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Affrontiamo il debito senza Bruxelles

Ora tocca all'Europa e non possiamo chiedere agli Stati ciò che può essere fatto solo in sede comune.

 


 

Poche volte l'agenda per l'Europa è stata fissata con tanta chiarezza e con tanta corale partecipazione, così come sta capitando questa volta, in vista del Consiglio europeo che si riunirà il 28 prossimo. Economisti, editorialisti, alti funzionari, ministri e primi ministri hanno tutti contribuito nei giorni e nelle settimane trascorse alla messa a fuoco di un ordine del giorno, che si è venuto componendo in modo sempre più univoco e che tutti ormai conosciamo a memoria.
Per la crescita project bonds, tassa sulle transazioni finanziarie, ricapitalizzazione della Banca Europea degli Investimenti e ri-finalizzazione dei fondi strutturali del bilancio comune. Per la politica monetaria nuovi flussi di liquidità dalla Banca Centrale e possibilmente nuovi interventi sul mercato dei titoli. Per le banche europeizzazione dei fondi di garanzia dei depositi e conseguente centralizzazione della vigilanza. Per i debiti pubblici misure comuni che riducano comunque gli spread, si tratti, se non degli eurobond, almeno del redemption fund di cui tante volte abbiamo parlato o della proposta avanzata più di recente da Mario Monti di usare il fondo salva-Stati come calmiere. Il tutto nel quadro di una "road map" che indichi i passi successivi di un processo di integrazione, che sembra ormai necessario per dare un orizzonte, e una legittimità, a queste stesse misure.

Personalmente mi riconosco molto in quest'elenco di cose da fare e i lettori sanno bene che ne ho scritto più volte, condividendo l'opinione che esse non solo servano, ma siano il necessario complemento di ciò che gli Stati membri in difficoltà stanno già facendo da soli (i compiti a casa), senza di che anche i loro sforzi domestici rischiano di cadere nel nulla.
A pensarla così, del resto, non ci siamo soltanto noi europei, c'è la stessa amministrazione di Washington, che ha spronato più e più volte l'Europa a dar corso a questa agenda, e ciò spiega perché il 28 giugno, quando si riunirà il Consiglio, sia vissuto in anticipo come la possibile alba di un nuovo mondo. Ma riuscirà davvero ad esserlo? Anche i più fiduciosi fra di noi devono ammettere che non tutte le misure proposte, quand'anche fossero accettate, sarebbero immediatamente operative, perché in più casi ci sarebbero di mezzo procedimenti attuativi tutt'altro che brevi. In più potrebbe fare da freno il problema ad oggi irrisolto dell'ordine delle cose da fare: per la Francia viene prima l'unione bancaria e poi l'integrazione politica, mentre la Germania sembra vederla invece all'opposto. Al di là di ciò, lo stesso incontro a quattro di venerdì a Roma ha messo in forte dubbio la disponibilità tedesca non solo all'unione bancaria ma ad un qualsivoglia intervento comune per calmierare gli interessi sui debiti pubblici.

Insomma, siamo tutti convinti che ora tocca all'Europa e che non possiamo chiedere agli Stati ciò che può essere fatto solo in sede comune. Ma possiamo rimanere scoperti davanti all'ipotesi che l'Europa o non faccia, o faccia in parte, o faccia in tempi troppo lunghi rispetto alla velocità dei mercati? Le analisi e le valutazioni che leggiamo al riguardo sono a dir poco inquietanti: da quella di Charlemagne dell'Economist, il quale segnala il rischio che l'euro abbia già cessato di esistere quando l'Europa avrà finalmente adempiuto, alle cronache politiche italiane, sicuramente fantasiose ma non per questo non sintomatiche, secondo le quali Mario Monti avrebbe chiesto ad Angela Merkel di concedergli qualcosa, altrimenti il suo governo verrebbe fatto cadere.
Ha dunque ragione lo stesso Monti quando scrive, nella sua intervista a più giornali di venerdì scorso, che l'Europa questa volta non può fallire. Ma ha non meno ragione quando aggiunge lui stesso che, se fallisse, un incremento dei tassi sarebbe inevitabile e potrebbe rendere il conto intollerabilmente salato. Nell'attesa perciò del 28, fa di sicuro bene chi si adopra per raffreddare le aspettative e per sostenere che un Consiglio che desse il via almeno ad una parte delle misure attese, sarebbe comunque un successo. Ma non meno bene fa chi - e spero che qualcuno ci sia - predispone una sorta di piano B per l'Italia, capace di proteggerla dalla «dannata ipotesi» (come scrivono gli avvocati nelle loro memorie giudiziarie) evocata da Monti.

Siamo in recessione e i mercati sanno benissimo che, in assenza di ombrelli o calmieri europei, il tasso di crescita non ci aiuterà nei tempi brevi a pagare il nostro debito. Se, in ragione di ciò, gli interessi schizzeranno ancora verso l'alto, noi correremo davvero un brutto rischio. Siamo abituati a parlare del nostro debito al 120% del Pil come di una costante di questo ventennio, ma non è così. Il debito era arrivato a scendere sino al 103,6% nel 2006 ed è risalito al 120% in questi ultimi anni, grazie prevalentemente al maggior costo degli interessi. Di qui l'imperativo per noi di fermare questa spirale e in mancanza - ripeto - di interventi esterni possiamo solo seguire il consiglio di un autorevole personaggio che chiede di non essere citato: dimostrarci capaci di far scendere il nostro debito pubblico, anche nel caso in cui l'economia reale vada peggio.
Il Governo Monti ha sinora perseguito, con accentuata e inusuale energia, la strada dell'imposizione fiscale e dei tagli, dalla quale si attende a ragione dei buoni risultati. Ma potrebbero rivelarsi insufficienti, così come è accaduto in passato, quando le rinnovate impennate dei tassi di interesse hanno cancellato il frutto di anni di sacrifici (giacché anche in passato i sacrifici non sono mancati). Di qui la necessità, che potrebbe rivelarsi ineludibile, di riprendere in considerazione la strada più efficace per calmare i mercati, quella di una riduzione inizialmente consistente e poi progressiva del debito, che ne assicuri la pronta discesa al di sotto di quel 100%, sopra il quale siamo invece esposti ad ogni e qualsiasi ventata.

Ripropongo tale strada, non più pensando a una sorta di patrimoniale una tantum, ormai preclusa dalle consistenti imposizioni introdotte in questi mesi in particolare sulla ricchezza immobiliare. Penso piuttosto a proposte come quelle avanzate da Andrea Monorchio e Guido Salerno in un seminario svolto al Cnel il 5 giugno scorso. Sono proposte che si avvicinano a quelle a cui sta lavorando lo stesso governo per la dismissione e la valorizzazione del patrimonio pubblico. Ma le arricchiscono con altre e soprattutto le inseriscono in un patto con i cittadini, ai quali non si imporrebbe di pagare ancora e di più, ma si chiederebbe di sottoscrivere o quote (redditizie) di patrimonio, o titoli speciali del debito pubblico, a tassi di interessi inferiori a quelli che ci potrebbe dettare il mercato.
Gli auguri più fervidi al Consiglio Europeo. Prepariamoci però ad una prova, non costosa ma certo impegnativa, di catenaccio all'italiana.

 

http://www.ilsole24ore.com 24 giugno 2012

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