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Calvino aveva previsto tutto e sbagliato tutto

Calvino insegno' fino alla fine, anche dopo la fine, che forse solo la vivacita' e la mobilita' dell'intelligenza sfuggono alla condanna dell'insostenibile peso del vivere.

 

 

Ogni estate e' legata al ricordo di una canzone; noi proviamo a ricordarla attraverso il libro che la segno'. Abbiamo chiesto alle nostre firme di rievocare l'uno e l'altra.

E se Calvino avesse previsto tutto? Previsto tutto e sbagliato tutto?

Correva l'anno 1988 quando furono date alle stampe le sei proposte di Italo Calvino per il nuovo millennio. Lo scrittore, scomparso tre anni prima, aveva lasciato incompleto il testo delle sei conferenze che avrebbe dovuto tenere a Harvard se la morte non lo avesse colto all'improvviso.

Al momento della partenza per gli Stati Uniti, il dattiloscritto conteneva cinque dei sei testi previsti da un indice abbozzato a penna.

La sesta lezione, dedicata alla «consistenza», non sarebbe mai stata scritta. E forse non per caso. La consistenza, forse, non poteva essere prospettata al nuovo millennio.

A rileggere oggi quelle pagine testamentarie - oggi che siamo ben dentro la nuova eta' alla quale le sue proposte dovevano servire da promemoria - si e' sfiorati dal dubbio che il grande scrittore avesse previsto tutto. Previsto tutto e sbagliato tutto.

Probabilmente abbagliati da un'illusione retrospettiva, siamo portati ad attribuire forza profetica allo sguardo rivolto al futuro di quell'intellettuale eccelso giunto al passo estremo. Eppure, ci pare che la sua profezia si sia in seguito avverata quasi contro se stessa, uscendo da se' in un mondo uscito di sesto.

Calvino aveva ben presente che, dedicando le sue conferenze a leggerezza, rapidita', esattezza, visibilita', molteplicita', consistenza, stava parlando di letteratura e non facendo sociologia o, peggio, futurologia. Rifletteva, cioe', su alcuni valori o qualita' specificamente letterarie che gli stavano particolarmente a cuore, e che avrebbe voluto fossero ereditate dalla imminente posterita'. Ma un'eredita', lo si sa, e' piu' frutto del lavoro degli eredi che non degli avi. E cosi', oggi, pare proprio che, nei vent'anni successivi alla sua morte, le sei cardinali virtu' letterarie tramandate da Calvino, una volta ereditate dalla cultura diffusa del nuovo millennio, abbiano finito col divenire vizi sociali. Si pensi a quanta banalita' si e' contrabbandata sotto la bandiera della rapidita', a quanta aridita' sotto quella dell'esattezza, a quanta cecita' sotto quella della visibilita', a quanta inconsistenza sotto quella della complessita'.

Soprattutto, si pensi a quanta inanita' ha trovato un alibi nell'elogio della leggerezza. Ma qui non e' solo questione della malintesa eredita' intellettuale di Calvino, della sua lezione usurpata da scrittori traditori. Qui e' questione di un corso storico che, ponendo in opera i valori letterari del '900, ma ponendoli fuori posto, seminandone i semi al di fuori del campo letterario, li trasmuta in disvalori sociali.

Quando appaiono le lezioni americane nel giugno del 1988, il vecchio mondo sembra trascinarsi stancamente in un climaterio senza fine: la Fiat ha da poco presentato alla stampa la nuova tipo, Licio Gelli e' stato estradato dalla Svizzera, i socialdemocratici sono stati travolti dall'ennesimo scandalo (le «carceri d'oro»), le brigate rosse hanno fatto la loro ennesima vittima (Roberto Ruffilli), Ciriaco De Mita ha formato un altro governo di pentapartito, il socialista Mitterrand e' stato confermato all'Eliseo, il Pci ha eletto un nuovo segretario (Occhetto) e i leader dei due blocchi contrapposti si sono incontrati per firmare un ennesimo accordo di disarmo tra superpotenze.

 

Il nuovo millennio non e' ancora iniziato. Ma comincera' l'anno successivo. Di li' a pochi mesi crollera' il muro di Berlino e allora la leggerezza calviniana dilaghera' assumendo il retrogusto amaro di una vittoria che sa di sconfitta. Il mondo si liberera' dai gravami ideologici della guerra fredda ma l'ovidiana «parita' essenziale tra tutto cio' che esiste», tanto cara al Calvino profeta della leggerezza, declinandosi nel pensiero unico di un ipercapitalismo globale, diverra' legge di un mondo nel quale, crollata ogni gerarchia, ogni spinta progressiva, ogni ordine culturale, l'invidia rimarra' il piu' potente collante sociale: chiunque potra' desiderare di essere chiunque altro e tutti desidereranno di essere una sola persona, quella inquadrata in primissimo piano sullo schermo del televisore. Due anni piu' tardi, nel 1991, la Cnn trasformera' per la prima volta nella storia una guerra atroce in un intrattenimento per famiglie. Da quel momento in poi, l'ovidiana «conoscenza del mondo che e' dissoluzione della compattezza del mondo», riproposta da Calvino per il nuovo millennio, non condurra' piu' alla sapienza cosmica riguardante il trapassare di una forma nell'altra nella continuita' metamorfica tra tutti i viventi.

La dissoluzione televisiva della fisicita' del mondo, finanche del mondo in guerra, diverra', invece, un triste apprendistato all'irrealta' per un'intera generazione che alla leggerezza della pensosita', celebrata da Calvino, preferira' la leggerezza della frivolezza. Scrivere letteratura e' un'operazione di sottrazione di peso, ricordava Calvino al futuro millennio. Ma anche ridurre la realta' a una pantomima televisiva e' operazione di sottrazione di peso. Ha prevalso decisamente questa seconda. Certo non lo si puo' imputare a Calvino.

Lui, dovendo scegliere un simbolo augurale per il nuovo millennio, aveva scelto «l'agile salto improvviso del poeta-filosofo che si solleva sulla pesantezza del mondo, dimostrando che la sua gravita' contiene il segreto della leggerezza, mentre quella che molti credono essere la vitalita' dei tempi, rumorosa, aggressiva, scalpitante e rombante, appartiene al regno della morte, come un cimitero d'automobili arrugginite». No, non gli si puo' imputare la mortifera leggerezza da barzellettieri che e' la vitalita' del nostro tempo.

Calvino insegno' fino alla fine, anche dopo la fine, che forse solo la vivacita' e la mobilita' dell'intelligenza sfuggono alla condanna dell'insostenibile peso del vivere. Se la leggerezza delle piume sta vincendo sulla leggerezza dell'allodola, l'equivoco e' tutto nostro.

 

23-08-2009, http://www.lastampa.it

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