L'esempio di Einaudi
Il presidente Napolitano ha riproposto all'attenzione degli italiani la sua figura di liberale senza aggettivi, cattolico nel privato, laico di stretta osservanza nel pubblico. Un modello di grande attualità anche oggi
Il presidente della Repubblica ha inaugurato qualche giorno fa una mostra allestita nelle sale del Quirinale su Luigi Einaudi, la sua vita, le sue opere e soprattutto la fase in cui ricoprì incarichi pubblici: la guida della Banca d'Italia nel 1947, poi il ministero del Bilancio appositamente creato per lui da De Gasperi, infine l'ascesa al Quirinale per la prima presidenza repubblicana subito dopo l'approvazione della Carta Costituzionale.
Non è stata una semplice inaugurazione, quella di Napolitano. Il capo dello Stato ha utilizzato l'occasione per cogliere il primo formarsi dell'ossatura strutturale dello Stato, dei rapporti tra i poteri, del ruolo del presidente di fronte alle sue controparti: il Parlamento, il Governo e - in Italia - anche il Vaticano.
Einaudi era un liberale senza aggettivi, privatamente un cattolico, nelle sue funzioni pubbliche un laico di stretta osservanza, uno studioso di economia e di scienza delle finanze, un docente. Era un carattere di grande tempra morale, uno dei padre fondatori insieme a pochi altri e Napolitano ha fatto benissimo a riproporre la sua figura all'attenzione degli italiani.
Sono passati sessant'anni da allora ma sembra molto di più. Mezza Italia era ancora per terra dopo il disastro della guerra e le rovine che aveva lasciato dovunque, eppure c'era un fervore, una fiducia nel futuro, un desiderio di ricostruire, di progettare, di ripresentarsi nell'agone internazionale senza più i complessi di superiorità e di inferiorità che avevano caratterizzato la lunga e cupa stagione del ventennio autarchico e fascista.
Oggi quell'alacrità e quella voglia di progettare il futuro si sono molto attenuate. Ciò che manca è la consapevolezza che il benessere individuale acquista un senso se va di pari passo con il benessere degli altri, se la felicità è condivisa, se l'impegno civile è diffuso in tutti i ceti e le regioni del Paese. Questo fu il 'credo' costante di Luigi Einaudi e questa è dunque
la sua attualità. Napolitano lo ha riproposto con evidente e sottolineata intenzione nella speranza che l'esempio sia compreso e giovi a ritemprare lo spirito nazionale.
Einaudi, proprio perché liberale, aveva una visione 'leggera' dello Stato. Faceva affidamento sullo spirito d'impresa degli individui, sulle loro libere iniziative, sulla gara che produce innovazione e progresso. Ma sapeva che la competizione non basta a diffondere benessere e a dare slancio all'intero Paese. Sapeva che il mercato è un prezioso strumento di selezione ma non supplisce all'assenza della morale civica; abbandonato a se stesso il mercato genera mostri, monopoli, rendite, collusioni. Distrugge anziché costruire. Impedisce l'accesso di nuove e più fresche energie.
I ricchi sempre più ricchi, i poveri sempre più poveri: Einaudi ebbe questo pericolo ben chiaro nella mente e per scongiurarlo intervenne infinite volte con gli scritti e con appropriate azioni sia da governatore della Banca centrale sia da presidente della Repubblica.
Arrivò al punto di proporre un'imposta di successione che ogni due o tre generazioni avocasse allo Stato larga parte dei patrimoni più cospicui affinché i figli e i nipoti di chi aveva creato ricchezza non si addormentassero sugli agi e sui privilegi ereditati ma fossero costretti a ricominciare da capo costruendo sul merito proprio e sul talento e non su quello dei nonni e dei genitori.
Infine il suo principale assillo fu quello di allineare in condizioni di parità sia i ricchi sia i poveri ai nastri di partenza, nella scuola e in tutte le occasioni competitive che la vita offre.
Questo è stato l'insegnamento di un liberale raro. Giustizia e libertà era a quel tempo il motto del Partito d'azione ma anche dei liberali veramente tali. Purtroppo il tempo ha deposto molta polvere su quegli ideali che sembrano ormai voci d'un passato sempre più remoto. Ma un buon liberale non smette mai d'aver fiducia poiché la vera vecchia talpa che scava sotterranee gallerie per poi riemergere alla luce e alla vita è la libertà.
Il fatto che l'attuale presidente della Repubblica, di origine e cultura comunista, riproponga oggi all'attenzione degli italiani il primo presidente dello Stato repubblicano, di origine e cultura liberale, non è forse la prova che la vecchia talpa della libertà riemerge nei luoghi e nei tempi più impensati? La storia è imprevedibile. Bisogna aver fiducia nella sua imprevedibilità.
(23 maggio 2008)

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