Anatomia della pólis
Nascita della città-stato nella Grecia antica, incarnazioni e irradiazioni del concetto di pólis.
Il processo è complesso e si è realizzato in modo tale da rendere i caratteri della pólis profondamente radicati nelle categorie della politica moderna. In questa prospettiva è opportuno attenersi a una concezione aperta di pólis. Esiste una struttura fondamentale. Le città-stato rappresentano il primo esempio di democrazia e quasi unanimemente si riconosce che il regime instaurato attraverso tali istituzioni non abbia precedenti. Per aver creato un’etica del dialogo, un contesto comunitario nuovo costruito fisicamente intorno a un punto di riferimento comune e condiviso democraticamente da tutti, la città antica è l’agorá, la piazza dove si dibattono i problemi di interesse generale. Non vi sono quindi sostanzialmente dubbi di sorta sul dato che a partire da qui e attraverso molteplici vie hanno preso forma per sviluppi successivi, configurazioni istituzionali e principi coerenti o assai prossimi alla matrice greca. Il modello politico standard di democrazia deriva infatti le proprie caratteristiche salienti da un sistema di regole in cui - sebbene i grandi consigli che deliberavano sulle questioni strategiche fossero dominati da famiglie aristocratiche – a ogni cittadino ricco, patrizio o povero che fosse, nell’assemblea generale veniva riconosciuta la titolarità del diritto di parola. In altri termini: realizzazione di una forma embrionale di logica della persuasione non disgiunta persino da una nuova dimensione della testualità. Da privilegio degli scribi di palazzo, trasformata in sfera di dominio pubblico, perde la funzione circoscritta alla registrazione di contabilità e viene impiegata per trascrivere leggi religiose e politiche rese accessibili a tutti. A ben guardare non senza talune ineludibili contraddizioni.
Circa la metà della popolazione di un centro come Atene era formato da schiavi
– considerati di proprietà dei cittadini che mediavano ogni loro rapporto con
lo stato – e agli stranieri residenti non veniva riconosciuto lo status
di cittadini. Ciononostante gli schiavi ricoprivano un ruolo fondamentale nella
polity ateniese visto che con il lavoro permettevano ai cittadini loro
padroni di partecipare alla vita politica. Di conseguenza i regimi dell’antica
Grecia sono classificabili tra gli antenati della democrazia moderna, ferme
restando le opportune distinzioni. Se infatti l’attenzione si concentra sui
maschi adulti che godevano del titolo di cittadini, è chiaro che i greci
assumano la veste di inventori della democrazia. Ma se viene considerata
l’intera popolazione compresa nella giurisdizione statale (donne, bambini,
schiavi e stranieri residenti) tale ruolo di inventori non può essergli
ascritto[1].
Al di là del problema delle numerose controversie interpretative poste da
questa sorta di fisionomia scissa, una prima idea di pólis inizia ad
affiorare già in Omero, come contrapposizione tra stato civile e stato
selvaggio. Il libro XVII dell’Iliade dedicato allo scudo forgiato da Efesto,
riporta la descrizione delle scene scolpite sullo scudo di Achille: una città
pacifica e una città guerriera, con nozze, feste e ordinamenti giudiziari nella
prima, assedi e imboscate nell’altra.
Nel mondo greco però, la fase in cui si forma e si consolida compiutamente il
modello di civilizzazione urbana va dall’800 al 500 a.C. Lungo questo crinale
cronologico un numero crescente di cittadini vede ampliarsi notevolmente la
propria sfera politica. Le comunità acquisiscono un crescente sentimento di
identità e solidarietà fino all’introduzione delle “costituzioni”. Sembra che
il primo sistema politico democratico sia sorto a Chio, a metà del sesto
secolo. Ma è Atene, insieme a tutta l’influenza territoriale e culturale che è
in grado di esercitare, a posizionarsi al culmine dello sviluppo della pólis.
I suoi ideali sono narrati in modo singolarmente dettagliato nella “Guerra del
Peloponneso” di Tucidide nella famosa orazione funebre di Pericle. Lo statista
greco recita un discorso, meglio noto come “Epitaffio”, in cui si parla di una
comunità in cui tutti i cittadini potrebbero e in realtà dovrebbero partecipare
alla creazione e al mantenimento della vita comune in cui il pubblico e il
privato sono intrecciati e la tolleranza è essenziale. Gli individui si
considerano pienamente realizzati e degni di vita onorevole solo come membri
della pólis. Una vita piena e buona, spiega Tucidide attraverso
Pericle, può svolgersi soltanto al suo interno. In essa il cittadino ha diritti
e obblighi legati alla sua posizione. L’ordinamento cittadino, a sua volta, è
il veicolo migliore per offrirgli il pieno riconoscimento.
La stessa attività di governo si basa su discussioni libere e non limitate,
garantite dalla isegoria, l’eguale diritto di parlare nell’assemblea
sovrana. Le decisioni e le leggi si fondano, continua Tucidide, sulla
persuasione e non semplicemente, sul costume, l’abitudine e la brutalità.
Di questa caratteristica dialogica della democrazia, Platone ne fornirà la
giustificazione metafisica nel “Protagora”. Tutti i cittadini pretendono di
saper giudicare e discutere le questioni politiche: come mai? Alla domanda
radicale di Socrate, il sofista Protagora risponde con un mito, o meglio con
una vera e propria favola, che mira a mostrare come l’arte della politica (téchne
politiké) appartenga a tutti gli uomini per divina decisione. L’ordine
politico realizza la natura profonda dell’uomo. Quello zòon politikòn
– descritto da Aristotele nella “Politica”- portato per natura a vivere in una
comunità civile in quanto unico, tra tutti gli esseri, ad avere la parola e il
solo in grado di distinguere bene e male.
Pur se dialetticamente e a fasi alterne, è a partire da tali voci che tutto il
discorso sulla pólis arriverà a “tenere impegnata” e “segnare” la modernità
occidentale. Il medioevo non produrrà un’ampia riflessione sulla natura della
comunità politica sulle basi delle suggestioni del pensiero politico e
dell’impianto istituzionale del mondo classico. La visione del mondo cristiana
rigetta radicalmente la concezione greca dell’uomo – tale perché educato a
vivere nella pólis, incarnazione del bene politico – in nome dell’idea
che il bene vero consista nella sottomissione alla volontà di dio. Ma
immediatamente dopo, già a partire dal basso medioevo, si mettono in moto
diverse tradizioni testuali, spesso antagoniste, che segnalano l’inizio di un
rinnovato interesse per l’idea di pólis. Marsilio da Padova, in
particolare, artefice di una delle più importanti riformulazioni dell’antico
valore del governo elettivo e della sovranità popolare[2]. All’opposto il pensiero di
Machiavelli, che farà sì riferimento ad Atene, ma come esempio di democrazia
degenerata. I suoi Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio,
attingendo a una tradizione che affonda in Aristotele le sue origini,
individuano tre principali tipi di governo: monarchia, aristocrazia e
democrazia. La prima, spiega Machiavelli, degenera in tirannia, l’aristocrazia
in oligarchia e la democrazia in licenziosità.
Anche Hobbes si esprime criticamente nei confronti della pólis. Successivamente
sarà Rousseau ad osteggiarla perché ritenuto un regime intrinsecamente
incompatibile con il principio di una netta divisione giurisdizionale. Hegel
riprende l’opposizione aristotelica tra oikos e pólis e nella
seconda metà dell’ottocento Marx ed Engels vedranno reincarnata nell’esperienza
della Comune di Parigi del 1871 la realtà del modello ateniese. Nel novecento
sarà infine Hannah Arendt a rilanciare il valore dell’universo istituzionale
della pólis e della sua matrice concettuale. Ed è grazie a questo
complesso intreccio di idee che la pólis diventerà una voce chiave del
lessico politico occidentale.
http://www.apertacontrada.it 18 novembre 2010

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