"Piano delle opere scientifiche necessarie per riorganizzare la società" (1822)
Lettura sul Lavoro XVIII a cura di Stefano Esengrini
«Il Positivismo è un movimento filosofico e culturale, caratterizzato da una esaltazione della scienza, che nasce in Francia nella prima metà dell’Ottocento e che si impone, a livello europeo e mondiale, nella seconda parte del secolo. II termine “positivo”, da cui deriva il nome di questa corrente, viene assunto, dal filosofi positivisti, in due significati fondamentali: a) “positivo” è innanzitutto ciò che è reale, effettivo, sperimentale, in opposizione a ciò che è astratto, chimerico, metafisico; b) “positivo” è anche ciò che appare fecondo, pratico, efficace, in opposizione a ciò che è inutile ed ozioso. Comparso per la prima volta nel Catechismo degli industriali (1822) di Saint-Simon, il termine viene messo a punto da Comte, che lo applica alla propria dottrina, consacrandone l'uso nella terminologia filosofica europea (il Positivismo).
Pur comprendendo pensatori che si diversificano tra loro sia per formazione intellettuale, sia per temi e soluzioni specifiche […], il Positivismo appare caratterizzato, sin dall’inizio, da una celebrazione della scienza, che si concretizza in una serie di convinzioni di fondo:
1) La scienza è l’unica conoscenza possibile ed il metodo della scienza è l’unico valido: pertanto il ricorso a cause o principi che non siano accessibili al metodo della scienza non dà origine a conoscenza; e la metafisica, che fa appunto tale ricorso, è priva di valore. II grido risuonato in Germania – “Keine Metaphysik mehr!”: Niente più metafisica! – rappresenta, di conseguenza, uno dei principali motti polemici del Positivismo […].
2) Non avendo oggetti suoi propri, o campi privilegiati di indagine sottratti alle scienze, la filosofia tende a coincidere con la totalità del sapere positivo o, più specificamente, con l’enunciazione dei principi comuni alle varie scienze. La funzione peculiare della filosofia consiste quindi nel riunire e nel coordinare i risultati delle singole scienze, in modo da realizzare una conoscenza unificata e generalissima. […].
3) Il metodo della scienza, in quanto è l’unico valido, va esteso a tutti i campi, compresi quelli che riguardano l’uomo e la società. Tant’è vero che la sociologia diviene la creatura prediletta dei positivisti.
4) Il progresso della scienza rappresenta la base del progresso umano e lo strumento per una riorganizzazione globale della vita in società, capace di superare la “crisi” del mondo moderno o di accelerarne lo sviluppo in modo sempre più rapido» (N. Abbagnano-G. Fornero).
Piano delle opere scientifiche necessarie per riorganizzare la società
La società è, oggi, disorganizzata sia dal punto di vista
spirituale che da quello temporale. L’anarchia spirituale ha preceduto e
generato l’anarchia temporale. Oggi anche la malattia sociale dipende
molto di più dalla prima causa che dalla seconda. D’altro canto, lo
studio attento del cammino della civiltà prova che la riorganizzazione
spirituale della società è, ora, preparata più che la sua
riorganizzazione temporale. Così, la prima serie di sforzi diretti a
mettere termine all’epoca rivoluzionaria deve avere l’obiettivo di
riorganizzare il potere spirituale; ed invece, finora, l’attenzione si è
sempre rivolta alla riforma del potere temporale. Da tutte le
considerazioni che precedono bisogna evidentemente trarre la conclusione
della necessità assoluta di separare le opere teoriche della
riorganizzazione sociale prescritta all’epoca attuale dalle opere
pratiche; cioè, di concepire e di eseguire quelle che si riferiscono
allo spirito del nuovo ordine sociale, al sistema di idee generali che
gli deve corrispondere, distintamente da quelle che hanno come oggetto
il sistema di relazioni sociali ed il modo amministrativo che debbono
risultarne. Non si può fare niente di essenziale e di solido, quanto
alla parte pratica, finché la parte teorica non è stata stabilita o,
almeno, non è molto avanzata. Procedere altrimenti sarebbe costruire
senza basi, far passare la forma prima del contenuto; sarebbe, in una
parola, prolungare l’errore fondamentale commesso dai popoli, presentato
come la causa prima di tutte le loro aberrazioni, l’ostacolo che prima
di tutto bisogna eliminare perché la loro aspirazione di vedere la
società riorganizzata in modo proporzionato alla presente epoca dei lumi
possa essere finalmente soddisfatta.
Stabilita la natura
delle opere preliminari che debbono essere eseguite a che
l’organizzazione del nuovo sistema sociale sia fondato su solide basi, è
facile determinate quali sono le forze sociali destinate a compiere
questa importante missione. È quello che resta da precisare, prima di
esporre il piano delle opere da realizzare.
Poiché è ora
dimostrato che la maniera in cui i popoli hanno proceduto finora alla
formazione del piano di riorganizzazione è radicalmente sbagliata,
sarebbe indubbiamente superfluo insistere molto nel fare avvertire che
gli uomini cui questa grande opera è stata affidata erano assolutamente
incompetenti. È chiaro, infatti, che una cosa è la conseguenza
inevitabile dell’altra. Poiché non hanno compreso la natura dell’opera, i
popoli non potevano non ingannarsi nella scelta degli uomini chiamati
ad eseguirla. Per il fatto stesso che questi uomini sono stati idonei
all’opera quale la concepivano i popoli, non possono essere capaci di
dirigerla nella maniera in cui deve essere concepita. L’incapacità di
questi mandatari, o piuttosto la loro incompetenza, è stata dunque
quella che doveva essere; ed invero nessuno è idoneo a due cose
completamente opposte.
È principalmente la classe dei
legisti che ha fornito gli uomini chiamati a dirigere le opere delle
pretese costituzioni stabilite dai popoli da trent’anni. La natura delle
cose li ha investiti necessariamente di questa funzione, come è stata
concepita finora.
Infatti, siccome per i popoli non si è
trattato finora che di modificare l’antico sistema, e siccome i principi
critici destinati a dirigere queste modifiche erano pienamente
stabiliti, l’eloquenza è stata di necessità la facoltà particolarmente
messa in giuoco in quest’opera, ed è soprattutto dai legisti che questa
facoltà è abitualmente coltivata. Sebbene sia secondaria, perché si
propone solo di far trionfare una data opinione senza partecipare alla
sua formazione e al suo esame, essa è per ciò stesso adattissima alla
propaganda. Non sono i legisti che hanno organizzato i principi della
dottrina critica, sono i metafisici che, del resto, formano, sul piano
spirituale, la classe corrispondente a quella dei legisti sul piano
temporale. Ma è dai legisti che questi principi sono stati diffusi. È da
essi che la scena politica è stata principalmente occupata per tutta la
durata della lotta immediate contro il sistema feudale e teologico. Ad
essi, dunque, doveva spettare naturalmente la direzione dei mutamenti da
introdurre in questo sistema, secondo la dottrina critica che essi
soltanto erano molto abituati a trattare.
Non può accadere
evidentemente lo stesso per le opere veramente organiche di cui si è
dimostrata la necessità. Non è più l’eloquenza, cioè la facoltà di
persuasione, a dover essere particolarmente in attività; è il
ragionamento, cioè la facoltà di esame e di coordinazione. Per il fatto
stesso che i legisti sono generalmente gli uomini più capaci da questo
punto di. vista, sono i più incapaci dal secondo. Cercando
professionalmente i mezzi per persuadere di una opinione qualunque, più
acquistarono, con l’esercizio, abilità in questo genere di lavoro, più
diventarono incapaci di coordinare una teoria secondo i suoi veri
principi.
Non si tratta, dunque, qui, di una vana questione
di amor proprio; tutto si riduce al rapporto necessario ed esclusivo che
esiste tra ogni specie di capacità ed ogni natura di lavoro. I legisti
hanno diretto la formazione del piano di riorganizzazione quando essa
era concepita in uno spirito assolutamente sbagliato. Essi hanno fatto
quello che dovevano fare. Chiamati a modificare per criticare, hanno
modificato, criticato. Sarebbe ingiusto rimproverare loro gli errori di
una direzione che non hanno scelto e che non è compito loro correggere.
La loro influenza è stata utile, ed anche indispensabile, finché lo è
stata questa stessa direzione. Ma bisogna, nello stesso tempo,
riconoscere che questa influenza deve cessare quando deve prevalere una
direzione del tutto opposta. È senza dubbio molto assurdo pretendere di
operare la riorganizzazione della società, concependola come un affare
puramente pratico e senza che sia preliminarmente eseguita nessuna delle
opere teoriche necessarie. Ma un’assurdità più grande sarebbe la
singolare speranza di vedere effettuare una vera riorganizzazione da una
assemblea di oratori, privi ogni idea teorica positiva e scelti, senza
nessuna condizione determinata di necessità, da uomini che, per la
maggior parte, sono ancora più incompetenti*.
La natura
delle opere da compiere mostra, essa stessa, nella maniera più chiara
possibile, a quale classe spetta intraprenderle. Poiché queste opere
sono teoriche, è chiaro che gli uomini che professionalmente formano
sistemazioni teoriche seguite metodicamente, cioè gli uomini di scienza
occupati nello studio delle scienze di osservazione, sono i soli il cui
genere di capacità e di cultura intellettuale soddisfi le condizioni
necessarie. Sarebbe evidentemente mostruoso che, quando il bisogno più
urgente della società dà luogo ad un’opera generale del primo ordine di
importanza e di difficoltà, quest’opera non fosse diretta dalle più
grandi forze intellettuali esistenti, da quelle il cui modo di procedere
è universalmente riconosciuto come migliore. Senza dubbio, si trovano
nelle altre parti della società uomini di una capacità teorica uguale ed
anche superiore a quella del più grande numero degli uomini di scienza,
giacché la classificazione reale degli individui è lontana dall’essere
in tutto conforme alla classificazione naturale o fisiologica. Ma, in
un’opera così essenziale, sono le classi che bisogna considerate e non
gli individui. D’altra parte, per questi stessi, l’educazione, cioè il
sistema di abitudini intellettuali che risulta dallo studio delle
scienze di osservazione, è la sola che possa svilupparne in modo
conveniente la capacità teorica naturale. In una parola, tutte le volte
che, in un indirizzo particolare qualunque, la società ha bisogno di
opere teoriche, si ammette che è alla classe degli uomini di scienza
corrispondente che deve rivolgersi: è dunque il corpo scientifico nel
suo insieme che è chiamato a dirigere le opere teoriche generali delle
quali si è constatata la necessità**.
Del resto, la natura
delle cose, opportunamente interrogata, previene in proposito ogni
divagazione; ed invero essa impedisce assolutamente la libertà di
scelta, mostrando, da parecchi punti di vista distinti, la classe degli
uomini di scienza come la sola capace di eseguire l’opera teorica della
riorganizzazione sociale.
Nel sistema che si deve
costituire, il potere spirituale sarà nelle mani degli uomini di scienza
ed il potere temporale apparterrà ai capi delle opere industriali.
Questi due poteri debbono, dunque, naturalmente procedere alla
formazione di questo sistema, come procederanno, quando esso sarà
stabilito, alla sua applicazione quotidiana, fatta eccezione
dell’importanza superiore dell’opera che bisogna eseguire oggi. C’è, in
quest’opera, una parte spirituale che deve essere trattata per prima ed
una parte temporale che deve essere eseguita dopo. Così, spetta agli
uomini di scienza intraprendere la prima serie di opere e agli
industriali più importanti di organizzare, sulle basi da essa stabilite,
il sistema amministrativo. Questo è il metodo semplice dettato dalla
natura delle cose, che insegna che le stesse classi, le quali sono gli
elementi dei poteri di un nuovo sistema e debbono un giorno essere poste
alla sua testa, possono, esse sole, costituirlo, perché solo esse sono
capaci di coglierne lo spirito e perché solo esse sono spinte in questo
senso dall’impulso unitario delle loro abitudini e dei loro interessi.
Un’altra considerazione rende ancora più evidente la necessità di
affidare agli uomini di scienza positivi l’opera teorica della
riorganizzazione sociale.
È stato osservato, nel capitolo
precedente, che la dottrina critica ha prodotto, nella maggior parte
degli individui, e tende a rafforzare via via sempre più, l’abitudine di
atteggiarsi a giudici supremi delle idee politiche generali. Questo
stato anarchico delle intelligenze, innalzato a principio fondamentale, è
un ostacolo evidente alla riorganizzazione della società. Sarebbe,
dunque, cosa vana che intelligenze realmente competenti formassero la
vera dottrina organica destinata a mettere termine alla crisi attuale
se, per la loro situazione precedente, non possedessero, di fatto, il
potere riconosciuto di far legge. Senza questa condizione, la loro
opera, soggetta al controllo arbitrario e vanitoso di una politica di
ispirazione, non potrebbe mai essere uniformemente adottata. Ora, se si
getta un colpo d’occhio sulla società, si riconoscerà subito che questa
influenza spirituale è, oggi, esclusivamente nelle mani degli uomini di
scienza. Soltanto essi esercitano, in materia di teoria, un’autorità non
contestata. Così, indipendentemente dal fatto che solo essi sono
competenti a formare la nuova dottrina organica, sono esclusivamente
investiti della forza morale necessaria per determinarne l’ammissione.
Gli ostacoli che presenta per questo il pregiudizio critico della
sovranità morale, concepita come un diritto innato in ogni individuo,
sarebbero insormontabili da parte di ogni altro. L’unica leva che possa
rovesciare questo pregiudizio è nelle loro mani. È l’abitudine contratta
a poco a poco dalla società, dopo la fondazione delle scienze positive,
di sottomettersi alle decisioni degli uomini di scienza per tutte le
idee teoriche particolari, abitudine che gli uomini di scienza
estenderanno facilmente alle idee teoriche generali, quando saranno
incaricati di coordinarle.
Così, gli uomini di scienza
posseggono oggi, esclusa ogni altra classe, i due elementi fondamentali
del governo morale, la capacità e l’autorità teorica.
Un
ultimo carattere essenziale, non meno del precedente proprio della forza
scientifica, merita ancora di essere messo in evidenza.
La
crisi attuale è evidentemente comune a tutti i popoli dell’Europa
occidentale, sebbene non tutti ne partecipino alto stesso grado.
Nondimeno, essa è trattata da ciascuno di essi come se fosse
semplicemente nazionale. Ma, per una crisi europea, occorre
evidentemente un trattamento europeo.
Questo isolamento del
popoli è una conseguenza necessaria della caduta del sistema teologico e
feudale, dalla quale sono stati dissolti i legami che questo sistema
aveva stabilito tra i popoli europei e che si è vanamente tentato di
sostituire con uno stato di opposizione ostile reciproco, mascherato con
il nome di equilibrio europeo. La dottrina critica è incapace di
ristabilire l’armonia che ha distrutto nel suo antico principio
fondamentale; al contrario, l’allontana. Anzi tutto, per sua natura,
essa tende all’isolamento; e, in secondo luogo, i popoli non possono
intendersi completamente sui principi stessi di questa dottrina, perché
ciascuno di essi pretende, sulla sua base, di modificare l’antico
sistema ad un livello diverso.
Solo la vera dottrina
organica può produrre questa unione, così imperiosamente richiesta dallo
stato della civiltà europea. Essa deve di necessità determinarla
presentando, a tutti i popoli dell’Europa occidentale, il sistema di
organizzazione sociale cui sono attualmente chiamati e di cui ciascuno
di essi godrà completamente in un’epoca più o meno vicina, secondo lo
stato speciale dei suoi lumi. Bisogna osservare, del resto, che questa
unione sarà più perfetta di quella prodotta dall’antico sistema, che
esisteva solo sotto l’aspetto spirituale, mentre oggi deve verificarsi
ugualmente sotto l’aspetto temporale, di modo che questi popoli sono
chiamati a formare un’autentica società generale, completa e permanente.
Infatti, se fosse questo il luogo opportuno per fare un siffatto esame,
sarebbe facile mostrare che ciascuno dei popoli dell’Europa
occidentale, è posto, con le sfumature particolari del suo stato di
civiltà, nella situazione più favorevole a trattare questa o quella
parte del sistema generale, onde risulta l’utilità immediata della loro
cooperazione. Ora, segue da ciò che questi popoli debbono ugualmente
collaborare per la fondazione del nuovo sistema.
Considerando, da questo punto di vista, la nuova dottrina organica, è
chiaro che la forza destinata a formarla e a fondarla, dovendo
soddisfare alla condizione di determinare l’unione dei diversi popoli
civili, deve essere una forza europea. Ora, tale è ancora la proprietà
speciale, non meno esclusiva di tutte quelle precedentemente enumerate,
della forza scientifica. È notevole che solo gli uomini di scienza
formino un’autentica coalizione, compatta ed attiva, tutti i membri
della quale si intendono e si corrispondono con facilità e
continuamente, da un capo all’altro dell’Europa.
Ciò dipende
dal fatto che solo essi oggi, hanno idee comuni, un linguaggio
uniforme, un fine di attività generale e permanente. Nessuna altra
classe possiede questo potente vantaggio, perché nessuna altra soddisfa
queste condizioni nella loro integrità. Anche gli industriali, così
fortemente portati all’unione dalla natura delle loro opere e delle loro
abitudini, si lasciano ancora troppo dominare dalle ispirazioni ostili
di un patriottismo selvaggio, perché possa, fin da ora, stabilirsi tra
loro una vera unione europea. È all’azione degli uomini di scienza che è
riservato produrla.
È senza dubbio superfluo dimostrare che
il legame attuale tra gli uomini di scienza prenderà una intensità
molto più grande, allorché indirizzeranno le forze generali alla
formazione della nuova dottrina sociale. Questa conseguenza è evidente,
poiché la forza di un legame sociale è necessariamente proporzionata
all’importanza del fine dell’associazione.
Per ben valutare,
in tutta la sua estensione, il valore di questa forza europea propria
degli uomini di scienza, bisogna confrontare, dal punto di vista che ora
ci interessa, la condotta dei re con quella dei popoli.
È
stato osservato più sopra che i re, pur seguendo un piano assurdo nel
suo principio, procedono alla sua esecuzione in modo molto più metodico
dei popoli, poiché la linea che seguono è tutta descritta nel passato
nel modo più preciso. Così, dal punto di vista che consideriamo, i re
uniscono i loro sforzi in tutta l’Europa, mentre i popoli si isolano.
Per questo soltanto i re hanno un vantaggio relativo sui popoli, contro
il quale questi non possono lottare con nessuno altro mezzo, cosa che lo
rende di un’estrema importanza.
I capi dell’opinione dei
popoli non hanno altro espediente se non quello di risentirsi contro una
tale superiorità di posizione che, per questo, non esiste di meno. Essi
proclamano, come tesi generale, che i diversi stati non hanno nessun
diritto di intervenire nelle riforme sociali, gli uni degli altri. Ora,
questo principio, che è solo l’applicazione della dottrina critica alle
relazioni esterne, assolutamente falso come tutti gli altri dogmi che la
compongono; è solo, come quelli, la generalizzazione viziosa di un
fatto transitorio, la dissoluzione dei legami che esistevano, sotto
l’influenza dell’antico sistema, tra le nazioni europee. È chiaro che i
popoli dell’Europa occidentale, per la conformità e la connessione della
loro civiltà, considerata sia nel suo sviluppo successivo che nel suo
stato attuale, formano una grande nazione, i cui membri hanno reciproci
diritti, senza dubbio meno estesi, ma della stessa natura di quelli
delle diverse parti di uno Stato unico.
D’altra parte, si
vede che questa idea critica, fosse anche vera, non raggiunge affatto il
suo scopo, anzi lo allontana, poiché tende ad impedire ai popoli di
unirsi. Siccome una forza può essere contenuta solo da un’altra, i
popoli saranno evidentemente, sul piano europeo, in uno stato di
inferiorità nei confronti dei re, finché la forza degli uomini di
scienza, la sola europea, non presiederà alla grande opera della
riorganizzazione sociale. Essa soltanto può essere, per i popoli,
l’equivalente reale della santa alleanza, fatta eccezione della
superiorità necessaria di una coalizione spirituale su una coalizione
puramente temporale.
Così, in ultima analisi, la necessità
di affidare agli uomini di scienza le opere teoriche preliminari
riconosciute indispensabili per riorganizzare la società, è solidamente
fondata su quattro considerazioni distinte, ciascuna delle quali
basterebbe da sola a stabilirla: 1) gli uomini di scienza, per il genere
della loro capacità e cultura intellettuali, sono i soli competenti ad
eseguire queste opere; 2) questa funzione è loro assegnata dalla natura
delle cose, costituendo il potere spirituale del sistema da organizzare;
3) essi posseggono esclusivamente l’autorità morale oggi necessaria a
determinare l’adozione della nuova dottrina organica, quando sarà
formata; 4) infine, di tutte le forze sociali esistenti, quella degli
uomini di scienza è la sola che sia europea. Un tale insieme di prove
deve, senza dubbio, mettere la grande missione teorica degli uomini di
scienza al riparo di ogni incertezza e di ogni contestazione.
Risulta, da tutto ciò che precede, che gli errori capitali commessi dai
popoli nel loro modo di concepire la riorganizzazione della società,
hanno come causa prima il metodo sbagliato con cui hanno proceduto a
questa riorganizzazione; che il vizio di questo metodo consiste nel
fatto che la riorganizzazione sociale è stata considerata come
un’operazione puramente pratica, mentre essa è essenzialmente teorica;
che la natura delle cose e le esperienze storiche più convincenti
provano la necessità assoluta di dividere l’opera totale della
riorganizzazione in due serie, l’una teorica e l’altra pratica, la prima
delle quali deve essere eseguita per prima ed è destinata a servire di
base alla seconda; che l’esecuzione preliminare delle opere teoriche
esige la messa in attività di una nuova forza sociale, distinta da
quelle che hanno occupato finora la scena, e che sono assolutamente
incompetenti; che, infine, per parecchie ragioni molto decisive, questa
nuova forza deve essere quella degli uomini di scienza dediti allo
studio delle scienze di osservazione.
L’insieme di queste
idee può essere considerato come quello che ha lo scopo di portare per
gradi lo spirito degli uomini meditativi al punto di vista elevato dal
quale si può abbracciare, con un sol colpo d’occhio generale, sia gli
errori del metodo finora seguito per riorganizzare la società che il
carattere di quello che oggi deve adottarsi. Tutto si riduce, in ultimo,
a fare stabilire, per la politica, dalle forze unite degli uomini di
scienza europei, una teoria positiva distinta dalla pratica e che ha
come fine la concezione del nuovo sistema sociale corrispondente allo
stato presente dei lumi. Ora, riflettendo sulla cosa, si vedrà che
questa conclusione si riassume in questa sola idea: gli uomini di scienza debbono, oggi, elevare la politica al rango delle scienze di osservazione.
Questo è il punto di vista culminante e definitivo dal quale
bisogna porsi. Da esso è facile ridurre, in una serie di considerazioni
semplicissime, la sostanza di tutto ciò che è stato detto dall’inizio di
questo opuscolo. Resta da fare questa importante generalizzazione, la
quale soltanto può fornire i mezzi per andare più lontano, permettendo
di rendere il pensiero più rapido.
Per la natura dello
spirito umano, ogni branca delle nostre conoscenze è necessariamente
soggetta, nel suo sviluppo, a passare successivamente per tre stati
teorici diversi: lo stato teologico o fittizio; lo stato metafisico o
astratto; infine, lo stato scientifico o positivo.
Nel
primo, idee soprannaturali servono ad unire il piccolo numero di
osservazioni isolate delle quali allora si compone la scienza. In altri
termini, i fatti osservati sono spiegati, cioè visti a priori,
come fatti inventati. Questo stato è necessariamente quello di ogni
scienza alle origini. Per imperfetta che sia, è la sola forma di legame
possibile in quest’epoca. Essa fornisce, di conseguenza, il solo
strumento con il quale si possa ragionare sui fatti, sostenendo
l’attività dello spirito che ha bisogno oltre tutto di un punto di
riferimento qualunque. In una parola, è indispensabile a permettere di
andare più lontano.
Il secondo stato è unicamente destinato a
servire di mezzo di transizione dal primo al terzo. Il suo carattere è
bastardo, unisce i fatti con idee che non sono più del tutto
soprannaturali e che non sono ancora interamente naturali. In una
parola, queste idee sono astrazioni personificate, nelle quali lo
spirito può vedere a suo piacere o il nome mistico di una causa
soprannaturale o l’enunciato astratto di una semplice serie di fenomeni,
secondo che sia più vicino allo stato teologico o allo stato
scientifico. Questo stato metafisico suppone che i fatti, divenuti più
numerosi, si sono nello stesso tempo avvicinati con analogie più estese.
Il terzo stato è la forma definitiva di ogni scienza, quale che
sia, essendo stati, i primi due, destinati solo a prepararla
gradualmente. Allora, i fatti sono uniti con idee o leggi generali di un
ordine interamente positivo, suggerite o confermate dai fatti stessi e
che spesso, anche, non sono che semplici fatti abbastanza generali da
diventare principi. Si cerca di ridurli sempre al più piccolo numero
possibile, ma senza istituire nessuna ipotesi che non sia di natura tale
da essere verificata un giorno con l’osservazione, e non
considerandoli, in tutti i casi, che come un mezzo di espressione
generale dei fenomeni.
Gli uomini che hanno familiarità con
il metodo delle scienze possono facilmente verificare l’esattezza di
questo compendio storico generale, con riferimento alle quattro scienze
fondamentali, oggi positive: l’astronomia, la fisica, la chimica e la
fisiologia, come anche in riferimento alle scienze che si connettono a
queste. Quelli stessi che non hanno considerato le scienze che nel loro
stato attuale possono fare questa verifica per la fisiologia che,
sebbene diventata infine positiva come le altre, è ancora sotto le tre
forme nelle diverse classi di spirito, non ugualmente contemporanee.
Questo fatto si rivela soprattutto nella parte di questa scienza che
considera i fenomeni specialmente detti morali, concepiti dagli uni come
il risultato di un’azione soprannaturale costante, dagli altri come gli
effetti incomprensibili dell’attività di un essere astratto e da altri,
infine, come dipendenti da condizioni organiche suscettibili di essere
dimostrate e al di là delle quali non si può andare.
Considerando la politica come una scienza ed applicandole le
osservazioni precedenti, si trova che essa è già passata per i primi due
stati e che si presta, oggi, a raggiungere il terzo.
La
dottrina dei re rappresenta lo stato teologico della politica. È
effettivamente su idee teologiche che essa, in ultima analisi, è
fondata. Essa mostra le relazioni sociali come basate sull’idea
soprannaturale del diritto divino. Essa spiega i mutamenti politici
successivi della specie umana con una direzione soprannaturale
immediata, esercitata costantemente dal prima uomo fino ad oggi. È così
che la politica è stata unicamente concepita, finché non è cominciato a
declinare l’antico sistema.
La dottrina dei popoli esprime
lo stato metafisico della politica. Essa è fondata per intero sulla
supposizione astratta e metafisica di un contratto sociale primitivo,
anteriore ad ogni sviluppo delle facoltà umane dovuto alla civiltà. I
mezzi consueti di ragionamento che adopera sono i diritti, considerati
come naturali e comuni a tutti gli uomini nello stesso grado, diritti
che fa garantire con questo contratto. Tale è la dottrina primitivamente
critica tratta, all’origine, dalla teologia, per combattere contro
l’antico sistema e che poi è stata considerata organica. È stato
principalmente Rousseau a riassumerla in una forma sistematica, in
un’opera che è servita e serve ancora di base alle considerazioni
volgari sull’organizzazione sociale.
Infine, la dottrina
scientifica della politica considera lo stato sociale nel quale gli
osservatori hanno sempre trovato la specie umana come la conseguenza
necessaria della sua organizzazione. Essa concepisce il fine di questo
stato sociale come determinato dal rango che l’uomo occupa nel sistema
naturale, quale è fissato dai fatti e non considerato come suscettibile
di spiegazione. Essa vede, in sostanza, risultare da questo rapporto
fondamentale la tendenza costante dell’uomo ad agire sulla natura, per
modificarla a suo vantaggio. Considera, poi, l’ordine sociale come
quello che ha lo scopo finale di sviluppare collettivamente questa
tendenza naturale, di regolarla e di fare in modo che l’azione utile sia
la più grande possibile. Ciò posto, essa tenta di ricondurre alle leggi
fondamentali dell’organizzazione umana, con osservazioni dirette sullo
sviluppo collettivo della specie, il cammino che ha seguito e gli stati
intermedi attraverso i quali è stata costretta a passare prima di
giungere a questo stato definitivo. Guidandosi con questa serie di
osservazioni, considera i perfezionamenti riservati ad ogni epoca come
suggeriti, al riparo di ogni ipotesi, dal punto dello sviluppo al quale è
giunta la specie umana. Essa concepisce, poi, per ogni grado della
civiltà, le organizzazioni politiche come quelle che hanno unicamente lo
scopo di facilitare i passi che tendono a farsi dopo che sono stati
determinati con precisione.
Questo è lo spirito della
dottrina positiva che si tratta di stabilire oggi, proponendosi lo scopo
di farne applicazione allo stato attuale della specie umana civilizzata
e non considerando gli stati precedenti se non come necessari ad
osservarsi per stabilire le leggi fondamentali della scienza.
Note:
*:Sono
lontanissimo dal concludere, dalle considerazioni precedenti, che la
classe dei legisti non deve svolgere, oggi, un’attività politica. Ho
voluto solo stabilire che la sua azione deve cambiare carattere.
Per il ragionamento fatto, lo stato presente della società esige
che la suprema direzione degli spiriti cessi di appartenere ai legisti;
ma essi non sono meno chiamati, per loro natura, a favorire, sotto
aspetti importantissimi, la nuova direzione generale che sarà impressa
da altri. Anzi tutto, per i loro mezzi di persuasione e per l’abitudine,
che hanno ancora, più di ogni altra classe, di collocarsi dai punti di
vista politici, essi debbono contribuire potentemente all’adozione della
dottrina organica. In secondo luogo, i legisti, e soprattutto quelli
che hanno fatto uno studio approfondito del diritto positivo, posseggono
esclusivamente la capacità regolamentare, che è una delle grandi
capacità necessarie alla formazione del nuovo sistema sociale, e che
sarà messa in giuoco appena la parte puramente spirituale dell’opera
generale di riorganizzazione sarà portata a termine o anche solo
abbastanza avanzata.
**: Comprendiamo, qui, nel numero degli uomini
di scienza, in modo conforme all’uso ordinario, gli uomini che, senza
dedicare la loro vita al culto speciale di una scienza di osservazione,
posseggono la capacità scientifica ed hanno fatto dell’insieme delle
conoscenze positive uno studio abbastanza approfondito, tanto da essere
penetrati del loro spirito e da avere acquistato familiarità con le
principali leggi dei fenomeni naturali.
È, senza dubbio, a
questa classe di uomini di scienza, ancora troppo poco numerosa, che è
riservata l’attività essenziale nella formazione della nuova dottrina
sociale. Gli altri uomini di scienza sono troppo assorbiti dalle loro
occupazioni particolari e ancora troppo presi da certe abitudini
intellettuali manchevoli, che risultano oggi dalla specializzazione,
perché possano essere veramente attivi nella fondazione della scienza
politica. Ma essi non svolgeranno meno, in questa grande fondazione, una
funzione importantissima, sebbene passiva, quella di giudici naturali
delle opere. I risultati ottenuti dagli uomini che seguiranno il nuovo
indirizzo filosofico non avranno valore ed influenza se non in quanto
saranno adottati, dagli scienziati specialisti, come quelli che hanno lo
stesso carattere dei loro studi abituali.
Ho creduto
opportuno dare qui questa spiegazione, per prevenire un’obiezione che si
presenta naturalmente allo spirito della maggior parte dei lettori. Ma,
del resto, è evidente che questa distinzione tra la parte della classe
scientifica che deve essere attiva e la parte che deve essere
semplicemente passiva nell’elaborazione della dottrina organica, è del
tutto secondaria e che non tocca per niente l’asserzione fondamentale
fatta nel testo.
Tratto Da: A. Comte, Opuscoli di filosofia sociale e discorsi sul positivismo , Sansoni, Firenze 1969, pp. 65-179 (qui pp. 92-106).









