A Pomigliano comincia l'epoca dopo Cristo
Le categorie svantaggiate e costrette a rinunciare ad una parte delle conquiste raggiunte nell'epoca "prima di Cristo" debbono recuperarle su altri piani e in altre forme nell'epoca del "dopo Cristo".
Tra le tante dichiarazioni fatte da Marchionne in questi giorni ce n'è una
che è d'una chiarezza disarmante ed anche sconcertante: "Io vivo
nell'epoca dopo Cristo; tutto ciò che è avvenuto prima di Cristo non mi
riguarda e non mi interessa".
Il dopo Cristo per l'amministratore delegato della Fiat comincia evidentemente
con la globalizzazione della finanza, delle merci e del lavoro. È un'epoca che
ha accentuato e radicalizzato la legge dei vasi comunicanti.
Le grandezze economiche, come ovviamente per i liquidi, tendono a raggiungere
lo stesso livello. Si livellano i rendimenti del capitale, i rapporti tra
benessere e povertà, la produttività del lavoro e, naturalmente i salari.
I salari dei Paesi emergenti sono ancora molto bassi; dovranno gradualmente
aumentare ma lo faranno lentamente. I livelli dei salari nei paesi opulenti e
di antica civiltà industriale sono molto alti, ma tenderanno a diminuire e
questo fenomeno avverrà invece con notevole rapidità per consentire alle
imprese manifatturiere di vendere le loro merci sui mercati mondiali a prezzi
competitivi.
In questo schema già operante va collocata la vicenda di Pomigliano. Se la Fiat trasferisce la
produzione di uno dei suoi modelli da una fabbrica dove i salari e le
condizioni del lavoro sono più favorevoli al capitale investito ad una fabbrica
dove sono invece più sfavorevoli, il trasferimento potrà farsi soltanto se le
condizioni tenderanno a livellarsi, oppure non si farà.
Questo il dopo Cristo di Marchionne; non si tratta di ricatto ma di dati di
fatto e con i dati di fatto è inutile polemizzare. I sindacati che hanno
firmato l'accordo proposto dalla Fiat ritengono che si tratti d'un evento
eccezionale e non più ripetibile. La stessa posizione l'hanno fatta propria
molte delle parti interessate alla vicenda di Pomigliano, compresa una parte
dell'opposizione parlamentare: passi per Pomigliano purché non si ripeta.
Errore. La legge dei vasi comunicanti ha carattere generale e quindi il livellamento
salariale e delle condizioni di lavoro si ripeterà. Molte imprese in
difficoltà, specialmente nel Nordest, nelle Marche, in Puglia e in tutto il
Mezzogiorno, metteranno i loro dipendenti di fronte allo stesso dilemma che
riguarda per ora i 5000 dipendenti Fiat di Pomigliano. Dichiareranno che in
caso di risposta negativa saranno costrette a de-localizzare la produzione in
siti più convenienti. Pomigliano cioè è l'apripista d'un movimento generale e
non sarà né la Fiom
né Bonanni che potrà fermarlo.
Chi pensa di fermare l'alta marea costruendo un muro che blocchi l'oceano non
ha capito niente di quanto sta avvenendo nel mondo. Nello stesso modo non ha
capito niente chi ritiene di bloccare la massa di migranti che abbandona i
luoghi della povertà e preme per fare ingresso nei luoghi dell'opulenza. Quel
tipo di muri può reggere qualche mese o qualche anno ma poi si sbriciolerà e il
livellamento procederà.
Allora non si può far niente? Bisogna rassegnarsi al livellamento verso il
basso del benessere delle zone ricche del mondo?
* * *
Qualche cosa si può e si deve fare. Ma occorre molta lucidità e molto coraggio.
I Paesi opulenti, al loro interno, non sono affatto livellati per quanto
riguarda la diffusione del benessere. Ci sono, nelle zone ricche del mondo,
sacche di povertà impressionanti e diseguaglianze mai verificatesi prima con
questa intensità. Voglio dire che la legge dei vasi comunicanti deve entrare in
funzione dovunque e spetta alla politica rimuovere gli impedimenti che la
bloccano. Perciò i sindacati e le forze di opposizione debbono spostare
l'obiettivo. Le categorie svantaggiate e costrette a rinunciare ad una parte
delle conquiste raggiunte nell'epoca "prima di Cristo" debbono
recuperarle su altri piani e in altre forme nell'epoca del "dopo
Cristo". Debbono cioè impostare un piano globale di redistribuzione del
reddito da chi più ha a chi meno ha.
Lo spostamento può avvenire in vari modi, manovrando soprattutto il fisco (ma
non soltanto); sgravando il peso fiscale sui redditi di lavoro dipendente e
sulle famiglie e finanziando la redistribuzione con maggior carico tributario
sulle rendite, sui patrimoni e sui consumi opulenti.
Un piano di questo genere non può essere considerato un progetto dettato
dall'emergenza poiché non di emergenza si tratta, bensì di un movimento,
appunto, epocale. E per gestire un progetto del genere è necessario
ripristinare quel metodo della concertazione tra le parti sociali e il governo
che diede ottimi frutti tra il 1993 e il 2007, consentendo di abbattere l'inflazione,
far scendere i rendimenti dei titoli pubblici e il disavanzo delle partite
correnti.
Ci vuole insomma una politica a lungo raggio che rafforzi la coesione sociale,
diminuisca le diseguaglianze, renda sopportabile il livellamento delle
condizioni di lavoro compensando quei sacrifici con agevolazioni massicce anche
in tema di servizi pubblici efficienti e gratuiti, finanziati da chi possiede
mezzi in abbondanza.
Questa è a nostro avviso la linea da seguire, "buscando el levante por el
ponente", cioè mettendo a carico della società opulenta una parte dei
sacrifici che la guerra tra poveri scarica sui deboli di casa nostra.
* * *
C'è un filo diretto che lega queste riflessioni suscitate da quanto sta
accadendo a Pomigliano con la politica deflazionistica imboccata dall'Eurozona
sotto la guida della Germania. Questa politica, sulla quale ci siamo
intrattenuti varie volte, arriverà domani all'esame del G8 e del G20
appositamente convocati. Il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, ha
lanciato un messaggio ai capi di Stato dell'Eurozona affinché affianchino alla
manovra di stabilizzazione dei rispettivi debiti una politica che sostenga i
redditi e la crescita. Un secondo l'ha lanciato alla Cina affinché proceda ad
una rivalutazione della propria moneta rispetto al dollaro per accrescere le
importazioni e per tale via sostenga la domanda globale.
La Cina ha già risposto positivamente; l'Europa e la Germania finora sembrano
voler persistere nella politica di deflazione. Questa posizione è semplicemente
insensata.
Dal canto suo il segretario generale dell'Onu, Ban Ki Moon, ha posto ieri ai
paesi dell'Eurozona le seguenti domande: "Il mondo intero è destinato a
sprofondare a causa dei problemi dell'Eurozona in una recessione che rischia di
essere recidiva? Può la ripresa dei mercati emergenti bilanciare i cali che si
verificano altrove? Stiamo finalmente emergendo come i sopravvissuti a un
uragano, per valutare l'entità del danno e i bisogni dei nostri vicini? Oppure
ci troviamo piuttosto nell'occhio del ciclone?" (La Stampa del 19 scorso).
Non si può esser più chiari di così. E anche qui il tema si risolve attraverso
un grande programma di redistribuzione delle risorse tra paesi e tra classi
all'interno dei paesi. Non c'è altro mezzo per equilibrare libertà ed
eguaglianza, la necessaria crudeltà della libera concorrenza e la coesione
sociale che si proponga il bene comune.
* * *
Su questi argomenti di capitale importanza il governo italiano tace, la sua
afasia è totale. Tiene invece banco la modifica costituzionale dell'articolo 41
della nostra Costituzione.
Quell'articolo, che fu voluto da Luigi Einaudi e da Taviani, proclama la piena
libertà di impresa purché non crei danni sociali. Questa dizione non piace a
Berlusconi e a Tremonti. Di qui la proposta di modificarla sostituendola con la
libertà totale, anche nel settore delle costruzioni e dell'urbanistica, in modo
che si aggiungerà scempio a scempio nel paese dell'abusivismo di massa.
Snellire le procedure burocratiche è un obiettivo sacrosanto, più volte
preannunciato e finora mai attuato. Si può e si deve fare con provvedimenti di
ordinaria amministrazione. Mettere in Costituzione l'abolizione di ogni regola
rinviando i controlli ad una fase successiva è semplicemente una bestemmia
costituzionale che svela l'intento di stravolgere l'architettura democratica
del patto sociale.
Eguale chiacchiericcio del tutto inutile lo ritroviamo nella proposta italiana
all'Unione europea di valutare i debiti pubblici aggiungendo ad essi la
consistenza dei debiti privati. La Commissione di Bruxelles ha accolto la proposta:
non costa nulla e il nostro governo l'ha sbandierata come un grande successo.
Nessuno ha fatto osservare che il debito pubblico è la sola grandezza che
determina il fabbisogno, gli oneri da pagare e il disavanzo che ne risulta.
Siamo ancora tutti nell'occhio del ciclone e il nostro governo inganna il tempo
con annunci inutili che servono soltanto a gettar fumo negli occhi degli
sprovveduti.
http://www.repubblica.it (20 giugno 2010)

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