Figli in casa, peggio dei padri
Anche tra i figli (così come tra i partners) il gender gap risulta più elevato che in altri paesi europei, confermando la peculiarità della situazione italiana nel contesto internazionale.
La gran parte degli studi condotti sul lavoro familiare ha
puntato l’attenzione sulla popolazione adulta ed in particolare sulla coppia e
sulla divisione interna dei carichi di lavoro. Di conseguenza, i figli sono
stati per lo più considerati soggetti bisognosi di cure e come tali portatori
di una domanda di lavoro familiare aggiuntivo, studiandone i vincoli che la
loro presenza impone alle scelte di partecipazione al mercato del lavoro delle
madri. Tuttavia i figli non determinano solo un aggravio di lavoro familiare:
essi sono, o comunque potrebbero essere, anche dei “contributori” ovvero dei
soggetti che partecipano attivamente allo svolgimento del lavoro familiare
complessivo. Un’analisi condotta sui dati dell’indagine Istat Uso del tempo
2002-03 privilegiando un approccio triangolare (madri – padri - figli) ha messo
in luce l’apporto che, in termini di tempo, i figli danno al lavoro familiare e
la riproduzione dei modelli di genere nel contesto familiare.
Mediamente i figli dedicano al lavoro familiare (cucinare, pulire la casa, fare
la spesa, commissioni, etc.) 43’
al giorno, a fronte delle 6h43’ della madre e di 1h51’ del padre. Un figlio su
due in un giorno medio non dedica a questo tipo di attività neanche 10 minuti.


Il ridotto coinvolgimento dei figli nella gestione della
famiglia si rileva in tutte le classi di età, sia quando sono piccoli e dunque
richiedono un elevato impegno di cura da parte dei genitori, sia quando sono
ormai adulti e dunque pienamente in grado di contribuire al lavoro familiare.
Si passa, infatti, da una durata media di lavoro familiare pari a 16 minuti
giornalieri durante l’infanzia, a poco più di mezz’ora durante l’adolescenza,
per attestarsi infine sull’ora (minuto più, minuto meno) a partire dai 18 anni.
Anche se si guarda alla frequenza di partecipazione si nota che il
coinvolgimento dei figli nel lavoro familiare è un fenomeno tutt’altro che
universale. Tra i figli adulti la frequenza di partecipazione non raggiunge il
60%: in altre parole, in un giorno medio meno di tre figli su cinque danno un
qualche contributo al lavoro familiare, gli altri non gli dedicano neanche 10
minuti.
Quando la madre lavora si registra un contenuto effetto
sostituzione/redistribuzione del lavoro familiare tra gli altri componenti.
Tale effetto però non si distribuisce equalmente tra genitore maschio e figli,
ma ricade in misura proporzionalmente maggiore sul primo.
Introducendo nell’analisi la variabile relativa al sesso dei figli, emerge che
negli equilibri familiari è una dimensione tutt’altro che indifferente. Ciò
perché sin dall’infanzia il contributo delle figlie al lavoro familiare è
maggiore di quello dei maschi: mediamente le figlie spendono 1h04’ della loro
giornata in attività di lavoro familiare, a fronte degli appena 22’ dei figli. Il divario
appare significativo già durante l’adolescenza e cresce all’aumentare dell’età
fino a raggiungere una differenza di un’ora e venti minuti dopo i 24 anni.

Anche le frequenze di partecipazione evidenziano un forte gap di genere crescente al crescere dell’età: mediamente si attestano sul 36,7% per i maschi e sul 61,7% per le femmine.

Tali differenze sono ancora più significative, alla luce
della rilevanza degli effetti di una precoce socializzazione. Come molti studi
hanno dimostrato la formazione dell’identità di genere e il comportamento di
genere hanno luogo in tenera età e le esperienze maturate in quella fase, in
termini di distribuzione del lavoro familiare e attitudine di
genere, hanno effetto sulle attitudini dei figli in età adulta.
Per la vita quotidiana dei genitori è tutt’altro che indifferente avere solo
figlie femmine, solo figli maschi o figli di entrambi i sessi. La presenza di
figli solo maschi determina una sovraccarico di lavoro sia per le madri sia per
i padri, al contrario la presenza di figlie femmine alleggerisce entrambi i
genitori dal carico di lavoro familiare. Ciò accade già quando i figli sono
piccoli, ma diventa più evidente col crescere dei figli e con l’accentuarsi
della divisione dei ruoli di genere tra gli stessi.

Ciò significa anche che in base al genere dei figli
cambia molto il modo in cui si distribuiscono i carichi di lavoro familiare tra
le varie figure. Avere solo figlie femmine crea una situazione più equilibrata
all’interno della famiglia, in quanto i carichi di lavoro sono più equamente
distribuiti tra le due generazioni, ma al contempo sia associa ad una maggiore
disuguaglianza tra i due generi, poiché ricade sulle donne l’81% del lavoro
familiare a fronte del 73% nel caso in cui siano presenti solo figli maschi.
Anche nel caso di famiglie con figli misti, la presenza del figlio
maschio produce un aggravio di lavoro familiare rispetto alle famiglie con sole
figlie femmine. Nel caso di famiglie con due figli le madri dedicano al lavoro
familiare 6h34’ se hanno solo figlie femmine, 6h58’ se hanno solo figli maschi
e 6h50’ in presenza di figli misti. Similmente per i padri la presenza di un
figlio maschio richiede un maggiore coinvolgimento nel lavoro familiare, che
cresce ulteriormente se i figli sono tutti maschi.
Ancora più interessante è confrontare il carico di lavoro della madre nella
varie tipologie familiari. Per esempio, in presenza di un figlio unico, non è
indifferente che sia femmina o maschio, nel primo caso la madre riesce a
ridurre il tempo di lavoro familiare mediamente di 15’ al giorno (6h16’ a fronte
di 6h31’), il padre addirittura di 18’
(1h45’ a fronte di 2h03’). Nel caso in cui i figli siano due le madri di sole
femmine recuperano 24’
(6h34’ a fronte di 6h58’) rispetto alle madri di soli maschi e i padri 14’ (1h44’ a fronte di 1h58’).
Addirittura per una madre avere un solo figlio maschio comporta una quantità di
lavoro familiare pari a quello richiesto da una famiglia con due figlie femmine
(6h31’ a fronte di 6h34’).
In conclusione, in Italia il contributo dei figli al lavoro familiare è contenuto
e più basso di quello dei padri. I figli non riescono a sgravare la madre,
neanche quando sono adulti o quando la madre lavora. In quest’ultimo caso,
l’effetto sostituzione figli-genitori è minimo e, in termini relativi, comporta
uno sgravio maggiore per il padre.
La divisione dei ruoli di genere appare spiccata anche tra i figli, vista la
forte differenziazione tra figli e figlie nella propensione a contribuire al
lavoro familiare e nell’investimento quotidiano in tale tipo di attività. Anche
tra i figli (così come tra i partners) il gender gap risulta più elevato che in
altri paesi europei, confermando la peculiarità della situazione italiana nel
contesto internazionale.
Note
1, La durata media generica indica il tempo mediamente
dedicato a tale attività da tutta la popolazione, compresi quanti non l’hanno
svolta, in un determinato tipo di giorno.
2, La frequenza di partecipazione indica la percentuale di
persone che svolto una certa attività in un determinato tipo di giorno
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Leaper Campbell, Friedman C.K.
(2007), The socialisation of gender, in Joan E. Grusec and Paul D. Hastings (a cura di)
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http://www.ingenere.it 20/10/2010

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