinvolge una sfera di
interessi che si estende oltre quello degli stakeholder direttamente legati
all'attività dell'impresa.
Il primo e più evidente interesse pubblico coinvolto è quello riguardante la
tutela del risparmio - un principio codificato, in modo esplicito, dall'art. 47
della nostra Costituzione - nelle diverse forme assunte dalla raccolta
bancaria. La protezione degli interessi dei risparmiatori appare infatti così
importante che, nella generalità degli ordinamenti, la loro compromissione dà
luogo a interventi pubblici di salvaguardia. Ma non meno fondamentale, come
vedremo, è la funzione di allocazione del risparmio stesso attraverso la
selezione e la concessione di finanziamenti alle imprese e alle famiglie.
Tra le categorie di interessi generali coinvolti dall'agire bancario, una delle
più significative è in ogni caso quella che fa riferimento alle comunità
territoriali in cui le banche operano e in cui trovano le loro radici.
La storia e gli statuti originari di molte banche pubbliche, ma pure di alcune
private, attestano che l'obiettivo di contribuire allo sviluppo economico e
civile del territorio di appartenenza ha fatto parte del mandato attribuito ai
banchieri, in piena consonanza con l'obiettivo di realizzare profitti a
vantaggio degli azionisti.
Senza trascurare le molteplici iniziative che le banche assumono al di fuori
del proprio core business (come sono gli interventi di ordine culturale e sociale,
dei quali si dà notizia ai soci attraverso i bilanci sociali), l'eredità delle
nostre banche appare ricca di testimonianze che dimostrano come le esigenze di
ordine tecnico e reddituale dell'impresa possano ben coniugarsi con le attese
di crescita economica e civile della comunità di riferimento. Basti ricordare,
a titolo di esempio, come l'attenzione e la sensibilità manifestate da
banchieri illuminati di fronte al contesto del loro tempo abbiano prodotto
l'elevazione sociale di categorie che prima non avevano accesso al credito,
ovvero la crescita dell'economia del territorio mediante l'invenzione di
appositi strumenti tecnici (un caso per tutti è quello dello straordinario
sviluppo della piccola e media industria lombarda, essenzialmente originato
dalla creazione di un istituto "ad hoc", il Mediocredito Lombardo).
Ma anche nel mondo d'oggi il radicamento territoriale, ossia la capacità di
interpretare e soddisfare le esigenze della comunità di riferimento - che si
tratti di comunità locali ovvero, per le banche operanti sull'intero territorio
nazionale, della stessa comunità nazionale - è un requisito ambito da tutti gli
istituti, in quanto giudicato indispensabile per realizzare al meglio i propri
obiettivi aziendali.
Ed è proprio su questo terreno che si possono rivelare le doti di coraggio e di
fantasia dei manager bancari. Si tratta di qualità rare, ma sono quelle che
fanno grandi gli imprenditori, oggi come in passato.
Come sono coinvolti gli interessi generali nelle diverse forme in cui si esplica
l'attività bancaria? La fase della raccolta e della gestione del risparmio è,
per sua natura, soggetta ad una regolamentazione più stretta e vincolante,
mentre quella degli impieghi e dei finanziamenti è più affidata al senso di
responsabilità degli operatori. Ma ciò non significa affatto che questa seconda
sia meno rilevante dal punto di vista dell'interesse pubblico. Anzi, a ben
vedere, risulta che la tutela normativa del risparmio ha un carattere
prevalentemente difensivo, mentre l'allocazione del risparmio stesso può
influire in modo determinante sulla crescita economica e sociale del Paese.
Nell'attività di erogazione del credito si evidenzia l'importanza decisiva che
può assumere la professionalità e la capacità di visione delle banche nel
decidere l'affidabilità delle imprese clienti. Pensiamo ai tanti interventi
effettuati dalle nostre banche negli ultimi anni per sostenere alcune grandi
aziende e una miriade di aziende di piccole e medie dimensioni, sia nelle fasi
di crescita sia in quelle di difficoltà.
Il sistema industriale italiano sta vivendo una fase assai critica di
trasformazione, che richiede risorse, investimenti e innovazione. È in questo
servizio di consulenza - che rappresenta una nuova e sempre più importante
dimensione della tradizionale attività di intermediazione creditizia - che le
banche dovranno sempre più impegnarsi, aiutando il management a selezionare le
opportunità e i rischi posti dal nuovo scenario competitivo.
Da quanto sin qui detto risulta che la libertà di cui gode il
manager bancario, nelle scelte volte a perseguire gli obiettivi reddituali
dell'impresa, dovrebbe sempre accompagnarsi all'ambizione di far crescere
intorno a sé un'economia sostenibile. È in questa attitudine, come ho detto,
che si manifesta la specificità dell'operatività bancaria.
È possibile, a questo punto, giungere ad alcune asserzioni conclusive.
e Il senso di responsabilità sociale del banchiere, di cui si è qui parlato,
non è soltanto un generico richiamo all'etica, alla trasparenza e alla correttezza
nelle scelte gestionali. È consapevolezza dell'esistenza degli "interessi
generali" coinvolti dall'agire della banca: ed è quindi correlata
responsabilità.
Nell'esercizio dello spazio di libertà che spetta ai manager è normale ed è del
tutto legittimo che gli stessi diano risposte diverse in funzione delle loro
diverse professionalità, disponibilità all'assunzione di rischi, capacità di
visione degli interessi generali.
Quello che si può affermare con certezza, nella prospettiva qui tracciata, è
che il fatto di occuparsi degli interessi generali da parte degli intermediari
bancari non significa affatto uscire dal proprio ambito istituzionale e
impropriamente "fare politica". Farsi carico di tali interessi
rientra, al contrario, nei loro compiti professionali.
È soltanto quando non si rispettano le regole di professionalità che si
traligna dall'ordine dell'imprenditorialità e della deontologia bancaria.
Il farsi carico - nei termini indicati e rigorosamente entro i confini segnati
dalla competenza professionale - delle esigenze del tessuto sociale di
riferimento, risulta connaturato all'attività bancaria; ma proprio da ciò
deriva l'esigenza che le banche tornino a concentrare la loro attività sul core
business dei rapporti diretti con la clientela: in altri termini, sui rapporti
che danno luogo a contratti "personali" piuttosto che a contratti
"impersonali". È il tema del ritorno alla intermediazione bancaria in
senso proprio.
L'interpretazione qui proposta - secondo cui le banche, pur essendo soggetti privati
si fanno carico di interessi generali - incontra difficoltà ad essere accettata
e condivisa. Ciò si spiega per il sussistere di una ideologia (di stampo
marxista, ma non solo) che riconosce esclusivamente allo Stato la titolarità e
la competenza a realizzare gli interessi pubblici. Un'ideologia che risulta
definitivamente superata dai principi fondativi della nostra Costituzione, che
attribuiscono a tutti i cittadini il compito di concorrere al progresso
materiale e spirituale della società.
Resta da chiarire un ultimo punto.
Negli spazi in cui gli interessi generali non sono tutelati dall'ordinamento -
ossia la loro soddisfazione non è oggetto di regolamentazione giuridica, ma è
affidata soltanto alla libertà dell'operatore -, che significato può avere
parlare di una "responsabilità sociale" dell'impresa bancaria? Ed è
pensabile che, per corrispondere alle esigenze e alle attese della comunità, i
manager bancari operino scelte tali da incidere sulla redditività e sul valore
del titolo sul mercato?
Questo è il nodo centrale della questione. Ma questa è anche la scommessa
decisiva da affrontare e da vincere. Non si tratta affatto di rifiutare la
logica del mercato, ma di credere che la clientela e gli utenti dei servizi
offerti dalla banca - e quindi in definitiva, il mercato stesso - finiscano
sempre per apprezzare e premiare le scelte fatte: se non immediatamente, in un
tempo ragionevole e comunque compatibile con le esigenze e le regole stringenti
del mercato.
Non credo che in questa visione sia presente una dose eccessiva di utopia.
Penso infatti che tanti casi di successo, nel passato e nel presente,
confortano a credere nel realismo di questa prospettiva, senza la quale,
d'altronde, non sarebbe possibile confidare nella tenuta e nella crescita del sistema.
Anche perché, a proposito del mercato, una cosa va detta con chiarezza: non può
avere un futuro una logica capitalistica che incalza le imprese in modo
parossistico, esigendo profitti e misurando i risultati in tempi sempre più
brevi, incompatibili con i tempi e i ritmi che vanno osservati in ogni settore
della vita umana, individuale e sociale, politica ed anche economica.
Giunto a questo punto, sono indotto a chiedermi se quanto è stato detto sul
tema dell'attività bancaria non valga, sia pure in misura e modi diversi, anche
per altri comparti economici.
In effetti, sono convinto che la questione posta al centro delle riflessioni
fin qui esposte sia la questione nevralgica su cui si gioca il destino del
capitalismo contemporaneo. E che, pertanto, torna oggi di attualità una
distinzione che negli ultimi anni sembrava travolta e annichilita dalla
corrente di pensiero dominante: la distinzione tra la via di un capitalismo,
per così dire, "temperato" - come quello che trova espressione nella
formula dell' "economia sociale di mercato", consacrata nella
Costituzione tedesca e parzialmente accolta nella Carta europea - e la via di
quel capitalismo americano che sembrava essere diventato il codice unico e
irresistibile della globalizzazione.
Da http://www.ilsole24ore.com 14 agosto 2008

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