"Scritti Politici" (1933-1966)
Lettura sul Lavoro IV a cura di Stefano Esengrini
I testi che presentiamo sono stati scritti nel periodo in cui Martin Heidegger – a distanza di qualche mese dalla salita al potere di Hitler nel 1933 – assunse per dieci mesi l’incarico di rettore dell’Università di Friburgo. La fiducia accordata inizialmente al nazionalsocialismo e al suo Führer ha suscitato e continua a suscitare una campagna diffamatoria nei confronti del filosofo tedesco, ed è per questo motivo che risulta necessario venire in chiaro delle sue reali intenzioni e ponderare più criticamente la portata del suo coinvolgimento. In questa prospettiva le riflessioni sul lavoro elaborate in quegli anni permettono di cogliere tanto la natura manifestamente non nazista del suo pensiero quanto il senso assunto dal lavoro all’interno di un’esistenza progettata a partire dalla rivoluzione dell’università e del sapere su cui essa risultava fondata. Il servizio del lavoro, insieme a quello del sapere e della difesa, costituisce così uno dei momenti educativi della nuova gioventù universitaria tedesca: «Ciò che salta agli occhi […] è l’insistenza con la quale Heidegger sottolinea che, nel futuro Stato tedesco, la rigida divisione del lavoro e la sua conseguenza – la specializzazione in attività mutuamente indipendenti – non debbano più essere la norma della società. Heidegger vuole che l’educazione – il cui perno tradizionale è l’insegnamento, e in particolare l’insegnamento superiore – non resti isolata dal mondo più concreto, cioè il mondo dei lavoratori. Il servizio del lavoro è qui chiaramente inteso come l’esperienza, da parte di tutti gli studenti (all’epoca ancora in larga misura provenienti dalle cosiddette “classi dominanti”), della dignità del lavoro e, di conseguenza, dell’intrinseca dignità di ogni lavoratore» (François Fédier).
Il Lavoro e l'Università
In futuro la scuola non avrà più il ruolo esclusivo nell’educazione. Con il servizio del lavoro è sorta una nuova e decisiva potenza educativa. Il campo di lavoro, il cantiere, si affianca alla casa paterna, alle associazioni giovanili, al servizio di difesa e alla scuola.
Nel cantiere, vediamo realizzarsi, concretamente, il luogo di una manifestazione nuova e immediata della comunità del popolo. Il giovane tedesco, in futuro, recherà in sé, come forza dominante, il sapere intorno al lavoro – sapere nel quale si raccoglie la forza del popolo –, affinché possa esperire il rigore del proprio Dasein, conservare lo slancio della propria volontà e stimare in modo nuovo la molteplicità delle proprie capacità.
Il cantiere è un genuino campo di formazione per le guide e per i dirigenti di tutte le categorie sociali e di tutte le professioni. Infatti, nel cantiere ciò che vale e vige è l’esemplarità dell’agire e del creare insieme, e non il semplice fatto di starsene lì e di stare a guardare. Di certo non s’avvicinano neppure lontanamente alla nuova realtà del cantiere quanti vi facciano una “capatina” giusto per visitarlo.
Il cantiere non solo risveglia ed educa al sapere riguardo all’operante comunità di tutte le categorie sociali; in realtà questo sapere, una volta radicatosi nel giovane tedesco, avrà in futuro un effetto purificatore e assegnerà le norme che permetteranno di stabilire che cosa la scuola sarà in grado o meno di fare, che cosa dovrà e non dovrà essere.
Il cantiere, in quanto luogo di educazione – luogo dalle peculiari caratteristiche e interamente autonomo –, diverrà una nuova fonte per quelle forze grazie alle quali tutte le altre potenze educative – e soprattutto la scuola – verranno costrette ad una decisione e, di conseguenza, a trasformarsi.
La nostra Alta Scuola è circondata da cantieri, alla cura dei quali contribuiscono attivamente alcuni nostri docenti.
Nel cantiere, siamo dinanzi ad una nuova realtà. Essa è il simbolo dell’apertura della nostra Alta Scuola alla nuova potenza educativa del servizio del lavoro. Cantiere e scuola, nell’incontro di un reciproco e costante dare e avere, intendono riunire le potenze educative del nostro popolo in un’unità che ha ritrovato il proprio radicamento, un’unità a partire dalla quale il popolo s’impegna, nel proprio Stato, ad agire per il proprio destino.
Lo studente come lavoratore
Questa nuova generazione di coloro che vogliono sapere è costantemente in cammino. Ma questo studente sta anche per diventare lavoratore.
A ben vedere, però, non è sempre stato, lo studente, in questa condizione? «Lavoro» non significa forse occupazione e fatica? E lo «studiare» non è forse lo spremersi le meningi? Così oggi si parla di lavoratore intellettuale e lo si affianca al lavoratore manuale. “Lavoratore” – si tratta forse di un grossolano nome collettivo? E il fatto di parlare di “lavoratori intellettuali” non è forse solo una concessione di circostanza fatta a quei compatrioti che fino ad ora si era usi chiamare semplicemente “i lavoratori manuali”, facendone lo strato inferiore del popolo? O non accade invece che, con la nuova realtà tedesca, anche e proprio l’essenza del lavoro e del lavoratore si siano trasfigurate?
Proprio così! Quel concetto assurdo di lavoro, estraneo al popolo e che su di esso non può che avere un effetto distruttivo, è stato spazzato via. Esso riduceva il lavoratore a semplice oggetto di sfruttamento, con l’ulteriore aggravio, per lui, di costituire una classe di diseredati votata ad essere assorbita interamente nella lotta di classe. Ma appartiene ormai al passato anche quel concetto di lavoro che intende quest’ultimo solo dal punto di vista economico, come produzione di beni e mezzo per acquisire un salario. Il lavoro, inoltre, non è affatto un concetto corporativo che isoli “i lavoratori” opponendoli alle altre categorie sociali. Il lavoro non va neppure inteso in senso culturale, cioè seguendo il pregiudizio che il lavoratore sia un essere umano privo di una cosiddetta “cultura superiore”.
Ma con quale diritto noi respingiamo tutte le rappresentazioni del lavoro e del lavoratore? Perché esse non colgono l’essenza del lavoro, ma elevano piuttosto delle determinazioni subordinate, o addirittura contraffatte, a contenuto essenziale di questo concetto.
La parola «lavoro» ha un duplice significato. In primo luogo, indica il lavorare nel senso del porre in opera un contegno, un comportamento; in secondo luogo, designa ciò che si ottiene lavorando, il prodotto, il risultato, il successo ottenuto portando fino in fondo un determinato comportamento. Secondo questo significato, ampio e duplice, ogni contegno umano – nella misura in cui in esso ne va di qualcosa – è lavoro e cura.
Ma, a ben vedere, l’essenziale dell’essenza del lavoro non sta né nel compimento di un comportamento né nel suo risultato, bensì in ciò che davvero accade quando si lavora, e cioè: l’uomo pone se stesso, in quanto essere che lavora, entro il dibattito dirimente con l’essente nella sua interezza. […].
L’essenza del lavoro, così intesa, intona adesso interamente il modo in cui l’essere umano è e sostiene il suo stesso aver luogo.
Scienza e lavoro
Ciò che fino ad ora pensavamo, all’udire le parole «sapere» e «scienza», ha acquisito un altro significato.
Ciò che fino ad ora intendevamo esprimere, con le parole «lavoratore» e «lavoro», ha assunto un altro senso.
«Scienza» non è il possesso di una classe privilegiata di cittadini che abusa di questo possesso come mezzo di lotta nello sfruttamento del popolo lavoratore. Al contrario, il sapere scientifico non è che il modo più rigoroso e dunque più responsabile di quel sapere che il popolo tedesco, nella sua interezza, deve pretendere e ricercare per la propria esistenza nella storia e come Stato, se vuole custodire ancora la sua durata e la sua grandezza e mantenerli per il futuro. Il sapere di una scienza genuina non si distingue affatto nella sua essenza dal sapere dei contadini, dei taglialegna, degli sterratori, dei minatori e degli artigiani. Infatti sapere significa: riconoscersi e ritrovarsi nel mondo in cui siamo posti, sia tutti insieme sia ognuno individualmente.
Sapere significa: nella decisione e nel modo di procedere, essere all’altezza del compito che di volta in volta ci è assegnato; compito che può essere sia il lavorare i campi, sia l’abbattere alberi, sia lo scavare fossati, sia l’interrogare la natura sulle sue leggi o il far risaltare la storia nella sua potenza di destino.
Sapere significa: essere padroni delle situazioni in cui siamo posti.
Decisivi, per il sapere, non sono tanto la varietà e la quantità di ciò che sappiamo, ma soltanto se sesso sia originariamente cresciuto e quindi radicato; se sia orientato verso la nostra sfera di esistenza e se, nell’azione e nel contegno, rispondiamo di esso. Non distinguiamo più fra “colti” e “incolti”. E ciò non perché siano la medesima cosa, ma perché non facciamo più dipendere i nostri apprezzamenti da siffatta distinzione. Noi distinguiamo invece tra sapere genuino e parvenza di sapere. Il contadino e l’operaio, ciascuno a modo proprio e nel proprio campo, hanno un sapere genuino, proprio come l’erudito, lo scienziato o lo studioso nel loro. Lo scienziato, d’altro canto, nonostante tutta la sua erudizione, può aggirarsi all’interno di una mera parvenza di sapere.
Tratto da: M. Heidegger, Scritti Politici (1933-1966), Piemme, Casale Monferrato (AL) 1998, pp. 146-147 (20 giugno 1933); 155-167 25 novembre 1933); 168-173 (22 gennaio 1934). Per un chiarimento della natura dell’impegno politico di Heidegger si legga la Prefazione di François Fédier dal titolo Venire a maggiore decenza (pp. 21-125), ora scaricabile dal sito internet www.eudia.org.









