150 anni d'Italia: è ora di risolvere qualche problema
Dimissioni, vaghezza, tentativi revisionistici. E manca solo un anno
Evidentemente qualche problema c’è. Il Comitato per i festeggiamento del centocinquantesimo anniversario dell’Unità d’Italia continua a perdere pezzi: prima il presidente Ciampi, a capo del gruppo di garanzia sulle iniziative attuate dal governo in vista del marzo 2011, che lascia “per motivi anagrafici”; poi il vice, Gustavo Zagrebelsky, che – dopo l’annuncio di giovedì scorso – ha rassegnato ieri ufficialmente le dimissioni, denunciando «l’assenza di chiarezza circa gli intenti e gli orientamenti». E lo ha fatto assieme ad altri quattro componenti del comitato: Marta Boneschi, Ludina Barzini, Ugo Gregoretti e Dacia Maraini. Ma è stata proprio la scrittrice, in un’intervista all’Espresso, a entrare, impietosamente, nel merito delle ragioni che hanno portato a una scelta così drastica: «Non contavamo più niente. Vogliono imporre al Risorgimento un revisionismo di marca leghista». E, ancora, «con il passare dei mesi il ruolo del comitato è stato svuotato, non contavamo più niente, non potevamo decidere niente». Insomma, «si rischia di buttare via una grande occasione per raccontare ai giovani cosa è costata l'Unità d'Italia in termini di lotte, di sangue, di persecuzioni. Si vuol far passare il Risorgimento per una rivoluzione dall'alto, imporre un revisionismo di marca leghista, che vuol mettere in ombra le rivolte di popolo, le repressioni violente».
Accuse pesanti. Che però il ministro dei Beni culturali, Sandro Bondi (incaricato dal Governo di gestire il programma delle celebrazioni), derubrica a “polemiche pretestuose”: «Ho pienamente accolto e condiviso – ha spiegato – le indicazioni e le linee guida indicate dal Comitato dei Garanti, integralmente recepite nel programma approvato dal Consiglio dei Ministri e fatto proprio dal governo con il reperimento di tutte le risorse necessarie». Sta di fatto, però, che di questo appuntamento importante (e non è tanto per fare polemica “politica”) si parla troppo poco. Quel che manca non sono solo i “contenuti”. Manca – ed è forse più grave – lo spirito giusto. Manca la consapevolezza diffusa che si tratti di una festa da celebrare non solo con parate, fuochi d’artificio, mostre e rassegne (che, comunque, c’è da augurarsi siano numerose e di qualità), ma soprattutto con un rinnovato spirito di coesione e ottimismo nazionale.
Un sentimento diverso da quello che,
nell’Ottocento, ha portato la penisola a diventare Nazione, certo. Un
sentimento sicuramente da rinnovare, da reinventare, da adattare al mondo e
alla società del ventunesimo secolo. Non certo da rinnegare, però. Né da
sacrificare tanto per appagare le spinte disgregatrici (più o meno velate) di
alcuni settori del paese. La scorsa estate, La Padaniasi chiedeva cosa mai ci fosse da festeggiare, nel marzo dell’anno
prossimo. E, nello stesso editoriale, si definiva la creazione dello Stato
italiano «un atto contro natura, contro la storia, ormai un relitto storico da
rifondare attraverso il federalismo, ordine politico più adatto e anche più
funzionale all'anima vera e profonda del Paese». Ecco, queste sono prese di
posizione (prontamente criticate anche dal ministro Bondi) che rendono
difficile creare il clima giusto. Allora su un punto serve la massima
chiarezza, tanto per arrivare preparati al 2011 e per permettere al comitato
per i festeggiamenti - al di là delle polemiche personali, delle dimissioni,
dei fondi e dei programmi mancanti – di lavorare meglio: l’unità nazionale è un
valore indiscutibile. Senza se e senza ma.
http://www.ffwebmagazine.it 26 aprile 2010

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