Autostop 2
Storie di vita vissuta - Roma 1975
Quando arrivai in Italia, a 22 anni, l’autostop lo consideravo un mezzo economico e sicuro per spostarmi. Fui però subito messa in guardia dalla mia famiglia acquisita, specie da mia suocera, una dolcissima signora che mi aveva accolto come una figlia, sui vari pericoli che una ragazza giovane poteva correre nel Belpaese. Tali divieti – alcuni francamente eccessivi e un tantino grotteschi – comprendevano ovviamente anche l’autostop. Grosso modo rispettai sempre questo nuovo codice di comportamento, anche se con un fastidioso senso di frustrazione. Non era bello accettare dei limiti alla mia libertà solo per il mio essere donna.
Una volta però mi trovai in difficoltà.
Tornando da Roma, alla stazione con un certo sgomento costatai che era iniziato uno sciopero dei treni di 24 ore. e, non avendo nessuna voglia di passare la notte alla stazione, presi un pullman che mi portò sul Raccordo Anulare da dove tentai di tornare a Napoli in autostop.
Non ero serena, e mi dava fastidio questo senso di insicurezza che offuscava il senso di libertà che in genere aveva sempre accompagnato i miei spostamenti. No, non era paura…solo un po’ di tensione, non parlavo ancora l’italiano, comunque speravo di arrangiarmi con l’inglese.
La vista di tante altre ragazze in fila che chiaramente cercavano un passaggio mi tranquillizzò. Non feci eccessivamente caso ad un particolare curioso, non c’era nemmeno un maschio tra noi.
Guardavo con un pizzico di invidia queste donne, ben truccate, con vestiti, che mi sembravano bellissimi, un tantino appariscenti per i miei gusti, ma ero appena arrivata in Italia, tutto mi sembrava eccessivo, ricco, opulento.
Tra me e me facevo delle riflessioni, forse un po’ moraliste, poco o niente sapevo del femminismo che da lì a poco avrebbe coinvolto tutti noi.
- Adesso capisco perché succedono certi fatti con le autostoppiste…Non è salutare vestirsi in modo così provocante quando una vuole un passaggio. Certo l’abito non fa il monaco, ma queste minigonne vertiginose, gli hot pants così succinti…no, è sbagliato…è eccessivo.
I miei jeans logori mi sembravano più adatti.
L’attesa però durò a lungo. Le ragazze a poco a poco avevano trovato dei passaggi mentre io rimasi per più di un ora sull'orlo della strada. Finalmente si fermò una macchina bellissima, una spider decappottabile, una macchina da film americano.
Un tizio leggermente calvo, sulla quarantina abbassò il finestrino e mi chiese:
- Quanto?
Porca miseria! Niente di meno qui si paga per l’autostop! Certo il capitalismo con le sue regole di mercato inquina tutto, perfino uno così, visibilmente ricco, vuole un contributo da una ragazza senza arte né parte come me. Balbettai confusa:
- Non capire. Non è gratis…?
Devo dire che mi andò bene. Il mio anonimo automobilista, un napoletano in cerca di signorine dai facili costumi, di fronte alla mia palese ingenuità, che con il senno di poi, definirei totale incoscienza, si comportò da perfetto gentiluomo. Anzi da padre.
Mi fece fino a Napoli una predica in inglese sui pericoli dell’autostop…specie nelle zone “riservate alle prostitute”…

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