Attenti agli sciacalli
Come distinguere tra loro, dunque, le opere dei persuasi da quelle dei retori (e tra i retori, dei veri e propri sciacalli)?
Non è così difficile distinguere tra coloro che, pieni di
buona volontà, cercando di investigare, raccontare e denunciare le storture del
contesto italiano o globale, lo fanno perché questo va atrocemente di moda, e
quelli che lo fanno per una persuasione profonda e non di superficie. La parola
persuasione viene dal linguaggio capitiniano (di Capitini è stato appena
ripubblicato da Laterza un grande libro di straordinaria valenza politica
proprio in rapporto al nostro oggi, Religione aperta) e sa di messa in
discussione radicale del modo di stare al mondo e reagire alla storia e mi
sembra sia da preferire alla parola indignazione, che sa di reazioni umorali e
non di convinzioni profonde. Capitini la mutuò dal saggio di Michelstaedter La
persuasione e la retorica (Adelphi), e il contrario di persuasione è appunto
retorica. Ci sono dunque i persuasi e i retori tra coloro che investigano,
raccontano e denunciano, e i retori sono la stragrande maggioranza.
I retori sono oggi anche coloro che, cambiando il vento, dopo aver retto la
scena negli ultimi decenni, vogliono rimanere a galla e si adeguano, non
diversamente da quei finanzieri, economisti, politici e alti funzionari che,
dopo aver precipitato il mondo in una crisi da cui usciremo, se usciremo, con
le ossa rotte, continuano paradossalmente a gestir loro la cosa pubblica e la
finanza privata e a indicare loro le soluzioni alla crisi, a decidere loro cosa
deve andar bene per noi, per tutti. (E come non vedere, in queste settimane,
l’affermarsi di nuove forme di imperialismo economico, in Europa e nel mondo,
come reazione allo sfascio delle classi dirigenti nazionali?)
Ma parliamo dei retori, che spesso si comportano né più né meno che da
sciacalli, e prosperano sulle disgrazie altrui, filmandole, raccontandole,
cantandole, disegnandole, recitandole. Per carità, sempre mossi da grandi
indignazione e da grandi sentimenti di (astratta) solidarietà. Non è una cosa
nuova, ma fa una certa impressione in questi tempi perché è il mercato ad aver
scoperto e imposto il racconto delle disgrazie opportunamente romanzate,
indicando la strada a migliaia di scrittori e registi, di cantanti e attori, di
giornalisti e saggisti “umanitari”, vecchi e giovani, maschi e femmine. E in
giro non c’è molto d’altro – super-eroi, televisione e videogiochi a parte per
i senza-cuore. Non c’è altra abbondanza, a Venezia e a Mantova e in ogni luogo
della rappresentazione della cultura, dello spettacolo della cultura – un
parola che nessuno sa più bene cosa vuol dire visto che copre tutto e la si usa
per tutto.
Un modo per distinguere i retori dai persuasi dovrebbe essere quello di vedere
come i retori vivono, il loro reddito (perché no?), e cosa fanno per cambiare
il mondo e per mitigare l’ingiustizia, cosa fanno per coloro che la disgrazia
ha colpito. Questa disgrazia può essere sia economica che politica, sanitaria o
culturale (e in questo caso, la parola cultura va applicata anzitutto ai modi
in cui si viene educati) o infine naturale (terremoti e tsunami e altre
cataclismi).
Un modo, molto più delicato da gestire, è anche quello di affrontare e
giudicare le opere. Restiamo nell’attualità: a Venezia si sprecano i film e a
Mantova i libri che affrontano i grandi temi del male contemporaneo, e che
dicono tutti di stare dalla parte degli oppressi e degli afflitti, degli
sfruttati e dei malati, e insomma dei perdenti o dei transitoriamente perdenti.
Sono il “genere” culturale dominante, l’industria grande e piccola ne va
ghiotta, i giornali ne vanno pazzi. Come distinguere tra loro, dunque, le opere
dei persuasi da quelle dei retori (e tra i retori, dei veri e propri
sciacalli)? Il discorso a questo punto è anche estetico, perché non basta la
sincerità delle dichiarazioni per dare validità a un’opera, occorre anche il
talento dell’autore, la forza della sua visione. Per esempio, quanti sono i
film, le inchieste, i romanzi, le musiche, gli articoli che a Venezia e a
Mantova parlano degli immigrati e degli incontri o scontri di culture nel nuovo
assetto che il pianeta sta cercando faticosamente di darsi o stanno cercando di
dargli con la globalizzazione e di cui non possiamo prevedere il risultato?
Tanti, tantissimi. Ma quali sono “belli” e quali “brutti”? quali i sinceri e
quali gli opportunisti? quali opera di artisti e quali di sciacalli?
Non sono andato a Venezia e non andrò a Mantova – “già dato” e mi è bastato – e
dovrò dunque aspettare che quei film sia possibile vederli in sala o in altre
occasioni (o in dvd), ammesso che ne senta l’attrazione e il bisogno, ma ho il
sospetto che non sia affatto difficile distinguere i Retori e i Persuasi,
nonostante la glassa dei media, le chiacchiere dei giornalisti e altri
comunicatori. Sarà comunque opportuno, a visione avvenuta e persuasi nelle
proprie idee e nel proprio istinto, dire la nostra. Oggi questo è un dovere
irrinunciabile, perché grande è il disordine nel mondo mentre è piuttosto
omogeneo il modo di reagirvi del mercato culturale e dei suoi funzionari, e
sono facilissimi i modi di piangere e denunciare che ha a disposizione chi vuol
farsi strada nel mondo dei privilegiati. In ogni caso mai come in questi anni
il dire conta meno del fare.
http://www.unita.it 10 settembre 2011

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