Alla guida Ue solo chi crea il consenso
Il nuovo presidente della Ue dovrà essere autorevole sia nei rapporti con i 27 paesi dell’Unione che verso l’esterno.
Ancora bisogna vincere le resistenze del presidente ceco
Klaus, che ne inventa di tutti i colori per ritardare la ratifica del Trattato
di Lisbona (l'ultima è quella di chiedere l'esonero ceco dalla Carta dei
diritti, ad evitare - dice - che se ne avvalgano i tedeschi dei Sudeti:
argomento fra i più velenosi nel suo paese). Il clima però - forse con troppo
ottimismo - è quello della volata finale, tant'è vero che le candidature ai
nuovi incarichi previsti dal Trattato sono uscite dai conciliaboli e sono
oggetto ormai di autentiche campagne di stampa. La più vistosa è quella
dell'Economist e, in Italia, del Foglio a favore di Tony Blair per l'incarico
più appariscente e più innovativo, quello di presidente non più semestrale, ma
pluriennale del Consiglio europeo, il consiglio che riunisce per le maggiori
decisioni di indirizzo i capi di stato e di governo.
Qualcuno potrà notare che, se le intese fra i gruppi politici dell'Unione
attribuiranno ai socialisti la designazione del candidato alla presidenza del
Consiglio, toccherà a loro, se lo vorranno, designare il laburista Blair. Ed è
dunque singolare che tanto supporto gli venga da giornali che di sicuro non
hanno simpatie socialiste. È vero che ha anche sponsor non conservatori, come
il suo biografo italiano Andrea Romano che ne ha scritto ieri su questo
giornale. Ma sinceri amici di Blair con cui ho parlato a Londra sono fortemente
innervositi dalle sponsorizzazioni conservatrici che sta ricevendo (da ultimo
anche il presidente Berlusconi si è esplicitamente associato alla campagna del
Foglio) e temono che mirino a bruciarlo. Non è però su questo che mi voglio
soffermare. Caso mai, prima di arrivare al punto che mi interessa di più, una
parola la voglio spendere sulla copertina con cui, una settimana fa,
l'Economist presentava Tony Blair come il principe azzurro che potrà svegliare
l'Europa addormentata dopo "otto anni sprecati e due Trattati
inutili".
E no, amici inglesi, questo è davvero troppo. Come potrebbe Blair o chiunque
altro svegliare l'Europa da presidente del Consiglio europeo, se non fosse per
il Trattato che tanto faticosamente stiamo approvando e che appunto prevede una
rinnovata e più forte presidenza? Insomma, come si può continuare a biascicare
la critica che per otto anni si è fatta alla riforma - è inutile, il tempo per
farla approvare è sprecato - e contemporaneamente additare in uno dei suoi
contenuti la fonte del possibile risveglio europeo? C'è un limite a tutto e
agli euro-ironici inglesi è giusto dire che questo vale anche per loro.
Chiusa questa necessaria parentesi, ciò che intendo proporre ai lettori non è
né l'esame di merito del candidato Blair né quello degli altri candidati. È
piuttosto il chiarimento del ruolo che il nuovo presidente dovrà svolgere e dei
rischi che correrà lui per primo se non lo saprà fare, sperando che ciò serva
alla scelta e che lo stesso prescelto ne sia consapevole.
Alle origini dell'innovazione - dare al Consiglio europeo un presidente stabile
e a pieno tempo abbandonando la presidenza affidata con rotazione semestrale ai
primi ministri degli stati membri - non ci fu il desiderio di dare all'Europa
il suo Obama, ma una lettera scritta ai suoi colleghi dall'allora primo
ministro danese Rasmussen (l'attuale segretario generale della Nato) al termine
dei suo semestre. Guardate colleghi - scrisse Rasmussen - che è impossibile
fare bene questo lavoro, perché per mettervi d'accordo sui temi su cui insieme
dobbiamo decidere, io in sei mesi ho avuto il tempo di venirvi a trovare non
più di una volta l'uno nelle vostre numerose capitali. E non potevo proprio
fare di più se non volevo abbandonare del tutto gli affari interni del mio
paese. Ma così un accordo in Consiglio non lo si può costruire e l'Europa a
ventisette non potrà funzionare.
Ecco, l'idea venne da lì e la nuova figura fu concepita attorno alle tre parole
che non a caso si trovano oggi nel Trattato: assicurare continuità nei lavori
del Consiglio europeo e promuovere coesione e consenso al suo interno. Non le
si affidava il compito, che hanno invece il presidente americano, il primo
ministro inglese e il cancelliere tedesco, di decidere loro le linee politiche
che i rispettivi governi devono poi attuare, ma quello di far materializzare
quelle politiche "comuni" fra gli stati membri che oggi ci è tanto
difficile costruire, smussando differenze, avvicinando posizioni, portando i
ventisette a riconoscersi non nelle proprie ventisette voci, ma in una voce
sola.
Ha ragione l'Economist quando dice che il presidente non potrà essere un
"euro-pigmeo", ma dovrà essere una figura autorevole. E tanto più
dovrà esserlo, in quanto, non lo dimentichiamo, sarà comunque un ex e non godrà
più dell'autorevolezza che ciascun capo di stato o primo ministro riconosce ai
colleghi in carica. A maggior ragione, però, perché gli altri lo rispettino e
se ne sentano rappresentati, lo dovranno vedere come qualcuno che si adopra per
portare nella decisione finale, non le proprie idee, ma quanto ciascuno di loro
ritiene essenziale.
Il suo, dunque, sarà un lavoro di consensus builder (così
dicevamo quando lo disegnavamo), che si svolgerà prevalentemente lungo linee
interne per convincere l'uno delle ragioni dell'altro e tutti delle ragioni
dell'insieme. E su queste toccherà a lui o lei tenere la barra il più dritta
possibile. Certo, se lo saprà fare e se quindi il consenso lo avrà saputo
costruire, sarà del presidente il compito (e anche la soddisfazione) di farsi
portatore verso l'esterno della posizione che ne è uscita. E lo sarà - bisogna
dirlo - nonostante i paletti posti dal Trattato, che ha disegnato un vero e
proprio slalom per far quadrare i conti nei rapporti fra il nuovo presidente,
l'alto rappresentante per la politica estera e lo stesso presidente della
Commissione. Dice infatti il Trattato che nella preparazione dei lavori del
Consiglio il presidente dovrà lavorare in cooperazione con il presidente della
Commissione, mentre nel rappresentare all'esterno le posizioni di politica
estera dovrà rispettare le competenze dell'alto rappresentante.
Non sarà facile trovare l'equilibrio e dentro di me penso (ma per ora è meglio
non dirlo) che si troverà quello giusto quando saranno unificate (cosa che il
Trattato consente) la presidenza del Consiglio e quella della Commissione. Ma
intanto è inutile contrapporre una visione del presidente del Consiglio tutta
di cucina a una che lo vorrebbe tutto proiettato verso l'esterno. Di sicuro
avrà modo di farsi valere su entrambi i fronti. Il punto cruciale è però
proprio questo: su entrambi e non su uno solo, con una autorevolezza che sarà
conquistata e mantenuta in primo luogo sul fronte interno. Un presidente che lo
trascurasse, si troverebbe presto a suonarsela e a cantarsela da solo. E a quel
punto avrebbe fallito. I candidati, e chi li sceglie, ne tengano conto.
www.ilsole24ore.com 18 Ottobre 2009

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