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Attivista disgregante

Storie di vita vissuta. Ungheria 1972

 

 

Il tesseramento al partito comunista ungherese (Magyar Szocialista Munkáspárt (MSZMP) che solo nel nome portava la dicitura socialista, negli anni ‘70 avveniva attraverso modalità per niente definite.

C’erano ovviamente gli iscritti per l’appartenenza ideologica. Pochi per la verità, come si potrà evincere dal salasso post ’89, quando dagli quasi 900000 iscritti ne sono rimasti solo 50 mila.

Poi c’erano – forse i più odiosi – i “primi della classe", quelli che subodorando dei vantaggi personali chiedevano la tessera e venivano placidamente accontentati. Credo, che gli appartenenti al gruppo dei responsabili dell’odierno parlamento italiano, abbiano caratteristiche molto simili a quei personaggi.) Janos Kadar dopo la faticosa consolidazione post ’56, già negli anni ’70 aveva espresso dei dubbi circa l’enorme numero degli iscritti al partito, tuttavia dopo una simbolica epurazione di poche decine di persone palesemente compromesse con lo spirito comunista, di fatto, la selezione non è stata modificata.

C’erano infine i tesserati per forza. Sovente si trattava di dirigenti di aziende che avevano le competenze specifiche necessarie per svolgere il loro lavoro in modo eccellente, ma lasciavano a desiderare da un punto di vista ideologico. Allora erano invitati per dei colloqui che avevano una sola finalità, convincerli ad entrare nel partito. Possiamo anche dire, che si trattava di ricatti puri e semplici, come per esempio nel caso di mio padre, che per diventare il direttore di un poliambulatorio, doveva entrare nel partito. Punto e basta.

Talvolta, le nomine ai posti di commando funzionavano all’incontrario: si tralasciava la competenza lavorativa e si premiava l’ideologia. Capitava non di rado che compagni fidati benché analfabeti completi dovessero dirigere aziende con migliaia di dipendenti. Erano i dirigenti peggiori, perché compensavano i loro limiti professionali – cui erano perfettamente consapevoli – con l’arroganza.

E poi c’erano i sognatori….come me. Che volevano iscriversi al partito per “aggiustare” l’andazzo, per ristabilire principi marxisti, per dare un contributo reale alla costruzione del socialismo.

Avrei dovuto capire già al liceo di non essere esattamente il prototipo del comunista modello, visto la poco  brillante valutazione in “Le basi della nostra coscienza”, ma non mi lasciai scoraggiare da un voto mediocre. Ero convinta che la colpa fosse stata del professore, una persona oggettivamente alquanto mediocre, che non era in grado a comprendere il mio essere comunista, la mia definitiva scelta di campo.

Credo però che a questo punto devo spiegarvi cosa trattava questa materia dal nome cosi impegnativo: “Le basi della nostra coscienza”.

 

Un mix tra religione e filosofia. Religione in quanto dogma e filosofia strumentale al sostegno delle idee marxiane. Una specie di trippa per gatti: una superficiale infarinatura di filosofia, ma solo se poteva servire allo scopo finale, altrimenti i più grandi pensatori non erano nemmeno menzionati. Per intenderci mancavano quasi tutti i filosofi della Grecia classica….mentre abbiamo fatto indigestione con Hegel, che manco mi piaceva molto.

Si studiava la lezione del giorno e se la ripetevi come un pappagallo, avevi un buon voto. Se ponevi dei dubbi, la valutazione scendeva.

Le basi della coscienza dell’”uomo nuovo” dovevano essere granitiche. Granitiche per la forza di accettazione supina, certo non come crescita personale. E’ inutile ad aggiungere che in un contesto del genere gli ipocriti risultavano i migliori studenti. Lezioni di filosofia che insegnavano che il dubbio era danno, era la violazione stessa della filosofia.

Comunque, per niente scoraggiata da queste incongruenze, a vent’anni, da studentessa in Polonia chiesi la tessera del partito comunista.

Fui convocata a Varsavia, all’ambasciata ungherese per il colloquio preliminare. Mi ero preparata come se si trattasse di un esame. Rilessi Marx, Lenin, ma anche Hegel, Luxemburg, qualche sociologo polacco, feci pure una breve nota critica sullo stato di cose, tra cui sui limiti dell’insegnamento di marxismo. Parti dunque, è il caso di dirlo, con coscienza “granitica”. Dio mio...avevo solo vent'anni!

Il colloquio alla fin fine risultò deludente. Domande di rito che non permettevano risposte esaurienti, i miei dubbi – prima di tutto: come si estinguerà la dittatura del proletariato, che prevede comunque strumenti di controllo fortissimi per trasformarsi placidamente in uno stato senza classi, senza apparati repressivi? – furono accolti con sorrisi di sufficienza e senza risposta. Non mi fecero nemmeno finire di leggere la nota sulle incongruenze del sistema (corruzione, abusi di potere, censura). Una sola persona, il segretario del consolato aveva mostrato una certa attenzione benevola facendomi pure alcune domande intelligenti, peccato, che – come potei costatare successivamente - il suo interessamento era rivolta a me, solo in quanto donna e della mia “granitica coscienza comunista “ se ne strafregava.

Al colloquio terminato mi chiesero di aspettare fuori, mentre la commissione decideva l’esito della mia richiesta.

Discussero parecchio, quasi un’ora. Nel frattempo una cameriera mi servi del caffè, pasticcini, ma sul vassoio che aveva portato dentro la sala c’era anche una bottiglia di vodka e bicchierini.

Il “verdetto” fu breve. Non avevo superato l’esame. Mi definirono “Una potenziale attivista disgregante, di cui il partito non aveva bisogno.”.

Strano, ma non mi sentìi umiliata. Un poco cretina si, ma non umiliata.

-         Compagni, ci rivedremo presto! – li salutai.

Beh….di anni ne sono passati tanti, almeno 15, quando finalmente ho preso la mia prima tessera di partito, quella di Rifondazione comunista. Me la concessero senza alcun esame.

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