Atene e Roma società del ricatto
La crisi ha questo, di catartico. Porta alla luce difetti di fondo, politici e culturali più che finanziari. Suona il campanello: la ricreazione è finita
Ci vorranno non mesi ma anni, perché la Grecia trovi la forza, in
se stessa, di assumere il fardello molto pesante di sacrifici che il primo
ministro George Papandreou ha presentato giovedì alle camere. Molti demoni
dovrà combattere, molte tribolazioni le si accamperanno davanti man mano che si
snoderà la via stretta del risanamento, e in cuor loro i greci l’hanno appreso,
in queste settimane di prova: non sono tutti esterni, i demoni; non vengono
tutti dal mercato o dalle agenzie di rating le minacce, i sospetti, gli
assalti. I mali della Grecia sono in massima parte interni: sono parte della
sua storia, dell’uso che è stato fatto di essa, delle memorie paralizzanti che
l’impacchettano. Se la resistenza ad accettare la nuova austerità è così vasta,
se il coraggio di Papandreou fatica a imporsi, è perché dietro di lui c’è un
paese smagato, disunito, radicalmente sfiduciato.
È una sfiducia che ha radici antiche e che risale all’impero ottomano, ma che
non ha vissuto una catarsi nel dopoguerra. Lo Stato non ha tratto vigore dalla
resistenza al nazifascismo, supinamente ha accettato per decenni di essere una
guarnigione della Nato, ha consentito alla dilatazione di un potere militare
abnorme: un potere che gli Stati Uniti hanno sfruttato a piacimento, nella
guerra fredda. Fin dal dopoguerra Washington ha appoggiato costantemente le
destre, non esitando a distruggere le energie della Resistenza e ad appoggiare
la dittatura dei colonnelli fra il ’67 e il ’74. L’ingresso greco in Europa e
nell’Euro non ha coinciso con uno Stato redento, e oggi i frutti avvelenati di
quell’occasione mancata si toccano con mano. Nel giorno del grande esame lo
Stato in bancarotta non c’è quella che Leopardi chiama una società stretta,
addomesticatrice di egoismi e interessi particolari. Sono scettici e disillusi
soprattutto i giovani, che hanno visto degradarsi ai vertici il senso dello
Stato, dilagare una corruzione senza limiti, estendersi l’impunità di politici
e partiti complici nella difesa dello status quo.
I manifestanti ateniesi domandano questo, in sostanza: come fidarsi di uno
Stato che non si è limitato a truccare bilanci ma ha tragicamente fallito la
propria rigenerazione? Il direttore del quotidiano Kathimerini, Alexis
Papachelas, afferma che per uscire dal marasma servono misure non solo
economiche, ma politiche, civili. Quel che urge recuperare non è l’identità
offesa della Nazione, come reclamano alcuni, ma la dirittura e l’equità dello
Stato: «La sola vera cura è un emendamento costituzionale concordato fra i
politici che annulli l’immunità di cui godono ministri e parlamentari, la
riduzione del numero dei parlamentari a 200, l’invio di farabutti ed evasori
fiscali davanti alle corti o in carcere». Se la crisi vuol essere catarsi,
devono emendarsi le scelte economiche ma anche le usanze della politica. Sullo
stesso giornale, Nikos Xydakis chiede una «rinascita antropologica».
È il motivo per cui sono tante le somiglianze tra Grecia e Italia, e degne di
esser studiate. Negli ultimi giorni si è parlato di un rischio Italia, oltre
che spagnolo e portoghese: in genere a torto, per quanto riguarda la nostra
economia, il risparmio delle famiglie, la salute delle banche, il deficit dello
Stato. Finanziariamente, Roma non vacilla come Atene. È vero anche che la Resistenza non è stata
svilita e soppressa con l’aiuto delle forze alleate, come nella guerra civile
greca. Nella nostra storia antica e recente abbiamo potuto contare su uomini e
istituzioni profondamente fedeli alla res publica, e non siamo stati
tormentati, come in Grecia, da una casta militare potenzialmente sovversiva. Ma
se si guarda alla fiducia che i cittadini hanno nell’imperio della legge e
nella cosa pubblica, le affinità sono impressionanti. Esiste anche in Italia
una fondamentale diffidenza verso lo Stato, la legge. Alcune regioni a Sud sono
dominate da mafie che di tale miscredenza si nutrono da un secolo. Esiste a
Nord e a Milano un disprezzo delle istituzioni pubbliche, del civismo, della
legalità, non meno annoso e intenso. Anche qui lo sforzo di rinascere tarda a
mobilitarsi. Tarda a nascere una destra autentica, che con Fini fabbrichi
futuro e riempia il temibile vuoto. Tarda a sinistra un rapporto non intimidito
con il conflitto.
Anche l’anniversario dell’unità d’Italia, lo prepariamo dolendoci più della
scarsa identità comune che dell’incultura dello Stato. Si può certo vivacchiare
senza cultura dello Stato, della legalità: sia i greci che gli italiani lo
fanno da decenni. Ma quando arriva l’ora della prova, l’assenza di fiducia
rischia di divenire un fatale cappio al collo per chi impone sacrifici. La
gente semplicemente non segue, si sparpaglia, si scinde in mille corporazioni
ingovernabili. Per aderire a sacrifici, la società deve pur sempre riconoscersi
nello Stato risanatore: nella sua affidabilità, nella sua vocazione a mantenere
la parola data, nella rettitudine dei suoi servitori. È la ragione per cui
Daniel Cohn-Bendit, intervistato giovedì da la Repubblica, invita a
riflettere sulla società e lo Stato ellenico, oltre che sull’economia: «Uno
Stato in cui in Grecia non s’identifica nessuno o quasi nessuno. È sempre stato
lo Stato degli altri, lo Stato dei ricchi e dei potenti, ognuno lo ha
strumentalizzato per sé. È sempre apparso lo Stato dei corrotti, e la gente ha
partecipato alla corruzione. Adesso bisogna cambiare tutto questo, ma ci vuole
tempo».
Il deputato europeo ammira Papandreou, e critica chi confonde i manifestanti
ateniesi con i pochi estremisti che il 5 maggio hanno provocato la morte di tre
impiegati della Marfin Egnatia Bank. Il lettore, ascoltando queste parole, avrà
legittimamente l’impressione di sentir narrata anche l’Italia: la nascita di
uno Stato contaminato dalla corruzione fin dall’inizio della Repubblica, il
peso esercitato da potentati esterni interessati all’esistenza di uno Stato
parallelo e incontrollato, i patti stretti dalla politica con l’illegalità e la
malavita, la magra incidenza che ha avuto Mani Pulite nell’ultimo ventennio,
l’impunità dei politici, la magistratura sabotata. Non diversamente dalla
Grecia, l’Italia è decaduta fra il dopoguerra e oggi perché piano piano si è
creato, fra i partiti, un pericoloso consenso in difesa dello status quo:
status quo fondato sulla svalutazione dello Stato, della legalità. Viene in
mente, più che attuale, l’allarme lanciato il 22 febbraio ‘98 dal giudice Gherardo
Colombo, in un’intervista a Giuseppe D’Avanzo sul Corriere: il male, disse, era
in Italia la diffusa società del ricatto, non affermatasi di recente ma fin da
quando gli americani, pur di esser facilitati nello sbarco in Sicilia, chiesero
aiuto alla mafia.
È in quegli anni che «si è stabilito un rapporto di "quieto vivere"
con questa organizzazione criminale, che ha caratterizzato decenni della nostra
storia. (...) Il compromesso in Italia è stato sempre opaco e occulto. (...)
Negli ultimi venti anni la storia della nostra Repubblica è una storia di
accordi sottobanco e patti occulti». La democrazia degenera così, secondo l’ex
magistrato di Mani Pulite: non a causa di una conflittualità troppo accesa e
dai toni troppo alti, che sono anzi il suo sale. Le «nuove regole della
Repubblica vanno organizzate non attorno al conflitto, ma attorno al
compromesso». È quest’ultimo che va imbrigliato, assai più del conflitto. È
straordinario come la crisi metta in luce proprio questa verità, apparentemente
paradossale: se usciremo dalla crisi rinnovati, se sapremo radunare le forze in
caso di tracolli, è perché avremo smosso gli opachi patti dello status quo. Non
se difenderemo una democrazia fondata sulla discussione, la critica, il
disvelarsi del nascosto e del sommerso. La crisi ha questo, di catartico. Porta
alla luce difetti di fondo, politici e culturali più che finanziari. Suona il
campanello: la ricreazione è finita. Dà nuovo senso ai tentativi di
rigenerazione, anche quelli insabbiati e morti. La strada stretta consiste nel
riconoscerlo.
http://www.lastampa.it 9/5/2010

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