"Sull’avvenire delle nostre scuole" (1872)
Lettura sul Lavoro XVI a cura di Stefano Esengrini
«Queste conferenze, scritte dal ventisettenne Nietzsche nel 1872, quando era ancora professore a Basilea, contengono alcune delle affermazioni più radicali e rivoluzionarie contro il sistema della cultura moderna che mai siano state enunciate. Nel suo tentativo di “indovinare l’avvenire” fondandosi, “come un augure, sulle viscere del passato”, Nietzsche è riuscito qui a individuare il nesso fra l’educazione scolastica, anche nelle sue zone più apparentemente disinteressate, e l’utilizzazione della forza-lavoro intellettuale da parte della società e ai fini della società stessa, che sono poi quelli di “allevarsi quanto prima è possibile utili impiegati, e assicurarsi della loro incondizionata arrendevolezza”. Di fronte a tale brutale intervento, ogni cultura che non voglia identificarsi con l’ordine costituito dovrà agire contro di esso. Dietro la spinta verso una diffusione sempre maggiore della cultura, in cui riconosceva uno dei “dogmi preferiti dall’economia politica di questa nostra epoca”, Nietzsche vide dunque un proposito di oppressione e di sfruttamento, insomma l’ombra stessa dell’“economia politica” nel suo senso più generale. Apparirà perciò giustificato leggere questo testo anche come una preveggente analisi dell’industria culturale – e lo storicismo, qui attaccato frontalmente come il maligno incanto che riesce a “paralizzare” ogni impulso a mettere la cultura in immediato contatto con “l’ambiguità dell’esistenza”, si rivelerà essere appunto l’agente di un enorme e nefasto processo sociale tuttora in corso» (Giorgio Colli).
L’avvenire delle nostre scuole
Il titolo che ho dato alle mie conferenze era
destinato, com’è dovere di ogni titolo, a essere chiaro e incisivo
quanto più possibile, ma per un eccesso di determinatezza è risultato –
come ora posso bene osservare – troppo breve, diventando perciò
nuovamente oscuro, cosicché io dovrò cominciare col chiarire – anzi, se
necessario, col discolpare – di fronte ai miei illustri ascoltatori
questo titolo, e quindi il compito di queste conferenze. Se io dunque ho
promesso di parlare sull’avvenire delle nostre scuole, con ciò non ho
certo pensato in primo luogo all’avvenire specifico e allo sviluppo
ulteriore dei nostri istituti basileesi di questa natura. Per quanto
possa sembrare assai spesso che molte delle mie osservazioni generali
trovino un’esemplificazione proprio negli istituti educativi di casa
nostra, non sono tuttavia io stesso a fare queste esemplificazioni, e
perciò non vorrei affatto sopportare la responsabilità di siffatte
applicazioni pratiche, e ciò proprio per la ragione che io mi ritengo
troppo straniero e inesperto, e mi sento troppo poco addentro alla
situazione di questa città, per essere in grado di giudicare rettamente
una configurazione così particolare dei rapporti di cultura, o
addirittura per essere capace di tracciare con una certa sicurezza il
loro avvenire. D’altro canto, io sono tanto più cosciente di quale sia
il luogo in cui debbo tenere queste conferenze: si tratta cioè di una
città che cerca di favorire – in un senso incomparabilmente grandioso e
in una misura che deve addirittura far vergognare gli Stati più grandi –
la cultura e l’educazione dei suoi cittadini. Di conseguenza, io non
cado certo in errore quando suppongo che là, dove si fa di più per queste cose, si pensi
anche di più a esse. Proprio questo peraltro deve essere il mio
desiderio, anzi il mio presupposto, di stare cioè qui in un rapporto
spirituale con ascoltatori, i quali hanno riflettuto sui problemi
dell’educazione e della cultura nella stessa misura in cui hanno
l’intenzione di favorire con i fatti ciò che hanno riconosciuto come
giusto. E solo da tali ascoltatori io riuscirò a farmi comprendere –
data la vastità del mio compito e la brevità del tempo – se cioè essi
indovinano senz’altro ciò che ha potuto essere soltanto accennato, se
essi integrano ciò che ha dovuto essere taciuto, se in genere essi hanno
bisogno, non già di essere ammaestrati, bensì soltanto di essere
stimolati a ricordare.
Mentre perciò debbo assolutamente rifiutare di venir considerato come un
consigliere non autorizzato rispetto ai problemi scolastici ed
educativi di Basilea, ancor meno io penso di far profezie per l’avvenire
della cultura e per gli strumenti della cultura, abbracciando l’intero
orizzonte degli odierni popoli civili: in questo campo visivo
enormemente vasto il mio sguardo si offusca, allo stesso modo che
diventa incerto nel guardare a una distanza troppo ravvicinata. Per nostre
scuole, io non intendo perciò né quelle particolari di Basilea, né le
innumerevoli forme dell’epoca presente, intesa nel senso più vasto e
comprendente tutti i popoli, ma mi riferisco alle istituzioni tedesche
in questo campo, di cui godiamo anche qui. Noi dobbiamo occuparci
dell’avvenire di queste istituzioni tedesche, ossia dell’avvenire della
scuola elementare tedesca, della scuola tecnica, del liceo tedesco,
dell’università tedesca: nel far ciò, noi prescindiamo per ora
completamente da ogni paragone e da ogni valutazione, e ci guardiamo
soprattutto dalla lusinghevole illusione che i nostri ordinamenti, a
confronto degli altri popoli civili, siano insuperati e debbano servire
universalmente da modello. Basti dire che si tratta delle nostre scuole:
il legame che ci unisce a esse non è casuale, e non si può dire che noi
le indossiamo come un mantello. Esse piuttosto, come monumenti vivi di
importanti movimenti di civiltà, e in alcune forme persino “utensili
domestici dei nostri progenitori”, ci collegano con il passato del
popolo, e costituiscono nei loro tratti essenziali un legato così sacro e
degno di onore, che io potrei parlare dell’avvenire delle nostre scuole
solo nel senso di un’approssimazione – spinta quanto più in là
possibile – allo spirito ideale da cui esse sono sorte. Con tutto ciò,
io sono convinto che i numerosi mutamenti, introdotti dall’arbitrio
dell’epoca presente in queste scuole, al fine di renderle più “attuali”,
non sono in buona parte altro se non linee contorte e aberrazioni,
rispetto alla nobile tendenza primitiva della loro costituzione. E ciò
che noi possiamo sperare dal futuro a questo riguardo, è un
rinnovamento, un ringiovanimento e una purificazione dello spirito
tedesco, in una misura tale che da esso rinascano in certo modo altresì
questi istituti, presentandosi allora, dopo questa rinascita, al tempo
stesso vecchi e nuovi: gli istituti presenti, per contro, pretendono per
lo più di essere unicamente “moderni” e “attuali”.
È soltanto nel senso di quella speranza, che io parlo di un avvenire
delle nostre scuole: e questo è il secondo punto su cui mi devo spiegare
fin da principio per mia giustificazione. La più grande di tutte le
presunzioni è infatti il voler essere un profeta, e di conseguenza
appare già ridicolo il dichiarare che non si vuole essere tale. A
nessuno dovrebbe essere lecito pronunciarsi in tono di profezia riguardo
all’avvenire della nostra cultura, e in connessione con ciò, riguardo
all’avvenire dei nostri strumenti e metodi di educazione, se egli non
può dimostrare che in una qualche misura questa cultura avvenire esiste
già nel presente e che le basta estendersi attorno a sé in una misura
molto più grande, per riuscire a esercitare un influsso necessario sulla
scuola e sugli istituti di educazione. Mi si permetta soltanto di
indovinare l’avvenire fondandomi, come un augure romano, sulle viscere
del presente: in questo caso, ciò non vuol dire né più né meno che
promettere una futura vittoria a una tendenza culturale già esistente,
sebbene per il momento essa non sia né amata, né onorata, né diffusa.
Essa tuttavia vincerà, come io ritengo con piena fiducia, poiché ha
dalla sua parte il più grande e più potente alleato, la natura:
nel dire ciò, non possiamo certo passare sotto silenzio il fatto che
molti presupposti dei nostri metodi moderni di educazione portino in sé
il carattere dell’innaturalezza, e che le più fatali debolezze della
nostra epoca si connettano proprio a questi metodi innaturali di
educazione. Chi si sente completamente in accordo con questo presente, e
lo assume come qualcosa “che si comprende da sé”, non è da noi certo
invidiato, né per questa fede né per questa parola di moda “che si
comprende da sé”, formata in modo scandaloso; chi invece, giunto
all’opposto punto di vista, è già disperato, non ha più bisogno di
combattere, e non appena si arrenderà alla solitudine, sarà senz’altro
solo. Tra costoro “che si comprendono da sé” e i solitari, stanno
tuttavia in mezzo i combattenti, cioè coloro che sono ricchi di
speranza. Come espressione più nobile e sublime di costoro, sta di
fronte ai nostri occhi il grande Schiller, così come ci è descritto da
Goethe nell’Epilogo alla Campana:
E la sua guancia si accendeva sempre più rossa
Di quella gioventù che non ci sfugge mai,
Di quel coraggio che presto o tardi
Vince la resistenza del mondo ottuso,
Di quella fede che innalzandosi sempre,
Ora emerge arditamente, ora si piega pazientemente,
Perché il bene agisca, cresca e sia utile,
Perché giunga infine il giorno di chi è nobile.
Ciò che ho detto sinora possa essere accolto dai miei illustri
ascoltatori nel senso di una premessa, il cui compito dovrebbe essere
soltanto quello di illustrare il titolo delle mie conferenze, e
difenderlo da possibili fraintendimenti e da ingiustificate pretese. E
ora, all’inizio delle mie considerazioni, passo dal titolo al contenuto:
per circoscrivere senz’altro la cerchia generale di pensieri, partendo
dalla quale si deve tentare la formulazione di un giudizio sui nostri
istituti di cultura, occorre pronunciare, mentre si entra in argomento,
una tesi chiaramente formulata, come uno stemma gentilizio che ricordi a
chiunque si avvicina, in quale casa o in quale podere egli stia per
entrare, per il caso in cui, dopo di aver considerato un tale stemma,
egli non preferisca voltare le spalle a una casa o a un podere così
contrassegnati. Ecco la mia tesi.
Due correnti apparentemente contrapposte, egualmente dannose nella loro
azione e infine concordanti nei loro risultati, dominano nell’epoca
presente le nostre scuole, che in origine erano fondate su basi del
tutto diverse: da un lato, l’impulso verso la massima estensione della cultura, e d’altro lato l’impulso a sminuirla e indebolirla.
Conformemente al primo impulso, la cultura dev’essere portata entro
ambienti sempre più vasti; nel senso dell’altra tendenza, si pretende
dalla cultura che essa deponga le sue supreme pretese di sovranità, per
sottomettersi al servizio di un’altra forma di vita, a quella cioè dello
Stato. Di fronte a queste fatali tendenze dell’estensione e della
diminuzione, ci sarebbe da disperare senza alcuna prospettiva, se in
qualche modo non fosse possibile favorire la vittoria di due tendenze
opposte, veramente tedesche e specialmente gravide di avvenire, ossia
aiutare l’ impulso verso la restrizione e concentrazione della cultura, in antitesi alla sua massima estensione possibile, e aiutare l’impulso al rafforzamento e all’autosufficienza
della cultura, in antitesi al suo indebolimento. A credere nella
possibilità di una vittoria, d’altronde, ci autorizza il sapere che
quelle due tendenze dell’estensione e dell’indebolimento sono contrarie
alle intenzioni eternamente eguali della natura, nella stessa misura in
cui una restrizione della cultura a poche persone è una legge necessaria
della natura, e in genere una verità. A quegli altri due impulsi, per
contro, potrebbe riuscire soltanto di fondare una finta cultura.
Prefazione da leggere prima delle conferenze,
sebbene propriamente non vi si riferisca
Il lettore da cui mi attendo qualcosa deve avere tre qualità:
dev’essere calmo e leggere senza fretta, non deve fare intervenire ogni
volta la sua persona e la sua “cultura”, e non ha diritto di attendersi
da ultimo – quasi come risultato – dei prospetti. Io non prometto né
prospetti né nuovi orari per licei e per scuole tecniche, e piuttosto
ammiro la natura esuberante di coloro che sono in grado di percorrere
tutta quanta la strada che dalle profondità dell’empirismo sale sino
all’altezza dei veri problemi culturali, e di lassù ritorna sino alle
bassure dei più aridi regolamenti e dei più graziosi prospetti; mi
contento invece di avere scalato – ansimando – una discreta montagna, e
di potermi rallegrare per una vista più aperta: quanto agli amici dei
prospetti, in questo libro, non li potrò davvero accontentare.
Senza dubbio vedo approssimarsi un’epoca in cui uomini seri – al
servizio di una cultura completamente rinnovata e purificata, e con un
lavoro comune – diventeranno altresì legislatori dell’educazione
quotidiana, dell’educazione che porta appunto a quella cultura.
Probabilmente costoro faranno ancora una volta prospetti – ma com’è
lontana quell’epoca! E quante cose dovranno accadere nel frattempo!
Forse tra il presente e quell’epoca il liceo sarà stato distrutto, forse
persino l’università sarà stata eliminata, o per lo meno avverrà una
così totale trasformazione delle suddette scuole, che le loro vecchie
tabelle si presenteranno agli sguardi futuri come residui dell’epoca
delle palafitte.
Questo libro è destinato a lettori tranquilli, a uomini che ancora non
sono trascinati dalla fretta vertiginosa della nostra epoca rimbombante,
e che ancora non provano un piacere idolatra nell’essere pestati dalle
sue ruote – ossia a pochi uomini!
Costoro peraltro non possono abituarsi a stabilire il valore di ogni
cosa in base al risparmio o alla perdita di tempo; costoro “hanno ancora
tempo”: a loro è ancora permesso raccogliere e scegliere, senza dover
rimproverare se stessi, le ore buone della giornata e i loro momenti
fecondi e vigorosi, per riflettere sul futuro della nostra cultura.
Costoro possono anche pensare di aver trascorso la loro giornata in un
modo veramente profittevole e degno, cioè nella meditatio generis futuri.
Un tale uomo non ha ancora disimparato a pensare quando legge, conosce
ancora il segreto di leggere tra le righe, anzi ha una natura così
prodiga, da riflettere ancora su ciò che ha letto, forse molto tempo
dopo di aver deposto il libro. E tutto ciò, non per scrivere una
recensione o un altro libro, ma semplicemente per riflettere.
Scialacquatore degno di punizione! Lui, che è abbastanza tranquillo e
noncurante per inoltrarsi con l’autore su una strada che va lontano, e i
cui scopi saranno visti con piena chiarezza soltanto da una generazione
molto posteriore! Se il lettore invece, violentemente eccitato, si
rivolge subito all’azione, se egli vuol cogliere i frutti dell’attimo
che a stento potrebbero essere conquistati da intere generazioni, noi
dobbiamo temere allora che egli non abbia compreso l’autore.
La terza e più importante esigenza consiste infine nel non far
intervenire di continuo, alla maniera dell’uomo moderno, se stesso e la
propria cultura, quasi come una sicura misura e un criterio di tutte le
cose. Noi desideriamo piuttosto che egli sia abbastanza colto, da poter
valutare assai poco la propria cultura, anzi da poterla disprezzare. In
tal caso egli potrebbe certo abbandonarsi con la massima fiducia alla
guida dell’autore, il quale ardirebbe parlargli fondandosi unicamente
sulla propria ignoranza e sulla coscienza di tale ignoranza. L’autore
non pretende di possedere null’altro se non un sentimento infiammato per
l’elemento specifico della nostra attuale barbarie tedesca, per ciò che
ci differenzia così notevolmente dai barbari di altre epoche, come
barbari del diciannovesimo secolo.
L’autore, orbene, con questo libro in mano, va cercando coloro che sono
sospinti in varie direzioni da un sentimento simile. Lasciatevi trovare,
o isolati, nella cui esistenza io credo! Voi disinteressati, che vi
addossate i dolori e le corruzioni dello spirito tedesco; voi
contemplativi, il cui occhio non va tastando, per così dire, con
curiosità frettolosa, l’aspetto esterno delle cose, bensì sa trovare
l’accesso al nocciolo del loro essere; voi uomini di nobili sentimenti,
in vostro onore Aristotele dice che attraversate la vita esitanti e
inattivi, a meno che un grande onore e una grande opera non domandino di
voi! Io mi rivolgo a voi. Per questa volta soltanto, non nascondetevi
nella caverna del vostro isolamento e della vostra diffidenza. Siate
almeno lettori di questo libro, in modo da distruggerlo in seguito, con
la vostra azione, e da farlo dimenticare! Pensate che questo libro sia
destinato a essere il vostro araldo: se voi stessi, forniti delle vostre
armi, vi presentate nell’arena, chi avrà ancora voglia di guardare
indietro, verso l’araldo che vi ha chiamati?
Le due tendenze fondamentali della cultura
(dalla Prima conferenza)
«Mi fa piacere descriverle le caratteristiche che ho
ritrovato nei problemi della cultura e dell’educazione, oggi così
vivacemente e insistentemente agitati. Mi è sembrato di dover
distinguere due tendenze fondamentali. Nel momento presente, le nostre
scuole sono dominate da due correnti apparentemente contrarie, ma
egualmente rovinose nella loro azione, e in definitiva confluenti nei
loro risultati: da un lato, l’impulso ad ampliare e a diffondere quanto più è possibile la cultura, e dall’altro lato, l’impulso a restringere e a indebolire
la cultura stessa. Per diverse ragioni, la cultura deve essere estesa
alla più vasta cerchia possibile: ecco ciò che richiede la prima
tendenza. La seconda esige invece dalla cultura stessa che essa
abbandoni le sue più alte, più nobili e più sublimi pretese, e si ponga
al servizio di una qualche altra forma di vita, per esempio dello Stato.
Credo di aver notato onde provenga con maggior chiarezza l’esortazione a
estendere e a diffondere quanto più è possibile la cultura. Questa
estensione rientra nei dogmi preferiti dell’economia politica di questa
nostra epoca. Conoscenza e cultura nella massima quantità possibile –
produzione e bisogni nella massima quantità possibile – felicità nella
massima quantità possibile: tale pressappoco è la formula. In questo
caso noi troviamo che lo scopo ultimo della cultura è costituito
dall’utilità, o più precisamente dal guadagno, da un lucro in denaro che
sia il più grande possibile. In base a questa tendenza, la cultura
sarebbe pressappoco da definire come l’abilità con cui ci si mantiene
“all’altezza del nostro tempo”, con cui si conoscono tutte le strade che
facciano arricchire nel modo più facile, con cui si dominano tutti i
mezzi utili al commercio tra uomini e tra popoli. Il vero problema della
cultura consisterebbe perciò nell’educare uomini quanto più possibile
“correnti”, nel senso in cui si chiama “corrente” una moneta. Quanto più
numerosi saranno tali uomini correnti, tanto più felice sarà un popolo.
E il fine delle scuole moderne dovrà essere proprio questo: far
progredire ogni individuo nella misura in cui la sua natura gli permette
di diventare “corrente”, sviluppare ogni individuo in modo tale che
dalla sua quantità di conoscenza e di sapere egli tragga la più grande
quantità possibile di felicità e di guadagno. Ciascuno dovrà essere in
grado di valutare con precisione se stesso, dovrà sapere quanto può
pretendere dalla vita. La “lega” tra intelligenza e possesso, sostenuta
in base a queste idee, si presenta addirittura come un’esigenza morale.
Secondo questa prospettiva, è malvista ogni cultura che renda solitari,
che ponga dei fini al di là del denaro e del guadagno, che consumi molto
tempo. Le tendenze culturali di tale natura sono di solito scartate, e
classificate come “egoismo superiore”, “epicureismo immorale della
cultura”. In base alla moralità qui trionfante, si richiede senza dubbio
qualcosa di opposto, cioè una rapida cultura, la quale renda
capaci di diventare presto individui che guadagnano denaro, e tuttavia
una cultura abbastanza fondata perché si possa diventare individui che
guadagnano moltissimo denaro. All’uomo si concede cultura,
soltanto nella misura che interessa il guadagno; d’altro canto però si
esige da lui che raggiunga tale misura. In breve, l’umanità ha
necessariamente un diritto alla felicità terrena: per questo è
necessaria la cultura, ma soltanto per questo!».
«A questo punto voglio aggiungere qualcosa» disse filosofo. «In base a
questa prospettiva – caratterizzata in una forma che non manca di
chiarezza – sorge il grande, anzi enorme, pericolo, che a un certo
momento la grande massa salti il gradino intermedio e si getti
direttamente su questa felicità terrena. È questo che oggi viene
chiamato il “problema sociale”. Potrebbe infatti sembrare a questa
massa, sul fondamento di quanto si è detto, che la cultura accordata
alla massima parte degli uomini sia soltanto un mezzo per la felicità
terrena dei pochissimi: la “cultura quanto più possibile universale”
indebolisce la cultura a tal punto, da non poter più concedere alcun
privilegio, né garantire alcun rispetto. La cultura comune a tutti è per
l’appunto la barbarie. Ma non voglio interrompere la tua esposizione».
L’accompagnatore continuò: «Per quella estensione e per quella
diffusione della cultura, ovunque promosse con tanto ardore, vi sono
ancora altri motivi, all’infuori di tale dogma, così popolare,
dell’economia politica. In alcuni paesi, la paura di un’oppressione
religiosa è cosi radicata che tutte le classi sociali si accostano con
desiderio ardente alla cultura, sorbendo proprio quei suoi elementi che
abitualmente dissolvono gli istinti religiosi. D’altro canto, accade
talvolta che uno Stato, a scopo di assicurare la propria esistenza, miri
a estendere quanto più possibile la cultura, poiché sa di essere ancora
abbastanza forte per poter costringere sotto il suo giogo anche una
cultura scatenata nel modo più violento, e trova ciò confermato dal
fatto che la più estesa cultura dei suoi impiegati o dei suoi eserciti
in definitiva si risolve sempre in un vantaggio dello Stato stesso,
nella sua gara con gli altri Stati. In questo caso, le fondamenta di uno
Stato devono essere tanto ampie e solide da poter sostenere la volta
complicata della cultura, allo stesso modo che, nel primo caso, le
tracce di una precedente oppressione religiosa devono essere ancora
abbastanza sensibili da spingere a un rimedio così disperato. Di
conseguenza, quando il grido di guerra della massa esige la cultura più
vasta possibile per il popolo, io sono solito distinguere se questo
grido di guerra sia stato suscitato da un’esuberante tendenza al
guadagno e al possesso, oppure dal marchio di una precedente oppressione
religiosa, oppure infine dall’accorto sentimento che uno Stato ha del
proprio valore.
Per contro, mi è sembrato che da molti lati fosse intonata un’altra aria
– certo non con altrettanta sonorità, ma almeno con altrettanta enfasi –
cioè l’aria della riduzione della cultura.
In tutti gli ambienti eruditi, abitualmente ci si bisbiglia
all’orecchio, in certo modo, quest’aria. Si tratta di un dato di fatto
generale: con lo sfruttamento – ora perseguito – dello studioso al
servizio della sua scienza, diventerà sempre più casuale e più
inverosimile la cultura di tale studioso. In effetti, lo studio delle
scienze è oggi così ampiamente esteso che chiunque voglia ancora
produrre qualcosa in questo campo, e possieda buone doti, anche se non
eccezionali, dovrà dedicarsi a un ramo completamente specializzato,
rimanendo invece indifferente a tutti gli altri. In tal modo, anche se
nel suo ramo costui sarà superiore al vulgus, in tutto il resto
però, ossia in tutti i problemi essenziali, non se ne staccherà. Un
siffatto studioso, esclusivamente specialista, è dunque simile
all’operaio di una fabbrica, che per tutta la sua vita non fa altro se
non una determinata vite e un determinato manico, per un determinato
utensile o per una determinata macchina, raggiungendo senza dubbio in
ciò un’incredibile maestria. In Germania, dove si sa coprire anche
questi fatti dolorosi col glorioso mantello del pensiero, si ammira
molto nei nostri studiosi questa ristretta moderazione da specialisti e
la loro deviazione sempre più accentuata dalla vera cultura,
considerando tutto ciò come un fenomeno etico. “La fedeltà nei
dettagli”, la “fedeltà del procaccia”, diventano temi da sfoggiare, e la
mancanza di cultura, al di fuori del campo di specializzazione, viene
messa in mostra come un segno di nobile sobrietà.
Per secoli e secoli, l’intendere per uomo di cultura lo studioso, e
soltanto lo studioso, è stato considerato senz’altro come qualcosa di
evidente. Partendo dalle esperienze della nostra epoca, difficilmente ci
sentiremo spinti verso un accostamento così ingenuo. Oggi, difatti, lo
sfruttamento di un uomo a favore delle scienze è il presupposto ovunque
accolto senza esitazioni. Chi si domanda ancora quale valore può avere
una scienza, che divora come un vampiro le sue creature? La divisione
del lavoro nella scienza tende praticamente al medesimo scopo, cui qua e
là mirano coscientemente le religioni, ossia a una riduzione della
cultura, anzi al suo annientamento. Ma ciò che per alcune religioni,
conformemente alla loro origine e alla loro storia, è un’esigenza del
tutto giustificata, potrebbe invece, a un certo momento, portare la
scienza a gettarsi nelle fiamme. Ora siamo già arrivati al punto che in
tutte le questioni generali di natura seria – e soprattutto nei massimi
problemi filosofici – l’uomo di scienza, come tale, non può più prendere
la parola. Per contro quel vischioso tessuto connettivo, che si è
inserito oggi tra le scienze, ossia il giornalismo, crede che questo
compito sia di sua spettanza, e lo adempie poi conformemente alla sua
natura, ossia – come dice il suo nome – trattandolo come un lavoro alla
giornata.
Nel giornalismo, difatti, confluiscono assieme le due tendenze: qui si
porgono la mano l’estensione della cultura e la riduzione della cultura.
Il giornale si presenta addirittura in luogo della cultura, e chiunque
coltivi ancora pretese culturali, anche come studioso, si appoggia
abitualmente a quel vischioso tessuto connettivo, che stabilisce le
giunture fra tutte le forme della vita, tutte le classi, tutte le arti,
tutte le scienze, e che è solido e resistente come suole esserlo appunto
la carta da giornale. Nel giornale culmina il vero indirizzo culturale
della nostra epoca, allo stesso modo che il giornalista – schiavo del
momento presente – è venuto a sostituire il grande genio, la guida per
tutte le epoche, colui che libera dal momento presente. Ora mi dica lei,
mio illustre maestro, quali speranze potevo nutrire, in una lotta
contro lo sconvolgimento – ovunque messo in atto – di tutte le vere
aspirazioni culturali, mi dica lei con quale coraggio potevo
presentarmi, come insegnante isolato, pur sapendo che, non appena fosse
gettato un seme di vera cultura, vi sarebbe subito passato sopra
spietatamente il rullo compressore di questa pseudocultura? Pensi quanto
inutile deve risultare oggi il lavoro più assiduo di un insegnante, che
per esempio voglia riportare uno scolaro nel mondo greco – difficile a
cogliersi e infinitamente lontano – considerandolo come la vera patria
della cultura: tutto ciò sarà davvero inutile, quando il medesimo
scolaro un’ora più tardi prenderà in mano un giornale, o un romanzo alla
moda, o uno di quei libri colti il cui stile porta già in sé il
disgustoso blasone dell’odierna barbarie culturale».
«Fermati una buona volta!» lo interruppe a questo punto il filosofo, con
voce forte e compassionevole. «Ora ti capisco meglio, e prima non avrei
dovuto dirti parole così cattive. Hai ragione su tutti i punti, fuorché
riguardo al tuo scoraggiamento. Ti dirò ora qualcosa, per consolarti».
Tratto Da: F. Nietzsche, Sull’avvenire delle nostre scuole, Adelphi, Milano 1992, pp. 3-11; 30-36.









