"Tarda estate" (1857)
Lettura sul Lavoro XV a cura di Stefano Esengrini
Considerato da Nietzsche uno dei cinque «tesori della prosa tedesca» che «merita di essere letto sempre di nuovo»,* Tarda estate di Stifter appartiene al genere letterario del «romanzo di formazione» (Bildungsroman) e presenta il percorso spirituale intrapreso dal giovane Heinrich. Il passaggio che presentiamo compare all’inizio del romanzo e mostra la decisiva svolta compiuta da Heinrich a partire dall’incontro con il barone von Risach, il proprietario della Casa delle rose. Una nuova comprensione della natura che va oltre o, meglio, anticipa e rende possibile il sapere scientifico, costituisce il fondamento per una rinnovata capacità di abitare e costruire da parte di Heinrich, che, grazie alla figura del barone, darà avvio a quel che possiamo chiamare l’estate della sua vita. Il barone, infatti, giunto a ritirarsi in campagna, ha saputo costruire la propria residenza facendone un luogo capace di lasciar manifestare la pienezza della natura e, allo stesso tempo, quell’estate, ossia quell’interezza, che ogni uomo, anche in tarda età, può incarnare nella propria esistenza, nel proprio studio, nella propria famiglia, nel proprio lavoro. La cura si rivela in questo senso quel modo d’essere che permette ad ogni uomo di prendere stanza nel proprio mondo in completo accordo con se stesso, con gli altri e con quanto lo circonda quotidianamente. Così nelle primissime pagine di Tarda estate il padre di Heinrich dice: «L’uomo non esiste in primo luogo per la società, ma per se stesso. E se ciascuno vive nel modo che gli è congeniale, vive nel modo migliore anche per la società. Colui il quale fosse stato creato da Dio in questo mondo come ottimo pittore renderebbe un pessimo servizio all’umanità se, per esempio, volesse fare l’uomo di legge; diventando un valente pittore, allora può prestare anche al mondo il servizio migliore per cui Dio lo ha creato. Ciò si manifesta sempre tramite un impulso interiore, che conduce verso una mèta indefinita, e che si deve assecondare. Come si potrebbe sapere, altrimenti, a cosa si è destinati sulla terra, se ad essere artisti o condottieri o giudici, se non esistesse uno spirito che lo suggerisce e che inclina a quelle cose, nelle quali ognuno trova la propria felicità e il proprio appagamento? Dio governa in modo da distribuire opportunamente le varie doti, cosicché ogni lavoro venga svolto, e non giunga mai un tempo in cui tutti gli uomini facciano i capomastri. Tra queste doti ci sono anche quelle sociali, e nei grandi artisti, giuristi e uomini di Stato, si riscontrerebbero sempre anche la ragionevolezza, la mitezza, l’equità e l’amor patrio. Fra tali individui che hanno sviluppato al massimo la loro disposizione interiore emergerebbero più frequentemente coloro che in tempi di pericolo si disporrebbero a dare il contributo della propria persona per la salvezza della patria loro».**
Il rifugio
Un giorno discesi dall’alta montagna verso le colline.
Intendevo trasferirmi da quella catena montuosa in un’altra,
attraversando una zona di aperta campagna. Tutti conoscono le colline
lungo le quali gli Hochgebirge digradano verso la pianura. Ricoperte di
boschi caduchi o perenni, si estendono in piacevoli tinte, lasciando
scorgere a tratti sullo sfondo la cima azzurrina di un monte; interrotte
qua e là da un prato luminoso, trascinano tutte le acque che la cima
alimenta e che vanno verso il piano; e lasciando scorgere ora una
piccola costruzione ora una chiesetta, si allungano in tutte le
direzioni verso la zona coltivata e abitata.
Allorché scesi lungo il pendio del monte, guadagnando una visuale più
ampia, notai a occidente le lievi nubi di un temporale che cominciava a
formarsi lentamente, velando il cielo. Proseguii a passo veloce,
osservando l’avanzare delle nuvole. Giunto abbastanza avanti, dovetti
pensare ad un rifugio dove trascorrere la notte, poiché il villaggio nel
quale intendevo fermarmi era difficilmente raggiungibile. Mi trovavo in
un punto della campagna dove le dolci colline si alternano a brevi
pianure, e ogni tanto si trovavano diverse fattorie; là, i giardini di
alberi da frutta si estendono sul piano simili a boschi, e tra il cupo
fogliame scintillano i campanili; si ode il mormorio dei ruscelli nelle
valli e dappertutto, per l’orizzonte più ampio che offre la pianura, si
può scorgere la frastagliata fascia azzurrina delle alte montagne.
Il temporale era già esteso, e presto, forse anche in meno di un’ora, sarebbe scoppiato.
Davanti a me avevo il villaggio di Rohrberg il cui campanile,
intensamente illuminato dal sole, faceva capolino tra i ciliegi e i
salici. Si trovava appena discosto dalla strada. Più vicino, v’erano due
fattorie, che spiccavano a una certa distanza dalla strada, tra campi e
prati. C’era pure una casa, su una collina, che non aveva l’aspetto di
una dimora di contadini né dell’abitazione rurale di un paesano,
sembrando piuttosto la residenza di campagna di un uomo di città. Già in
precedenza, mentre attraversavo la zona, avevo osservato ripetutamente
quella casa, ma non me ne ero curato oltre. Adesso mi colpì, tanto più
che quello era il posto più prossimo ad offrire un asilo e sembrava
promettere maggiori comodità rispetto alle fattorie. A ciò si aggiungeva
una singolare attrattiva. Mentre già gran parte del piano, ad eccezione
del campanile di Rohrberg, giaceva nell’oscurità, quella dimora era
ancora rischiarata dalla luce del sole e con quel suo luminoso biancore
emergeva invitante tra il grigio e l’azzurro del paesaggio.
Decisi, dunque, di chiedere riparo in quella casa. Cercai il sentiero
che dalla strada conduceva sulla collina e, grazie alla mia conoscenza
delle usanze contadine, non mi fu difficile trovare il viottolo che,
delimitato da uno steccato e da siepi, saliva allontanandosi dalla
strada maestra. Lo percorsi e, come avevo immaginato, giunsi davanti
alla casa. Era ancora illuminata dal sole. Adesso che vi ero davanti mi
si offrì come uno spettacolo meraviglioso. La casa era interamente
ricoperta di rose, e come in un fertile campo dove non appena fiorisce
una pianta tutte le altre insieme fioriscono, anche qui le rose
sembravano essersi mutamente accordate: erano sbocciate tutte
contemporaneamente, avvolgendo la casa d’una veste di colori splendenti
in una nuvola d’aromi soavi.
Non è da intendersi alla lettera se dico che la casa, a due piani
abbastanza alti, era interamente ricoperta di rose. La parete del piano
terra fioriva sino alle finestre del piano superiore La parte rimanente,
fino al tetto, appariva libera, ed era proprio quella fascia di bianco
luminoso che si scorgeva da lontano e che in un certo qual modo mi aveva
attirato. Le rose erano fissate su un graticcio accostato alla parete.
Erano veri e propri alberelli: se ne scorgevano di piccolissimi, le cui
foglie spuntavano direttamente dal terreno, altri un po’ più alti, i cui
piccoli fusti si elevavano sui primi, e così via, finché i rami degli
ultimi guardavano nelle finestre del piano superiore. Le piante erano
così ben distribuite e curate, che non c’era alcun vuoto e la parete
della casa, fin dove arrivavano, ne era perfettamente ricoperta.
Non avevo mai visto una sistemazione di questo genere e in simili
proporzioni. C’erano inoltre quasi tutte le varietà di rose a me
conosciute e talune che non avevo mai visto. I colori andavano dal
candore delle rose bianche, attraverso le gradazioni del bianco giallino
e rosato, al rosso chiaro, e al porpora fino al rosso azzurrino e
nerastro delle rose rosse.
La forma e la grandezza dei fiori erano altrettanto varie. Le piante non
erano distribuite in base al colore, ma sembrava che l’unico criterio
secondo il quale erano state disposte fosse quello di non lasciare
vuoti, cosicché i colori sbocciavano combinandosi tra loro.
Mi colpì anche il verde delle foglie, estremamente terse e senza traccia
alcuna di quelle malattie frequenti in queste piante. Non c’era alcuna
foglia secca o rosicchiata dai bruchi o deformata dalle ragnatele.
Mancavano persino quei parassiti che volentieri vi si annidano.
Perfettamente sviluppate e smaglianti nelle loro diverse gradazioni di
verde, quelle foglie facevano bella mostra di sé e, insieme con i colori
dei fiori, rivestivano la casa in un modo stupendo. Il sole, che
soltanto su di essa ancora risplendeva, donava alle rose e alle foglie
verdi sfumature dorate e di fuoco.
Dopo essermi soffermato per un po’ innanzi ad esse, dimenticando il mio
proposito, ritornai in me esortandomi ad andare oltre. Mi guardai
intorno, in cerca di un ingresso; ma non ne scorsi alcuno. L’intera
parete, peraltro abbastanza lunga, non aveva alcuna porta. Nessun
viottolo, inoltre, evidenziava l’ingresso alla casa, poiché l’intero
spiazzo là davanti era soltanto uno slargo sabbioso ben rastrellato e
delimitato, per mezzo di una fascia erbosa e di una siepe, dai campi
confinanti che si estendevano alle mie spalle.
Su entrambi i lati della casa, in direzione della sua lunghezza, c’era
il giardino, separato dallo spiazzo sabbioso da un’alta cancellata di
legno dipinta di verde: là doveva dunque trovarsi un ingresso.
E in quella cancellata, vicinissima alla via che conduceva alla collina,
scoprii infatti la porta, o più esattamente i due battenti di un
cancello, che erano così ben inseriti nella cancellata che a una prima
occhiata non si distinguevano nemmeno. Sui battenti stavano due maniglie
d’ottone munite di serratura, e di fianco ad uno dei battenti la
maniglia della campanella.
Dapprima guardai per un po’ il giardino attraverso la cancellata; lo
spiazzo sabbioso proseguiva al di là di essa, orlato però da piccoli
cespugli fioriti e interrotto da alti alberi da frutta, all’ombra dei
quali si trovavano tavoli e sedie; ma non si scorgeva anima viva. Il
giardino si estendeva tutt’intorno alla casa e sembrava molto ampio.
Saggiai dapprima le maniglie, ma la porta non si aprì. Feci ricorso
allora alla campanella e suonai. A quel suono comparve un uomo dietro ai
cespugli del giardino e mi si fece incontro. Quando mi si fermò
davanti, al di là della cancellata, potei vedere il suo capo scoperto e
la. sua nivea capigliatura: Per il resto aveva un aspetto modesto:
indossavi una specie di giacca da casa, o come la si voleva intendere,
che gli stava stretta dappertutto e gli giungeva fin quasi al ginocchio.
Quando mi fu vicino, mi fissò per un attimo, poi disse:
«Cosa volete, mio caro signore?»
«C’è un temporale all’orizzonte» risposi «e tra breve giungerà su questa
regione. Conte potete ben vedere dal mio zainetto, sono un viandante, e
vorrei pregarvi perciò di offrirmi riparo in questa casa, finché non
sia passata la pioggia o almeno il peggio.»
«Non scoppierà alcun temporale» disse l’uomo.
«Non passerà un’ora che giungerà» replicai. «Conosco bene questi monti e mi intendo anche un po’ di nuvole e temporali.»
«Ma con ogni probabilità io conosco da più lungo tempo la località nella
quale ci troviamo di quanto voi non conosciate queste montagne, dal
momento che sono molto più vecchio di voi» rispose. «Conosco anche le
sue nuvole e i suoi temporali, e so che oggi su questa casa, questo
giardino e tutta questa regione la pioggia non cadrà.»
«Non è il caso di fare ancora ulteriori supposizioni sulle probabilità
che il temporale bagni questa casa» dissi. «Se vi fate scrupolo di
aprirmi questo cancello, abbiate allora la cortesia di chiamare il
padrone di casa.»
«Sono io il padrone di casa.»
A queste parole guardai l’uomo più attentamente. Certo, anche il suo
volto dimostrava una certa età, ma mi sembrava più giovane di quanto non
lasciassero pensare i capelli: aveva uno di quei visi simpatici ben
coloriti e non deformati dall’adipe dell’età avanzata, dei quali non si
sa mai stabilire gli anni.
«Allora devo porgervi le mie scuse» continuai «per essere stato così
importuno, senza far caso agli usi del paese. Se la vostra affermazione
che non verrà alcun temporale è pari ad un rifiuto, mi ritirerò
immediatamente. Non pensate che per la mia giovane età tema la pioggia;
certamente per me bagnarmi non è piacevole quanto restare asciutto, ma
non mi è spiacevole quanto il fatto che io per questo debba essere di
peso a qualcuno. Sono stato sorpreso spesso dalla pioggia e non ha
alcuna importanza se accadrà anche oggi.»
«Per la verità voi mi ponete due questioni» rispose l’uomo «e devo
replicare a entrambe. La prima è che avete detto un’inesattezza, cosa
che deriva forse dal fatto che conoscete troppo poco le condizioni
atmosferiche di questa regione o non prestate sufficiente attenzione
agli eventi naturali. Ed io devo correggere questo errore, poiché in
natura si deve tendere alla verità. La seconda è che se volete entrare
in questa casa, con o senza temporale, e ne accettate l’ospitalità, io
accondiscenderò molto volentieri. Questa casa ha già dato accoglienza a
più d’una persona, e di buon grado, e, per quello che vedo, riceverà con
piacere anche voi, e vi nutrirà per il tempo che voi reputerete
necessario. Perciò, vi prego, entrate.»
A queste parole la serratura del battente del cancello si dischiuse,
girando con una rotella su un binario di acciaio semicircolare e
lasciandomi lo spazio per entrare.
Rimassi indeciso per un attimo.
«Se il temporale non arriva» dissi «non ho in fondo alcun motivo di
entrare, dal momento che soltanto per timore dell’acquazzone ho deviato
dalla strada principale e sono salito fin quassù. Ma perdonatemi se
sollevo di nuovo la questione. Sono una specie di naturalista, e mi sono
occupato per diversi anni di studi sulla natura, soprattutto di queste
montagne, e la mia esperienza mi dice che oggi su questa regione e su
questa casa giungerà un temporale.»
«Allora dovete assolutamente entrare» disse «giacché adesso dobbiamo
verificare insieme chi di noi due ha ragione. Io non sono affatto un
naturalista, e non posso dire di essermi occupato di scienze naturali;
ma ho letto qualcosa e, nel corso della mia vita, ho sempre cercato di
osservare i fenomeni e di riflettere su quanto avevo letto e visto.
Grazie a questa applicazione, oggi ho potuto cogliere i segni
inequivocabili che indicavano che le nuvole, che ancora adesso vediamo
ad occidente e che già una volta hanno tuonato, inducendovi a venire su
da me, non porteranno la pioggia su questa casa né, del resto, in
nessuna località vicina. Forse, quando il sole scenderà, le nubi si
divideranno e si disperderanno nel cielo; di sera si leverà
probabilmente un po’ di vento, ma domani sarà sicuramente di nuovo una
bella giornata. Potrebbe verificarsi che vengano giù alcuni goccioloni, o
cada una leggera pioggerella, ma certamente non su questa collina.»
«Se è così» replicai «entrerò volentieri e di buon grado attenderò con voi l’esito di cui sono curioso.»
Dopo queste parole entrai, ed egli, dopo aver chiuso il cancello, si offrì di farmi da guida.
Mi condusse tutt’intorno alla casa, poiché la porta d’ingresso si
trovava sulla parete opposta a quella delle rose. Dopo che egli ebbe
aperto con una chiave, entrammo. Oltre la porta notai un corridoio dal
pavimento in marmo di ammonite.
«Questo» disse «è in realtà l’ingresso principale; ma poiché non vorrei
che il pavimento del corridoio si rovinasse, lo tengo sempre chiuso e
lascio che si entri da una porta che si trova oltre l’angolo della casa.
Volendo preservare l’impiantito, devo pregarvi di indossare queste
ciabatte di feltro.»
Davanti alla porta c’erano infatti alcune paia di pantofole di falda di
lana gialline. Nessuno più di me poteva essere convinto della necessità
di avere cura di un marmo così bello e nobile, già così perfetto in sé, e
qui magistralmente levigato. Infilai quindi sui miei stivali un paio di
quelle calzature di stoffa; egli fece altrettanto, e così percorremmo
quel pavimento lucido. Il corridoio, che era illuminato dall’alto,
conduceva ad una porta rivestita di legno scuro davanti alla quale egli
si tolse le ciabatte di feltro chiedendomi di imitarlo; dopo che sulla
soglia di legno ci fummo liberati delle pantofole, egli aprì la porta e
mi introdusse in una stanza.
Dall’aspetto, sembrava una stanza da pranzo: al centro vi si trovava
infatti un tavolo, la cui struttura rendeva evidente che si poteva
allargare o restringere, in relazione al numero di persone che vi si
sarebbero sedute intorno. Oltre al tavolo c’erano nella stanza soltanto
delle sedie e uno stipo, che doveva contenere le stoviglie.
«Lasciate qui» disse l’uomo «il cappello, il bastone e il vostro
zainetto, poi vi condurrò in un altro ambiente, dove potrete riposare.»
Detto ciò, dopo che ebbi seguito il suo invito, si avvicinò ad una larga
stuoia e ad uno zerbino che si trovavano sull’uscio della stanza, vi si
pulì molto accuratamente le calzature e mi invitò ad imitarlo. Allorché
fui pronto, aprì la porta, anch’essa scura e rivestita, e mi condusse
attraverso un’anticamera in una stanza attigua.
«Quest’anticamera» disse «è il vero e proprio ingresso alla camera da pranzo e vi si entra dall’altra parte.»
La stanza dove giungemmo era accogliente e sembrava proprio invitare a
stare seduti e a concedersi un po’ di riposo. Non conteneva altro che
semplici tavoli e sedie, ma sul piano dei tavoli non c’era niente di ciò
che spesso si trova nei nostri salotti, come libri, illustrazioni o
cose del genere: erano sgombri ed eccezionalmente puliti e lucidi. Erano
in mogano scuro, divenuto ancora più scuro col tempo. C’era un solo
mobile, diverso da un tavolo o una sedia: uno scaffale a più ripiani
contenente dei libri. Alle pareti erano appese delle incisioni su rame.
«Se siete stanco del cammino» disse l’uomo «qui potete riposare, se
volete; io provvederò perché vi si prepari da mangiare. Dovrete restare
solo, per un po’. Nello scaffale ci sono dei libri, se desiderate dar
loro un’occhiata.»
Detto questo si allontanò. In effetti ero stanco e mi accomodai.
Appena mi fui seduto, mi resi conto del motivo per il quale l’uomo si
era pulito così accuratamente le scarpe prima di entrare in questa
camera, e del perché aveva espresso il desiderio che anch’io lo facessi.
La stanza mostrava infatti un bellissimo pavimento in legno come non ne
avevo mai veduto. Era quasi un tappeto di legno. Non potevo stancarmi
di ammirarlo. Avevano messo insieme solo varietà di legno nei colori
naturali, componendoli in un intreccio di motivi. Poiché a casa mia ero
abituato a oggetti del genere, ed ero in grado di giudicarli, dedussi
che era stato eseguito sulla base di un progetto policromo che mi
sembrava un capolavoro. Pensai allora che non avrei potuto alzarmi e
camminarvi, specialmente per via dei chiodi dei quali erano muniti i
miei stivali da montagna. Del resto, non avevo alcun motivo di farlo,
poiché dopo un cammino piuttosto lungo gradivo molto un po’ di riposo.
Sedevo dunque in quella casa dal candido lucore nella quale mi ero recato per attendere il temporale.
Il sole splendeva ancora su di essa, facendo capolino attraverso le
finestre con i suoi raggi obliqui, e deponendo chiazze di luce
sull’artistico pavimento. Ero seduto da un po’ quando mi pervase una
singolare sensazione, che in un primo momento non riuscii a spiegarmi.
Era come se, invece che in una stanza, io fossi seduto all’aperto, in un
bosco silenzioso. Nel tentativo di spiegarmi il perché di questa
sensazione, guardai verso le finestre, ma neppure esse mi fornirono
alcuna spiegazione: vidi un lembo di cielo, in parte limpido in parte un
po’ offuscato dalle nuvole e, in basso, una chiazza di verde degli alti
alberi del giardino, una veduta per me frequente. Percepivo intorno a
me un’aria fresca e limpida. Scoprii che proveniva dalla parte superiore
delle finestre, che era aperta. Questa non si apriva verso l’interno,
come è più usuale: scorreva invece nello stipite, ora con il vetro ora
con un leggero velo di seta biancastra. Mentre sedevo nella stanza, il
vetro era aperto e l’aria poteva entrare liberamente attraverso il velo;
non così le mosche e la polvere. Ma, seppure l’aria fresca rendesse la
sensazione dello spazio aperto, non poteva essere questa l’unica
spiegazione. Notai ancora qualcos’altro. Nella stanza nella quale mi
trovavo non si udiva il più piccolo dei rumori che più o meno si
percepiscono in qualunque casa abitata, per quanto silenziosa. Questa
sorta di assenza di suoni domestici, per. guanto celasse la vicinanza di
ambienti abitati, ancor meno che l’aria fresca bastava a dare l’idea di
un bosco. Infine credetti di potermi spiegare quella sensazione. Udivo,
infatti, quasi ininterrottamente, ora più vicino ora più lontano, ora
più lieve ora più forte, un confuso cinguettio di uccelli. Rimasi in
ascolto, concentrandomi su quel suono, e riconobbi presto che si
trattava non soltanto del canto di quegli uccelli che nidificano nei
pressi delle abitazioni umane, ma anche di quelli la cui voce e il cui
cinguettio avevo già udito nei boschi o tra i cespugli isolati.
Questo suono così discreto, a me già noto dai miei soggiorni in
montagna, e al quale tuttavia allora non avevo prestato troppa
attenzione, doveva essere stata la causa principale di quella mia
ingannevole sensazione, sebbene anche il silenzio della stanza e l’aria
pulita dovevano avervi contribuito. Allorché mi posi a considerare con
maggiore attenzione quel cinguettio discontinuo, potei distinguere il
canto di uccelli che solitamente vivono molto solitari nel profondo dei
boschi. E ciò appariva almeno singolare in una stanza abitata e ben
arredata.
Avendo scoperto la causa della mia sensazione o, almeno supponendolo,
era altresì scomparso quasi del tutto quel tanto di oscuro e insieme di
piacevole che essa possedeva.
Restando in ascolto, mi venne subito in mente qualcos’altro. Quando c’è
in arrivo un temporale e l’afa ristagna nell’aria, gli uccelli di bosco
di solito tacciono. Mi ricordai che in simili occasioni, nel folto dei
boschi più belli e solitari, non avevo udito il più piccolo suono,
eccetto forse una o due volte il martellare del picchio, o il breve
grido di quell’avvoltoio che i contadini chiamano «uccello della
tempesta.» Che pure tace se il temporale è prossimo. Soltanto gli
uccelli che vivono con l’uomo, e che come lui temono il temporale, o
quelli che dimorano all’aperto e forse ne ammirano il maestoso
avvicinarsi, preannunciano l’insorgere di un temporale: così ho veduto
le rondini, con le loro piume bianche sul ventre, incrociarsi e gridare
sullo sfondo delle nubi, e le allodole alzarsi cantando contro le buie
nuvole temporalesche. Il canto degli uccelli di bosco mi parve allora un
cattivo presagio in merito alle mie previsioni di un temporale, del
quale peraltro non c’era ancora alcun segno se non quelli tuttora
lontani che avevo notato lasciando la strada maestra. Il sole splendeva
sempre sulla casa, e quelle intense chiazze di luce illuminavano ancora
il bel pavimento.
Il mio ospite sembrava intendesse lasciarmi a lungo solo, probabilmente
per darmi il tempo di trovare un po’ di quiete e di riposo, poiché non
ritornò così presto come mi sarei aspettato dopo quanto aveva detto.
Ero seduto già da un bel po’ di tempo, e lo star seduto cominciava a non
darmi più quel piacere che mi aveva procurato all’inizio; mi alza
allora e, sulle punte dei piedi, per non rovinare il pavimento, mi recai
verso lo scaffale per dare un’occhiata ai libri. Si trattava
prevalentemente di poeti. Trovai volumi di Herder, Lessing, Goethe,
Schiller, traduzioni di Schlegel e Tieck da Shakespeare, una Odissea in greco, ma poi anche qualcosa della Geografia di Ritter, della Storia dell’umanità
di Johannes Müller, e qualcosa di Alexander e Wilhelm Humboldt.
Tralasciai i poeti e presi il volume sui viaggi nei paesi tropicali di
Alexander Humboldt, testo che per la verità già conoscevo ma che leggevo
sempre volentieri. Ritornai al mio posto con il libro.
Avevo letto per un periodo di tempo abbastanza lungo, quando il mio
ospite rientrò. Pensavo che, essendosi assentato così a lungo, si fosse
anche cambiato d’abito, dal momento che aveva un ospite ed il suo
abbigliamento era cosi insignificante. Ritornò, invece, con lo stesso
vestito che aveva quando lo vidi davanti al cancello. Non giustificò la
sua assenza, ma disse che, se volevo, e se mi sentivo riposato, potevo
seguirlo in sala da pranzo dove avrebbero servito in tavola per me.
Dissi che mi ero già riposato, ma aggiunsi che mi trovavo lì soltanto in
cerca di un tetto, e di non voler dare ulteriore fastidio chiedendo da
mangiare e da bere.
«Non date alcun fastidio» rispose l’uomo. «Ma dovete pur prendere
qualcosa da mangiare, dal momento che dovete restare tanto a lungo
finché la questione in merito al temporale non sia definita. Mezzogiorno
è già trascorso, e poiché noi pranziamo proprio a mezzogiorno e fino a
cena non viene servito altro, se non volete aspettare fino a sera
bisognerà preparare soltanto per voi. Ma se avete già mangiato, allora
l’onore della casa esige che vi venga offerto qualcosa, ed è a vostra
discrezione accettare o no. Seguitemi, quindi, in sala da pranzo.»
Posai il libro accanto a me, sulla sedia, e mi accinsi a seguirlo. Egli
però prese il libro e lo ripose al suo posto, in libreria.
«Scusate» disse «è nostro costume che i libri, che sono sullo scaffale
perché chiunque si trattenga nella stanza possa occasionalmente e a suo
piacimento leggere qualcosa, vi vengano riposti dopo l’uso, affinché la
stanza mantenga l’aspetto che le è proprio.»
Dopo di ciò aprì la porta e mi invitò a precederlo nella sala da pranzo
che già conoscevo. Qui notai che si era apparecchiato soltanto un
coperto, con lini bianchi eccezionalmente belli; notai, inoltre, che sul
tavolo si trovavano frutta in conserva, vino, acqua, pane e, in un
recipiente, pezzetti di ghiaccio da mettere nel vino. Non vedevo più il
mio zainetto ed il mio bastone in legno di prugno selvatico, mentre il
cappello era ancora al suo posto.
Il mio accompagnatore tirò fuori da una delle tasche del vestito una
campanella, che presumetti d’argento, e suonò. Subito comparve una
ragazza portando un pollo arrosto e una bella lattuga macchiettata di
rosso. Il padrone di casa m’invitò a sedermi e a mangiare. Poiché tutto
mi veniva offerto così gentilmente, accettai, sebbene avessi già
mangiato ancor prima di mezzogiorno: del resto, camminando mi era
tornata fame. Gustai quindi quanto mi si presentava.
Il mio ospite si sedette accanto a me, tenendomi compagnia, ma non mangiò né bevve nulla.
Quando ebbi finito e riposto le posate, si offrì, se non ero troppo stanco, di condurmi in giardino: accettai.
Egli suonò di nuovo la campanella, dando ordine che si rassettasse, e mi
guidò in giardino, questa volta attraverso un corridoio pavimentato con
comuni pietre. Sulla bianca capigliatura aveva adesso una cuffietta
traforata, di quelle che si suole mettere ai bambini a mo’ di rete per
raccoglierne i riccioli.
Quando giungemmo all’aperto vidi che il sole non splendeva più sulla
casa: era stato coperto dalla parete di nuvole. Sul giardino, e su tutto
il paesaggio, ristagnava quell’oscurità calda e secca tipica di simili
momenti. Ma il fronte del temporale durante la mia permanenza in casa si
era un po’ trasformato e non sembrava fosse probabile un immediato
scroscio di pioggia.
Uno sguardo mi disse subito che il giardino dietro alla casa era molto
grande. Ma non era uno di quei giardini che di solito si coltivano
intorno alle case di villeggiatura, con alberi e cespugli infruttuosi, o
al massimo con bacche ornamentali, inframmezzati dal prato, vialetti
sabbiosi o aiuole di fiori: questo giardino invece mi ricordava quello
della casa di periferia dei miei genitori. Vi si trovava un’estesa
coltivazione di alberi da frutta, che tuttavia lasciavano abbastanza
spazio perché crescessero cespugli destinati a fruttificare o anche solo
a fiorire, o perché fiori e verdura potessero svilupparsi
perfettamente. I fiori crescevano ora in aiuole, ora si allungavano a
mo’ di siepi, ora facevano bella mostra di sé in punti isolati. Da
sempre, simili giardini mi colmavano di un senso di familiarità e di
utilità; a differenza degli altri che, se da una parte non sono utili
per i loro frutti, dall’altra non hanno nemmeno l’attrattiva di un vero e
proprio bosco. Tutto ciò che fiorisce all’epoca delle rose qui era
fiorito, ed emanava fragranze, e poiché il cielo era coperto da pesanti
nubi, tutti i profumi erano molto più intensi e penetranti. E ciò faceva
pensare ancora una volta al temporale. Nei pressi della casa si
scorgeva una serra. Era sul nostro percorso, ma ci si mostrava nel senso
della larghézza. Anche questa parete, che in parte era nascosta da
cespugli, era rivestita di rose, e sembrava una Rosenhaus [Casa delle Rose] in miniatura.
Andammo lungo un ampio passaggio che si apriva attraverso il giardino, dapprima pianeggiante poi leggermente in salita.
Anche nel giardino predominavano le rose: ora in alberelli isolati, ora
in siepi che si estendevano in varie direzioni, ora in zone dove
sembravano trovare le condizioni favorevoli alla crescita, offrendo uno
spettacolo piacevole. Un gruppo di rose, molto scure, quasi violette, ma
circondato da un delicato graticcio che aveva la funzione di metterle
in evidenza o forse di proteggerle. Tutti i fiori qui, come quelli della
casa, erano particolarmente puliti e curati, e persino quelli appassiti
sembravano, dai petali, ancora vegeti e forti. Lo feci notare.
«Non avete mai visto, dunque» disse il mio accompagnatore «una di quelle
donne ormai mature che sono state molto belle in gioventù e che si sono
a lungo mantenute tali. Esse somigliano a queste rose. Se anche il loro
viso è solcato da tante piccole rughe, vi regna ancora l’avvenenza e un
bellissimo colorito.»
Risposi che non lo avevo mai notato e proseguimmo oltre.
V’erano altri fiori in giardino, oltre alle rose. E, nei luoghi
ombreggiati, intere aiuole di primule. Erano sfiorite già da lungo
tempo, ma le foglie verdi e foro dimostravano quanto fossero curate. Qua
e là, in qualche isolato cantuccio, cresceva un giglio: mentre belle
piante di garofani campeggiavano in alcuni vasi posti su un apposito
cavalletto, protetti dal sole tramite attrezzature adatte allo scopo. I
boccioli, non ancora fioriti, ma già molto ben sviluppati, lasciavano
presagire fiori splendidi. Quelli sul cavalletto dovevano essere stati
selezionati, poiché, proseguendo, notai il vivaio di queste piante in
grandi aiuole. Per il resto vi si trovavano i soliti fiori da giardino,
in aiuole, in piccole zone appartate o in bordure. Sembrava esserci
inoltre una predilezione per le violacciocche, poiché se ne trovavano in
gran numero e di grande bellezza. Il loro profumo impregnava
gradevolmente l’aria. Le vidi coltivate persino in vaso. Per quanto
riguarda i fiori da bulbo – giacinti, tulipani e altri – non potei
valutare se ve ne fossero, dal momento che la stagione di questi fiori
era trascorsa già da lungo tempo.
Anche per la fioritura dei cespugli, che si ergevano qua e là con le loro foglie verdi, era ormai tardi.
Gli ortaggi occupavano la superficie maggiore, e ad essi si alternavano
coltivazioni di fragole particolarmente curate: spesso erano infatti
legate ed inframmezzate da tavolette di metallo con il loro nome.
Gli alberi da frutta si trovavano sparsi in tutto il giardino; ne
oltrepassammo diversi. Anche su di essi, specialmente sui numerosi
alberi nani, vidi le tavolette bianche con il nome.
Presso alcuni alberi, notai piccole cassette al legno, era presso il
tronco, ora fra i rami. Nella nostra regione, usa offrire tali
contenitori agli stormi perché vi costruiscano il nido. Ma i recipienti
che si trovavano là erano di altro genere. Volevo chiedere, ma nel corso
della conversazione lo dimenticai.
Addentrandoci nel giardino, proveniente dalla zona cespugliosa udii, più
chiaro e distinto, quello stesso canto di uccelli che avevo udito
mentre avevo atteso il mio ospite.
Mi colpì anche un’altra circostanza, adesso che lo avevamo già in gran
parte percorso: non vi si notava alcun danno provocato dai bruchi. Lo
avevo invece rilevato mentre attraversavo la campagna, sebbene non fosse
eccessivamente esteso e non costituisse perciò alcun pericolo per la
crescita della frutta. Me ne ricordai adesso, osservando il vigore del
fogliame di questo giardino. Le foglie, da vicino, mi apparvero più
integre che altrove, più grandi e di colore più intenso, e sempre
intatte; mentre le ciliegie verdi, le piccole mele o le piccolo pere,
che vi facevano capolino, erano davvero perfette. La mia attenzione fu
attirata adesso dal cavolo, che cresceva non lontano dal nostro sentiero
e che osservai più attentamente. Non presentava alcuna costa
rosicchiata dal bruco: le belle foglie erano perfettamente integre. Mi
proposi di porre a caso qualche considerazione in proposito, quale
argomento di conversazione con il mio compagno. Frattanto eravamo
arrivati laddove terminavano le coltivazioni e cominciava il prato, che
saliva più ripido, dapprima inframmezzato da alberi e poi brullo.
Proseguimmo.
Allorché giungemmo su un’altura dove gli alberi non ci impedivano la
vista, mi fermai ad osservare il cielo. Anche il mio compagno si fermò.
Il temporale non si alzava adesso soltanto ad occidente, ma si estendeva
dappertutto. Udivamo anche dei tuoni in lontananza che spesso si
ripetevano: ora verso occidente, ora a mezzogiorno, ora in punti che non
riuscivamo a stabilire. Il mio ospite doveva essere molto sicuro del
fatto suo, poiché vidi in giardino dei contadini che, instancabilmente,
si dirigevano verso i molti pozzi per convogliare l’acqua nei canali che
attraversavano giardino e da questi negli appositi recipienti.
Osservavo già contadini riempire dai recipienti i loro innaffiatoi
d’acqua e irrorare le aiuole. Ero molto curioso di sapere come sarebbe
finita, ma non dissi nulla e anche il mio compagno tacque.
Dopo una breve sosta, proseguimmo sul prato, che alla fine si fece abbastanza erto.
Raggiungemmo infine il punto più alto coincidente con l’estremità del
giardino. Oltre, il terreno declinava di nuovo leggermente. In quel
punto si ergeva un grandissimo ciliegio, l’albero più grande del
giardino e forse il più grande della regione. Attorno al tronco c’era
una panca di legno che, in direzione dei quattro punti cardinali, aveva
davanti altrettanti tavolini, perché ci si potesse riposare, osservare
il paesaggio, leggere o scrivere. Da quel punto, si vedeva il cielo in
quasi tutte le direzioni. Mi ricordai adesso perfettamente che nelle mie
escursioni avevo già visto quest’albero dalla strada o da altri luoghi:
mi sembrava risaltasse come un punto oscuro che coronava il posto più
elevato della regione. Da qui, nelle belle giornate, doveva essere
visibile a sud l’intera catena dei monti, ma adesso non se ne scorgeva
nemmeno una parte: tutto confluiva in un’unica massa temporalesca. A
nord, si alzava una catena montuosa familiare, dietro alla quale,
secondo i miei calcoli, si trovava la cittadina di Landegg.
Sedemmo per un po’ sulla panchetta. Sembrava che nessuno potesse passare
da quel posticino senza fermarsi e guardare un po’ in giro, poiché
l’erba intorno all’albero era tanto calpestata che la terra appariva
brulla, come se un sentiero circondasse l’albero. Doveva trattarsi,
probabilmente, di un punto di ritrovo consueto. Ci eravamo riposati un
po’, quando vidi una figura sbucare tra i cespugli e gli alberi non
lontani, e venirci incontro. Allorché giunse più vicino, stimai che
doveva avere un’età intermedia tra l’adolescenza e la giovinezza. A
momenti si sarebbe pensato che fosse un giovane, a momenti ancora un
ragazzo. Indossava un lino blu a righe bianche e non aveva niente
intorno al collo, né sul capo, eccetto che una fitta massa di riccioli
castani.
Quando ci giunse vicino, disse:
«Vedo che sei occupato con uno straniero, non ti disturberò quindi, me ne torno in giardino.»
«Va’ pure» disse il mio compagno.
Il ragazzo fece un rapido e leggero inchino verso di me, si volse e ritornò nella stessa direzione da dove era venuto.
Restammo ancora seduti.
Nel frattempo, il cielo cominciò lentamente a cambiare: c’era la stessa
coltre di nubi e udivamo ancora tuonare, ma sembrava essersi fatto più
cupo e di tanto in tanto si vedeva anche un lampo.
Dopo un certo tempo il mio compagno disse:
«Il vostro viaggio ha sicuramente un obiettivo che non può essere turbato da una sosta di alcune ore o di uno o più giorni.»
«Proprio così» risposi «il mio obiettivo è, finché ne ho le forze, di
soddisfare i miei interessi scientifici, e oltre a ciò, cosa che non
ritengo peraltro priva di importanza, di godermi la vita a contatto con
la natura.»
«Quest’ultimo proposito non è infatti di poca importanza» replicò il mio
vicino «e poiché avete già definito la mèta del vostro viaggio,
acconsentirete di certo ad accogliere il mio invito a non proseguire per
oggi e a trascorrere la notte nella mia casa. Se poi preferirete
restare da me anche domani o i giorni seguenti, questo dipenderà solo da
voi.»
«Anche se il temporale fosse durato a lungo, intendevo arrivare oggi
stesso a Rohrberg» dissi. «Ma poiché siete così gentile verso un
viaggiatore sconosciuto, accetto volentieri di trascorrere a casa vostra
la prossima notte e ve ne sono grato. Per quanto riguarda domani, non
posso ancora decidere poiché non è ancora domani.»
«Così per la prossima notte è deciso proprio come avevo pensato» disse
il mio compagno. «Avrete notato che il vostro zainetto ed il vostro
bastone da viaggio non erano più nella sala da pranzo.»
«In effetti l’ho notato» risposi.
«Li ho fatti portare nella vostra stanza» disse «poiché supponevo già che avreste trascorso questa notte a casa mia.»
Il soggiorno
Dopo un po’, il mio ospite disse:
«Dal momento che avete accettato il mio invito di fermarvi per la notte,
potremmo andare anche in aperta campagna allontanandoci da
quest’albero, in modo che abbiate la possibilità di conoscere meglio la
regione. Del resto, se dovesse scoppiare il temporale, conosciamo
entrambi i segni che lo preannunciano, sicché possiamo ritornare
indietro in tempo per raggiungere la casa sani e salvi.»
«D’accordo» risposi, e ci alzammo dalla panchina.
A una distanza di alcuni passi dal ciliegio, un robusto steccato
separava il giardino dal terreno circostante. Lo raggiungemmo, e il mio
compagno trasse dalla tasca una chiave, con la quale aprì un
cancelletto; uscimmo ed egli lo richiuse alle nostre spalle.
Dietro il giardino, cominciavano i campi coltivati con diversi tipi di
cereali. Le spighe di grano, che di solito oscillano al minimo soffio di
vento, si ergevano assolutamente immobili, ritte come frecce, e la loro
chioma delicata, che sfiorammo con lo sguardo, era immersa in uno
statico bagliore verde dorato.
Tra il grano correva un sentiero, largo e abbastanza battuto. Proseguiva
lungo la collina, senza salire né scendere, restando così sempre sul
fianco più alto del colle. Ci avviammo lungo questo sentiero.
Su entrambi i lati, si vedeva tra il grano il rosso fuoco dei papaveri, e anche i loro teneri petali erano immoti.
C’era ovunque uno stridere di grilli, quasi un diverso silenzio,
accrescente l’attesa che regnava dappertutto. Cupi tuoni attraversavano
di tanto in tanto la coltre di nubi che copriva il cielo, e il chiarore
di un lampo ne fendeva per un attimo l’oscurità.
Il mio compagno camminava tranquillamente accanto a me, talvolta
sfiorando lentamente con la mano le verdi spighe di grano. Aveva tolto
la retina che portava sui capelli bianchi, infilandosela in tasca, e
andava a capo scoperto nell’aria mite.
II nostro sentiero ci condusse in un punto sul quale non cresceva il
grano. Era uno spiazzo abbastanza ampio, ricoperto soltanto di erba
rasa. Su questo spiazzo si trovava un’altra panca di legno e un frassino
di media grandezza.
«Ho lasciato questa zona così come l’ho ereditata dai miei predecessori»
disse il mio compagno «sebbene, se si bonificasse o si sradicasse
l’albero, entro un certo numero di anni darebbe una quantità non
irrilevante di grano. È qui che i contadini trascorrono la pausa di
mezzogiorno e consumano il pasto che viene portato loro. Ho fatto
costruire questa panca perché anch’io vi siedo volentieri, anche
soltanto per osservare i mietitori o assistere alle feste dei contadini.
Le antiche usanze hanno un che di rassicurante, non fosse altro perché
esistono da sempre. Ma in questo caso c’è qualcosa di più; perciò questo
luogo è rimasto incolto e vi cresce questi albero. L’ombra del frassino
è rara, ma unica in questa zona, e la gente, per quanto rozza, nota
sicuramente anche la veduta che si gode da qui. Sedetevi dunque con me, e
osservate quel poco che oggi ci consente il cielo velato.»
Sedemmo sulla panca ai piedi del frassino, guardando verso mezzogiorno.
Vidi il giardino estendersi come un grembo verde, diagonalmente davanti a
me.
All’estremità del giardino, vidi la bianca parete nord della casa e al
di sopra del muro bianco il ridente tetto rosso. Della serra erano
visibili soltanto il tetto ed il comignolo.
Più avanti, verso mezzogiorno, la campagna e i monti erano appena
riconoscibili per via dell’ombra delle nuvole e della nebbia azzurrina. A
est si ergeva la torre bianca di Rohrberg, e ad ovest c’era grano e
ancora grano, dapprima sulla nostra collina, poi, al di là di questa, su
quella successivo, e così via, finché le colline erano visibili. Di
tanto in tanto si vedevano bianche fattorie o altre abitazioni, isolate o
a gruppi. Secondo il costume del luogo, tra i campi di grano crescevano
file di alberi da frutta, che, in prossimità delle case o dei villaggi,
si infittivano, simili a piccoli boschi. Chiesi al mio vicino notizie
riguardanti quelle case e i proprietari dei campi.
«I campi che si estendono verso ovest, dal ciliegio fino alla prima fila
di alberi da frutta, sono nostri» disse il mio compagno. «Anche quelli
che abbiamo attraversato, dal ciliegio fino a qui, appartengono a noi e
giungono ancora fino a quei lunghi edifici che vedete laggiù, che sono i
nostri rustici. A nord, se guardate da questa parte, si estendono fino a
quei prati con i boschi di ontani. Anche i prati ci appartengono e
delimitano i nostri possedimenti. A sud, laddove avete lasciato la
strada, i campi sono nostri fino alla siepe di biancospino. Come vedete,
dunque, una parte non piccola di questa collina è di nostra proprietà.
Siamo circondati da essa come da un amico che non esita mai, e non
tradisce la tua fiducia.»
A queste parole, mi sovvenne che egli aveva usato sempre l’espressione
«noi» e «nostro.» Pensai che si riferisse alla moglie o anche ai figli.
Mi ritornò in niente quel ragazzo che avevo visto venire verso di noi.
«Il resto della collina è diviso fra tre fattorie» concluse «che sono i
nostri vicini più prossimi. Quelli più lontani cominciano a partire dai
bassopiani che circondano la collina, al di là dei quali il terreno
torna a salire.»
«È un terreno fortunato, benedetto da Dio» dissi.
«Avete detto bene» replicò «la terra e la spiga sono una benedizione
divina. È incredibile, ma l’uomo riflette appena sul valore inestimabile
che hanno queste piante. Se dovessero sparire dal nostro continente,
moriremmo di fame con tutte le nostre ricchezze. Chissà se i paesi
torridi sono così poco popolati e non praticano le scienze e l’arte come
quelli più freddi perché non coltivano il grano. A stento credereste
quanto produce soltanto questa piccola collina. Mi son preso la cura una
volta di misurare la sua superficie, che è coltivata a grano, per fare
un conto approssimativo, in base al raccolto dei nostri campi e alla
produttività dei campi dei vicini che ho interpellato, della quantità di
grano che cresce in media ogni anno su di essa. Voi non credereste a
cifre tanto elevate e anch’io non le avrei mai immaginate prima di
allora. Se vi fa piacere, a casa nostra vi mostrerò i risultati di
questo lavoro. Mi resi conto, allora, che il grano è come l’aria, una
di quelle cose vitali, eterne e tuttavia non appariscenti. Noi non
parliamo del grano e dell’aria, perché ne abbiamo tanto intorno e
entrambi ci circondano dappertutto. Il silenzioso ciclo di riproduzione e
di consumo è una catena infinita attraverso i secoli e i millenni.
Ovunque, laddove i popoli si conformino a disegni storicamente definiti e
con adeguate istituzioni statali, li troviamo già coltivatori di grano,
e laddove il pastore vive libero da vincoli sociali ma unito al suo
gregge, non è il grano che lo nutre ma i suoi parenti più umili: le
erbe, che lo mantengono a un’esistenza altrettanto umile. Ma perdonate
se parlo così di erbe e cereali, è naturale dal momento che vivo tra
queste cose, e solo con l’età ho imparato a rispettare questo bene.»
«Non ho niente da perdonarvi» replicai «poiché condivido pienamente la
vostra opinione sul grano, anche se sono figlio della grande città. Ho
osservato a lungo queste piante, ho letto libri in proposito, anche se, a
dire il vero, più da un punto di vista botanico; e, da quando trascorro
gran parte dell’anno a contatto con la natura, ho imparato a
riconoscerne sempre più l’importanza.»
«Lo capireste veramente» disse «soltanto se aveste delle proprietà, o
nei vostri terreni vi dedicaste in modo particolare alla cura di queste
piante.»
«I miei genitori abitano in città» risposi «mio padre conduce
un’attività commerciale e, fatta eccezione per un giardino, né lui né io
possediamo alcun terreno.»
«Ciò è determinante» replicò. «Nessuno può valutare appieno il valore di queste piante se non colui che le coltiva.»
Rimanemmo un po’ in silenzio.
Vedevo gente affaccendarsi presso i suoi rustici. Alcuni intenti ai
lavori domestici si avvicinavano, di tanto in tanto, agli usci; altri
falciavano l’erba in un prato vicino, e una parte badava a trasportare
attraverso i portoni i carri stracarichi del fieno essiccatosi durante
il giorno. A causa della grande distanza non potevo distinguere taluni
particolari, né il tipo di costruzione o la precisa disposizione degli
edifici.
«Per quanto riguarda le notizie che mi avete chiesto su quelle case e
sui proprietari dei campi» proseguì dopo un po’ «è piuttosto difficile
accontentarvi, specialmente oggi. Da questo punto si può vedere la
maggior parte dei terreni vicini; ma oggi che il cielo è coperto, non
soltanto non vediamo le montagne, ma ci sfuggono anche alcuni di questi
punti bianchi nella campagna, che indicano le abitazioni delle quali
vorrei parlarvi. Del resto, le persone vi sono sconosciute. Sareste
dovuto andare in giro per la regione, avreste dovuto viverci, perché
essa parlasse al vostro spirito e voi foste in grado di comprenderne gli
abitanti. Forse ritornerete e resterete più a lungo presso di noi,
forse prolungherete il vostro attuale soggiorno. Frattanto voglio dirvi
qualcosa in generate e mettervi al corrente di qualche particolare che
può risultarvi gradito. Vengo volentieri in questo luogo anche per via
dei miei vicini; poiché, oltre al fatto che quassù, anche nei giorni più
belli, soffia sempre una lieve brezza, e oltre al fatto che qui sono
tra i miei contadini, da quassù mi è possibile osservare con un solo
colpo d’occhio tutti quelli che mi circondano, cosicché può venirmi in
mente qualcosa che li riguarda, e posso valutare come essere loro
d’aiuto o come favorire gli interessi di tutti. Essi, nell’insieme, sono
gente incolta, ma docile, se si asseconda la loro natura e non si tenta
di coartarli. Allora sono per lo più anche miti. Ho imparato da loro e a
loro ho procurato qualche vantaggio. Se tramite una più lunga
esperienza approvano qualcosa, finiranno con l’imitarti. Non ci si deve
stancare: talvolta mi hanno dapprima deriso, poi hanno seguito il mio
esempio. Per molte cose mi scherniscono ancora, ma lo sopporto. La
strada laggiù, attraverso i miei campi, è più breve, e quando passa
qualcuno mentre leggo qua sulla panca, si ferma, mi parla, io gli do dei
consigli e allo stesso tempo apprendo dalle sue parole. Ho già reso i
miei campi più produttivi dei loro, essi lo constatano, e questo è per
loro il motivo più valido per tenermi in una qualche considerazione. Mi
rammarico soltanto di non aver potuto migliorare come avrei voluto il
prato alle nostre spalle, che si stende al di sotto dei campi ed è
bagnato da un piccolo ruscello: è ancora deturpato dai cespugli e da
ceppi di ontani che si trovano sulla riva del ruscelletto e che qua e là
producono persino delle zone paludose; ma in realtà posso far ben poco,
e poi i cespugli e i ceppi di ontani mi sono necessari ad altri fini.»
Per distoglierlo dalla mia domanda sui suoi vicini, alla quale, come
riflettei adesso, non poteva rispondere esaurientemente, almeno non nei
termini in cui l’avevo posta, gli chiesi se la sua tenuta comprendesse
anche un fondo boschivo.
«Certamente» rispose «ma non è così vicino come sarebbe desiderabile per
comodità, e tuttavia è abbastanza lontano per non turbare la bellezza e
l’armonia di questo campo di grano. Se aveste proseguito sulla strada
di Rohrherg, anziché salire fino a casa nostra, dopo circa una mezz’ora
avreste trovato a destra, a ridosso della strada, l’angolo di un bosco
di faggi intorno al quale volge la strada. Quell’angolo si inerpica
bruscamente, allargandosi verso l’interno, laddove non si può vedere
dalla strada, e fa parte di un bosco che si inoltra nella campagna. Da
qui se ne scorge una gran parte: là, a sinistra del campo dove cresce il
giovane orzo.»
«Conosco molto bene quel bosco» dissi «esso circonda un’altura e confina
soltanto in parte con la strada; attraversandolo se ne può conoscere la
grandezza. È il bosco dell’Aliz. Ha faggi e aceri possenti che si
confondono con gli abeti. Da lì l’Aliz sbocca nell’Agger. Su entrambi i
fianchi dell’Aliz si ergono alte rocce con erbe rare, e da esse si
estende verso sud, in direzione della valle, una striscia di terra con i
faggi più forti della regione.»
«Dunque, conoscete quel bosco» disse.
«Sì» replicai «vi sono già stato. Là ho disegnato i faggi più grandi che
abbia mai visto, ho collezionato piante e pietre e osservato le rocce.»
«La striscia di terra ricoperta da quei faggi possenti, insieme a
parecchie altre parti di quel bosco, appartiene a questa tenuta» disse
il mio ospite. «Anche una collina montuosa a sud di là, dove cresce
qualche sporadica betulla deforme, che vale poco per bruciare e fornisce
un buon legno per delicati lavori è nostra.»
«Conosco anche quel colle» dissi «là finisce la roccia granitica della
quale è costituita tutta la parte settentrionale della nostra regione, e
comincia la roccia calcarea che, sulle montagne più alte, segna il
limite sud della regione.»
«Già, quella collina è il blocco di granito più meridionale» disse il
mio compagno. «Esso trasporta persino le acque. Da qui, nonostante la
foschia, possiamo distinguerne i confini.»
«Là c’è la vetta del Klam» disse «ancora di roccia granitica; a destra
la collina del Gais, poi lo Asser, il Losen, e infine si può vedere il
Grumhaut.»
Fui pienamente d’accordo.
Frattanto la sera si faceva sempre più vicina, e il pomeriggio era in gran parte già trascorso.
Quel temporale mi sembrava adesso particolarmente incerto.
Note:
* «Il tesoro della prosa tedesca. Se si prescinde dagli scritti di Goethe, e particolarmente dalle conversazioni di Goethe con Eckermann, il miglior libro tedesco che ci sia: che resta propriamente della letteratura tedesca in prosa, che meriti di essere letto sempre di nuovo? Gli aforismi di Lichtenberg, il primo libro della biografia di Jung-Stilling, l’Estate tardiva di Adalbert Stifter e la Gente di Seldwyla di Gottfried Keller, – e ciò per il momento è tutto» (F. Nietzsche, Umano, troppo umano, vol. 2, Parte seconda, af. 109, Adelphi, Milano 1989, p. 183).
** A. Stifter, Tarda estate, op. cit., p. 12.
Tratto Da: A. Stifter, Tarda estate, Novecento, Palermo 1990, pp. 33-54. Una versione in tedesco del romanzo – Der Nachsommer – è scaricabile dal sito www.guteberg.org (Project Gutenberg).









