"Origine e senso della storia" (1949)
Lettura sul Lavoro X a cura di Stefano Esengrini
«Il problema del lavoro, che Jaspers affronta specificamente nella parte seconda di Vom Ursprung und Ziel der Geschichte, si inquadra in quello più generale della tecnica, e questo, a sua volta, nel delineamento di “una concezione filosofica generale della storia”, che è poi il tema specifico dell’opera. Ora, nella storia occidentale “l’unico elemento autenticamente nuovo e radicalmente diverso, senza confronti con tutto ciò che è asiatico, completamente estraneo anche ai greci”, Jaspers lo indica nello sviluppo della “tecnologia moderna”. Ed in questo non esita a denunciare una “catastrofica caduta verso la povertà di spirito, di umanità, di amore, di creatività”. Ma fin qui il discorso pare ancora restare nelle generali; Jaspers avverte che occorre procedere ad un’analisi più minuziosa, che muova anzitutto dalla determinazione dell’essenza della tecnica. In questo quadro troverà poi sviluppo l’argomentazione sull’essenza del lavoro e dei rapporti che fra tecnica e lavoro, nella storia occidentale, si pongono» (Antimo Negri).
L’essenza della tecnica
Oggi è comune a tutti noi la coscienza di trovarci ad una
svolta della storia che cento anni fa si paragonò al tramonto del mondo
antico, ma più tardi si avvertì sempre più profondamente come il grande
destino, non solo dell’Europa o dell’occidente, ma del mondo intero. È
l’epoca della tecnica con tutte le sue conseguenze che sembrano non
lasciar sussistere niente di ciò che in millenni l’uomo si è procurato
riguardo a modi di lavorare, forme di vita, modi di pensare, simboli.
L’idealismo tedesco di Fichte, Hegel e Schelling aveva
interpretato il suo proprio tempo come la più profonda svolta della
storia, basandosi sulla concezione del periodo assiale cristiano che
allora per la prima volta giungeva alla sua meta finale e al suo
compimento. Era il presuntuoso orgoglio di un’autoillusione spirituale.
Oggi, al paragone, dobbiamo dire con fermezza: il presente non è un
secondo periodo assiale; in fortissimo contrasto con questo, è piuttosto
una catastrofica caduta verso la povertà di spirito, di umanità, di
amore, di creatività; una sola unica cosa, al confronto con tutto il
passato, è grande, la produzione di scienza e tecnica.
Ma è
una grandezza? Comprendiamo la gioia dello scopritore e dell’inventore;
al contempo li vediamo però come funzionari nella catena di un processo
creativo fondamentale anonimo, nel quale un membro si ordina all’altro e
gli interessati non agiscono come uomini, nella grandezza di un’anima
tutto-abbracciante. Malgrado l’alto valore di idee creative, il paziente
e tenace lavoro, l’audacia di tentati progetti teorici, l’insieme può
operare solo come un coinvolgimento dello spirito nel processo tecnico
che subordina a sé perfino le scienze, e sempre più di generazione in
generazione. Di qui la sorprendente stupidità di tanti scienziati fuori
dell’ambito della loro competenza, il disorientamento di tanti tecnici
al di fuori dei compiti che per loro sono essenziali ma non lo sono in
sé; di qui la segreta infelicità di questo mondo che sta diventando
sempre più disumano…
La tecnica ha radicalmente trasformato
l’esistenza quotidiana dell’uomo nel suo ambiente, ha costretto il modo
di lavorare e la società in nuovi binari, come la produzione di massa,
la trasformazione di tutta l’esistenza in un meccanismo tecnicamente
perfetto, la trasformazione del pianeta in un’unica grande fabbrica. Con
ciò è accaduto e sta accadendo il distacco dell’uomo da ogni terreno;
egli diviene un abitante della terra privo di patria. Perde la
continuità della tradizione. Lo spirito si riduce ad apprendimento di
nozioni e ad addestramento a funzioni utili.
Questo tempo di
mutamento è anzitutto rovinoso. Noi viviamo oggi nell’impossibilità di
trovare un giusto modo di vivere. Dal mondo ci viene ormai incontro poca
verità e poca sicurezza che possano sostenere il singolo nella sua
coscienza di sé.
Il singolo è così preda di una profonda
scontentezza di sé, oppure, dimentico di sé, si arrende a divenire un
elemento dell’ingranaggio, ad abbandonarsi privo di pensiero alla sua
esistenza vitale ormai spersonalizzata, a perdere l’orizzonte del
passato e del futuro, a ritirarsi in un presente angusto, infedele a se
stesso, sostituibile, utilizzabile a qualunque fine gli s’imponga,
ammaliato da false certezze non discusse, non provate, non agitate, non
dialettiche, facilmente cambiabili con altre.
Chi poi la
scontentezza la tiene in sé come irrequietudine, diviene costantemente
falso con se stesso. Deve vivere sempre mascherandosi, mutare maschera
secondo le situazioni e secondo gli uomini con i quali ha a che fare.
Parla sempre in termini di “come se”, e pur non conquista mai se stesso,
in tutte le sue maschere, perché alla fine non sa più chi propriamente
egli sia.
Se non c’è più terreno che ci sostenga, se non c’è
più risonanza per l’autentico essere se stessi, se non c’è più
rispetto, perché le maschere e i travestimenti non suscitano rispetto e
rendono possibile solo un’idolatria feticistica, allora l’inquietudine
diventa disperazione, quella che da Kierkegaard e da Nietzsche è stata
profeticamente vissuta e portata alla più chiara espressione nella loro
interpretazione dell’epoca.
Ma quel che qui è stato
affermato e caratterizzato solo in generale ora è da comprendere più da
vicino e più chiaramente. Parleremo anzitutto della tecnica e del
lavoro, che appartengono alla vita di ogni giorno dell’uomo, per
comprendere quindi chiaramente, mediante il confronto, quanto
propriamente tecnica e lavoro vi abbiano inciso.
Definizione della tecnica.
La tecnica nasce dall’interposizione di mezzi per il conseguimento di
un fine. Attività immediate come il respirare, il muoversi, il prender
cibo non sono ancora tecnica. Solo quando esse avvengono in maniera
difettosa e si prendono intenzionalmente delle disposizioni per
compierle in maniera corretta, allora si parla di tecnica respiratoria e
così via. Gli altri caratteri della tecnica sono essenzialmente questi:
Intelletto.
La tecnica si basa sul lavoro dell’intelletto, sul calcolare connesso a
un sentire anticipatore e a un cogliere le possibilità. Essa pensa in
termini di meccanismo, trasforma ogni cosa in quantità e relazioni. È
una parte del razionalizzare in generale.
Potenza. La
tecnica è un potere, il cui procedere è esterno al suo stesso scopo.
Questo potere è un fare e un utilizzare, non un creare e un far
crescere. Opponendo forza naturale a forza naturale, la tecnica
signoreggia indirettamente la natura per mezzo della natura stessa.
Questa signoria si basa sul sapere. In questo senso si dice che sapere è
potere.
Senso della tecnica. Il potere sulla
natura riceve il suo senso solo da scopi umani, alleggerimento
dell’esistenza, diminuzione della fatica quotidiana per le necessità
fisiche dell’esistenza, acquisto di agio e comodità. «Il senso della
tecnica è la libertà nei confronti della natura». Essa deve liberare
l’uomo dal suo incatenamento naturale alla natura con i suoi bisogni,
minacce, schiavitù. Perciò è principio della tecnica l’agire secondo
scopi su materie e forze al servizio della determinazione umana. L’uomo
tecnico non prende semplicemente quel che trova: egli guarda le cose in
vista della loro utilizzabilità per scopi umani e cerca
l’approssimazione delle loro forme come forme che servano alla
peculiarità di questi scopi (Dessauer).
Ma ciò non basta
ancora al senso della tecnica. La sua strumentalità, la sua produzione
di utensili, sta sempre sotto l’idea di un’unità, dell’unità cioè della
formazione dell’ambiente umano nella limitatezza che pur sempre si
espande. La bestia trova già formato il suo ambiente cui è
inconsciamente legata. Da questo legame, in cui anch’egli si trova,
l’uomo fa sortire il suo ambiente che indefinitamente egli crea. Il
vivere in un ambiente creato anche da lui è il carattere proprio
dell’esser uomo…
Invenzione e lavoro ripetitivo.
Regole tecniche sono quelle che si possono imparare, trasmettere e
applicare in maniera identica. La tecnica come dottrina offre i metodi
che sono appropriati al raggiungimento di certi scopi, quelli cioè che
in primo luogo sono adeguati all’oggetto e che, in secondo luogo,
evitando attività superflue, procedono economicamente con l’uso del solo
necessario. La tecnica consiste in procedimenti e in strutture
inventati dall’uomo, che perciò possono essere realizzati con qualunque
ripetitività e in qualunque quantità.
C’è perciò una
differenza sostanziale fra il fare creativo che porta a invenzioni
tecniche e la prestazione di lavoro che usa solo con uguale ripetitività
l’invenzione per la produzione di quantità maggiori.
Deviazioni.
Se il senso della tecnica giace nell’unità della formazione
dell’ambiente per gli scopi dell’esistenza umana, si ha deviazione là
dove la strumentalità dell’utensile e del fare si rende indipendente, là
dove, nell’oblio dello scopo finale, il mezzo stesso diviene scopo,
assoluto.
Quando nel lavoro quotidiano va perduto il senso
del tutto come suo motivo ed orizzonte, la tecnica degenera in una
specie di attività infinitamente molteplice, insensata per i lavoratori,
in una spoliazione della vita.
Quando quell’elemento
essenziale del fare tecnico che si può apprendere con l’esercizio
diviene «routine» soddisfatta di sé, invece che arricchimento della vita
che procura ed assicura nozioni e servizi, esso ne è piuttosto
impoverimento. Senza sforzo spirituale, che è l’indispensabile mezzo al
servizio del rafforzamento della coscienza, il lavoro diviene fine a se
stesso. L’uomo sprofonda nell’incoscienza o nella perdita della
coscienza.
Tecnica e storia
La tecnica come commercio con gli utensili c’è da quando c’è
l’uomo. Sul fondamento della fisica naturale dei primitivi, nei
manufatti e nell’uso delle armi, nell’impiego della ruota, della vanga,
dell’aratro, della barca, della forza di lavoro degli animali, della
vela e del fuoco, c’è tecnica a partite da là fin dove giunge il nostro
ricordo storico. Nelle grandi culture dell’antichità, specialmente in
occidente, una meccanica altamente sviluppata fu il mezzo per muovere
grandi pesi, per erigere costruzioni, per costruire strade e navi,
macchine per l’assedio e la difesa.
Tutta questa tecnica
restò tuttavia in un ambito relativamente limitato, facilmente
abbracciabile con lo sguardo. Quel che fu fatto fu fatto con la forza
dell’uomo, con l’ausilio della forza degli animali, della forza di
trazione o del fuoco, del vento, dell’acqua, ma sempre nell’ambito del
mondo naturale dell’uomo. Un qualcosa di totalmente diverso accadde fin
dalla fine del XVIII secolo… E nel XIX secolo si ebbe una realizzazione
che superò ogni sogno. Chiediamoci ora che cos’era questo qualcosa di
nuovo, che non si può tuttavia ridurre ad un unico principio.
Il fatto pii tangibile è che furono inventate delle macchine che
producevano automaticamente beni di consumo. Quel che prima faceva
l’uomo ora lo faceva la macchina: filava, segava, piallava, stampava,
fondeva, produceva oggetti interi. Mentre cento operai dovevano soffiare
con fatica per produrre alcune migliaia di bottiglie, ora una sola
macchina produceva 20.000 bottiglie al giorno, servita solo da pochi
lavoratori.
Si dovettero inoltre pensare al contempo
macchine che fornissero energia con le quali azionare le macchine
utensili. La macchina a vapore fu il punto di svolta (1776), il motore
elettrico (dinamo, 1867) divenne quindi la macchina universale. Viene
prodotta energia dal carbone o dalla forza dell’acqua, e quindi
trasportata dovunque essa serva. La moderna scienza dell’energia
subentra all’antica meccanica che per tanti millenni ha dominato da
sola. L’antica meccanica aveva a disposizione solo una forza limitata
nella prestazione muscolare dell’uomo o dell’animale, nel vento o
nell’acqua per i mulini. Il nuovo consisteva ora in una forza
moltiplicata per mille, e da moltiplicare apparentemente all’infinito,
ora a disposizione dell’uomo.
Questo sviluppo fu possibile
solo sulla base delle moderne scienze esatte della natura, che
apportarono conoscenze e possibilità totalmente estranee all’antica
meccanica. Soprattutto divenne un indispensabile presupposto alle nuove
realtà tecniche lo sviluppo dell’elettrologia e della chimica. Ciò che
inizialmente era invisibile o si mostrava solo alla scienza, poneva ora
nella mano dell’uomo quelle energie quasi illimitate con le quali oggi
si opera su tutto il pianeta.
Ma per elevare l’invenzione
oltre il livello del gioco o del passatempo di gusto raffinato e per
realizzarla economicamente e farne, solo così, un fattore dell’esistenza
umana, occorreva un ulteriore presupposto. La moderna libertà sociale –
che non conosce schiavi e consentì la libera concorrenza a proprio
rischio – dette ad audaci imprenditori la possibilità di tentare
l’improbabile e quel che ai più appariva come impossibile. A ciò servì
in primo luogo il credito, che pose a disposizione dei capaci del denaro
in una quantità che prima non avrebbe avuto nemmeno il più ricco, in
secondo luogo un’organizzazione del lavoro con manodopera libera, che,
ottenibile sul “mercato del lavoro” ad ogni prestazione richiesta, con
un salario stabilito, rappresentava un prevedibile elemento di costo nel
calcolo dell’imprenditore. E ai due elementi si aggiungeva un diritto
su cui si poteva contare, che garantiva l’osservanza dei contratti.
Così sorse in occidente la battaglia tecnico-economica degli
imprenditori nel XIX secolo, nella quale tramontò l’antico artigianato,
pur con gli inevitabili residui, e fu spietatamente annientato chiunque
agisse in maniera tecnicamente inutile. Anche i pensieri migliori
dovettero così anzitutto naufragare. D’altra parte si giunse a risultati
meravigliosi. In questo processo trovò luogo una selezione nella
conferma del successo. Chi non riusciva in ciò che la situazione esigeva
faceva bancarotta o veniva licenziato dal suo posto di lavoro. Almeno
per qualche tempo – all’inizio di questa impresa creativa – si ebbe una
selezione dei più capaci.
Al sorgere del mondo tecnico si
connettono quindi inscindibilmente la scienza naturale, lo spirito
inventivo, l’organizzazione del lavoro. Questi tre fattori hanno in
comune la razionalità. Nessuno di essi potrebbe da solo realizzare la
tecnica moderna. Ciascuno di questi tre ha la sua propria origine, ed è
perciò fonte di problemi che procedono indipendenti per la loro propria
via.
1) La scienza naturale produce il suo mondo
senza riguardo alla tecnica. Ci sono straordinarie scoperte scientifiche
che, almeno inizialmente e forse anche per sempre, rimangono
tecnicamente irrilevanti. Anche le scoperte scientifiche in sé
tecnicamente utilizzabili non sono in nessun modo direttamente e
senz’altro applicabili: abbisognano ancora, per divenire utili,
dell’idea tecnica. Solo Morse fece il telegrafo. Non c’è relazione
prevedibile tra la scienza e la tecnica.
2) Lo spirito inventivo può
compiere cose straordinarie anche senza la scienza specificamente
moderna… Da un secolo e mezzo in qua sono state fatte in tutti i campi
un’infinità di invenzioni, che rientrano nell’ambito di ciò che era
possibile da lungo tempo e non hanno avuto assolutamente bisogno della
scienza moderna: per esempio, le stufe da riscaldamento, le stufe a
fuoco continuo, gli impianti centralizzati, gli utensili da cucina e
molti altri oggetti di uso domestico, apparecchi medici come
l’oftalmoscopio. In altri casi invece le conoscenze moderne sono state
presupposto della scoperta…
A ciò si aggiunge, come elemento
specificamente moderno, la sistematica dell’invenzione, che non viene
fatta più qua e là da singoli e casualmente; le invenzioni tecniche sono
anzi inserite in un processo cui prendono parte innumeri uomini. Alcuni
pochi atti inventivi danno talvolta un nuovo impulso ad un tale
processo. Ma anche questo consiste per lo più nello sviluppare
invenzioni già presenti, in costanti miglioramenti e più ampie
applicazioni. Tutto diviene anonimo. La realizzazione del singolo
scompare nella realizzazione della collettività. Così sono sorte, in un
tempo relativamente breve, le forme perfette, ad esempio, della
bicicletta o dell’automobile.
Ciò che è tecnicamente utile
deve essere utile anche economicamente. Lo spirito inventivo come tale,
invece, si mantiene indipendente da una tale costrizione. Nei suoi
grandi impulsi, esso procede, diciamo, alla creazione di un secondo
mondo. Quel che esso crea, viene tuttavia realizzato tecnicamente solo
in grandi quantità, quali sono richieste dall’utile economico nella
libera concorrenza o dalla volontà di potere dispotico.
3) L’organizzazione
del lavoro diviene un problema sociale e politico. Se la produzione non
solo dei beni di lusso ma anche dei beni di massa di uso quotidiano per
tutti si realizza mediante le macchine, ciò porta all’inserimento di un
gran numero di uomini in questo processo di produzione, in questo modo
di lavorare alla macchina, come membri dell’intero meccanismo. E quando
quasi tutti gli uomini diventano membri del processo tecnico di lavoro,
allora l’organizzazione diviene un problema dell’esser-uomo. Poiché per
l’uomo lo scopo ultimo è l’uomo e non la tecnica, e la tecnica deve
essere al servizio dell’uomo, non l’uomo al servizio della tecnica, ecco
che sulla base della tecnica moderna è sorto un processo
socio-politico; poiché dall’iniziale arbitraria sottomissione dell’uomo
come forza di lavoro agli scopi tecnici ed economici si è
appassionatamente teso al rovesciamento di un tale rapporto.
Per comprendere il senso di tali esigenze è necessario esaminare
l’essenza del lavoro, dapprima in generale, poi nel suo mutamento per
l’ingresso della tecnica.
L’essenza del lavoro
Ciò che viene realizzato mediante la tecnica esige sempre
del lavoro. E dove l’uomo lavora, applica sempre una tecnica. Il modo di
lavorare è determinato dal tipo di tecnica. I mutamenti della tecnica
mutano il lavoro, sì che un mutamento fondamentale della tecnica ha come
sua conseguenza anche un mutamento fondamentale del lavoro.
Solo il mutamento verificatosi nel XIX secolo ha fatto divenire
problema sia la tecnica sia il lavoro. Questi due non sono mai stati
discussi così profondamente come a partire da quell’epoca. Esaminiamo
anzitutto che cos’è il lavoro come tale e che cosa è sempre stato. Solo
con questo criterio si può riconoscere la specificità nel nuovo mondo
tecnico.
Il lavoro si può definire in tre modi:
il lavoro è lavoro fisico;
il lavoro è un fare pianificato;
il lavoro è l’essenza fondamentale dell’uomo a differenza dell’animale: un creare il suo mondo.
Primo: il lavoro è lavoro fisico.
È uno sforzo, per esempio, il lavoro muscolare, che porta a stanchezza e
spossatezza. In questo senso l’animale lavora come l’uomo.
Secondo: il lavoro è un fare pianificato.
È un fare con intenzione e scopo. Lo sforzo è voluto per l’ottenimento
di un mezzo di soddisfazione dei bisogni. Già questo lavoro distingue
l’uomo dall’animale.
L’animale soddisfa i suoi bisogni
immediatamente per mezzo della natura; trova già pronto per i suoi
bisogni quel che gli occorre. L’uomo può soddisfare i suoi bisogni solo
per mezzo di consce e pianificate mediazioni; e queste mediazioni si
effettuano con il lavoro. Il materiale per questo ultimo egli lo trova
certo nella natura, ma non esso bensì solo il materiale elaborato è per
lui adatto alla soddisfazione.
L’impulso animale consuma e
fa sparire; il lavoro forma utensili, crea un qualcosa di duraturo,
beni, opere. L’utensile già allontana l’uomo dalla connessione immediata
con la natura. Evita la distruzione dell’oggetto, trasformandolo.
Al lavoro non sono sufficienti abilità naturali. L’individuo
diviene esperto solo con l’apprendere delle regole generali di lavoro.
Il lavoro è fisico e spirituale. Il lavoro spirituale è il più
difficile. Quello che si fa per pratica e che ora si compie quasi
inconsciamente è infinitamente più facile. Noi evitiamo volentieri il
lavoro creativo per quello automatico, il lavoro spirituale per quello
fisico. Nei giorni in cui lo studioso nella sua ricerca non approda a
nulla è pur sempre in grado di dare un consiglio.
Terzo: il lavoro è un comportamento fondamentale dell’esser-uomo.
Esso muta il mondo esistente per natura in un mondo umano. È questa la
differenza radicale dall’animale. La forma dell’intero ambiente
dell’uomo è il mondo creato via via, intenzionalmente o meno, dal lavoro
comune. Il mondo dell’uomo, la condizione generale in cui egli vive,
sorge dal lavoro comune. Questo esige sempre, perciò, la divisione e
l’organizzazione del lavoro.
Divisione del lavoro.
Non è possibile che ognuno faccia tutto. Occorrono abilità particolari.
Chi è esperto in un campo specifico può produrre beni migliori e più
numerosi, di questa specie, che non l’inesperto. Inoltre ognuno non ha i
mezzi e il materiale per ogni lavoro. Così il lavoro nella comunità
porterà direttamente alla divisione del lavoro, poiché necessariamente
il lavoro è di più specie.
E secondo la specie di lavoro si
distinguono le classi lavoratrici, che si distinguono per il modo della
loro formazione umana, dei loro costumi, della loro sensibilità, della
loro posizione: agricoltori, artigiani, commercianti e così via. Si
determina via via un vincolo dell’uomo alla sua specie di lavoro.
Organizzazione del lavoro.
Dove c’è divisione del lavoro è necessaria la collaborazione. Io posso
svolgere il mio particolare lavoro in maniera sensata solo se collaboro
in una società di prestazioni reciproche. Il lavoro ha il suo senso
nell’organizzazione del lavoro.
Questa si sviluppa in parte
senza un piano, da sé, mediante il mercato, in parte secondo un piano,
per mezzo della distribuzione del lavoro. La società è caratterizzata
essenzialmente da questo, se nel suo insieme è organizzata secondo un
piano o secondo il libero mercato.
Poiché con
l’organizzazione del lavoro i prodotti, da immediati beni di uso,
divengono merce, essi devono essere scambiati, posti sul mercato o
distribuiti. Diviene con ciò necessaria l’adozione di una misura di
valore astratto e generale. È il denaro. Il valore della merce in denaro
si determina o liberamente, mediante le transazioni del mercato, o
coattivamente mediante un’imposizione pianificata.
È oggi
ben chiaro che dalla specie di lavoro e dalla sua distribuzione è
determinata la struttura sociale e l’esistenza umana in tutte le loro
ultime ramificazioni. Già Hegel lo ha visto, e Marx e Engels lo hanno
elaborato in vedute che hanno fatto epoca.
Quanto ampia poi
sia questa connessione e nel suo significato venga condizionata e
limitata anche da altre cause, per esempio religiose o politiche, è
oggetto di una particolare ricerca storico-sociologica.
La
costrizione di questa connessione in una concezione monocausale della
storia umana è sicuramente falsa. E che questa concezione si sia tentata
fin da Marx e Engels è dovuto al fatto che nella nostra epoca questa
connessione ha acquistato un significato grandissimo ed è perciò più
avvertibile di prima.
Divisione del lavoro e organizzazione
del lavoro toccano certamente le strutture essenziali della nostra
esistenza nella nostra società. Ma per la coscienza di tutti coloro che
lavorano è tuttavia decisivo il tipo di lavoro, il suo scopo, il suo
senso e il modo in cui tutto viene presentato alla coscienza del
lavoratore. Nella discussione di tali problemi viene fin troppo
ovviamente presupposto che sia il sistema di bisogni umani – cibo,
vestiario, abitazione eccetera – a determinare il lavoro. Ed è giusto.
Ma non è tutto. Il piacete del lavoro, nella misura in cui non è un
semplice piacere funzionale dell’uso dei muscoli o delle capacità, è
condizionato dalla coscienza di prender parte alla creazione del nostro
ambiente. Il lavoro diviene cosciente di se stesso nello specchio di ciò
che ha creato. La sua serenità sorge dal convivere nella forma di
esserci creata in comune, dalla costruzione di un qualcosa di duraturo.
Ma nel lavoro ci può essere ancora molto di più. Hegel parla del
«religioso lavorare che crea opere di devozione non destinate ad uno
scopo finito… Questo lavorare è di per sé culto… Il lavorare come puro
creare e come perenne lavorare è scopo a se stesso, e con ciò non è mai
finito». Questo lavoro va «dal movimento puramente corporeo della danza
fino alle portentose, colossali opere architettoniche… Tutti questi
lavori rientrano nella sfera del sacrificio… L’attività in generale è
un’offerta, non più di una cosa soltanto esterna, bensì dell’intima
soggettività… In questo produrre, il sacrificio è un fare spirituale, lo
sforzo che, come negazione dell’autocoscienza particolare, tiene fermo
lo scopo vivente nell’intimo e nell’immaginazione, e lo realizza
nell’esteriorità per l’intuizione».
Hegel accenna con ciò a
possibili significati del lavoro che oggi sono quasi obliati. È
superficiale dividere il contenuto del lavoro in soddisfazione dei
bisogni vitali dell’esistenza, da un lato, e lusso, dall’altro. Il senso
del lavoro va molto più in là. Quel che da un tale punto di vista
appare come lusso – tutte forme e beni non indispensabili per la
soddisfazione vitale – cela sicuramente in sé l’essenziale: in qual modo
e con quale attitudine l’uomo crea il suo mondo, nel quale diviene
cosciente di sé e dell’essere stesso, della trascendenza e della sua
propria essenza.
Lavoro e tecnica
Fin qui, in breve, sul lavoro in generale. Passiamo ora ad
esaminare quale sia l’intervento in esso della tecnica moderna.
1) La tecnica risparmia il lavoro, ma al contempo lo accresce .
La tecnica mira a risparmiare il lavoro, a compiere il lavoro, invece
che con i muscoli, con le macchine, invece che con la riflessione
ripetuta e faticosa, con l’automatismo degli apparati. Il risultato di
un’unica grande invenzione risparmia la fatica dei muscoli e
dell’intelletto. Il limite delle realizzazioni di questa tecnica è che
rimane pur sempre un lavoro da compiersi dall’uomo, tecnicamente
insostituibile, e che diventano necessari nuovi lavori che prima non
c’erano. Le macchine devono pur sempre essere costruite. E se pure
diventano quasi esseri indipendenti, si richiede ancora tuttavia del
lavoro umano per il servizio, la sorveglianza, la riparazione delle
macchine e per procurare altresì la materia prima necessaria. Il lavoro
viene solo trasferito altrove, viene mutato, non tolto. Rimangono poi
qua e là i primordiali faticosi lavori che nessuna tecnica può
eliminare.
Così la tecnica porta bensì un alleggerimento del
lavoro. Ma essa fa sorgere anche nuove possibilità di produzione e con i
suoi risultati desta nuovi bisogni. E crescendo i bisogni, sorge un
nuovo accresciuto lavoro. E soprattutto la tecnica produce, con le armi
da guerra, dei mezzi di distruzione che, da un lato con la necessità di
produrre la massima quantità possibile di armi, dall’altro con la
necessità di ricominciare tutto daccapo nelle caotiche situazioni di
rovina, accrescono al massimo la richiesta di lavoro.
In
complesso, un effettivo alleggerimento e diminuzione del lavoro mediante
la tecnica è, rispetto alla nostra attuale realtà, così problematico
che si può addirittura pensare che, mediante la tecnica, l’uomo sia
stato solo teso fino all’estremo delle sue forze. In ogni caso la
tecnica moderna ha portato anzitutto un enorme aumento di lavoro per gli
uomini che vi sono impegnati. Tuttavia nelle possibilità tecniche c’è
il principio della riduzione del lavoro fisicamente rovinoso, e rimane
l’idea di una crescente liberazione dell’uomo, appunto mediante la
tecnica moderna, dal peso del lavoro fisico in favore del tempo libero
per lo sviluppo delle sue libere possibilità.
2) La tecnica muta il lavoro.
Alla grandiosità del creare inventivo si contrappone la dipendenza
dell’applicare non creativo. L’inventare sorge dal tempo libero,
dall’ispirazione, dalla tenacia, l’applicare esige lavoro ripetitivo,
ordine, regolarità.
Nel lavoro tecnico esecutivo è da
valutarsi positivamente l’osservazione e la cura delle macchine; si
sviluppa un atteggiamento spirituale di disciplina, ponderazione,
riflessività; è possibile un godimento nel fare e nel potere pieno di
significato, addirittura un amore per le macchine. Negativa, al
contrario, è l’automatizzazione del lavoro per i molti uomini che devono
eseguire gesti sempre ripetitivi alla catena di montaggio; il deserto
di questo lavoro vuoto e nient’altro che faticoso diviene un peso
intollerabile, e non solo per quanti, per loro disposizione,
tenderebbero all’apatia.
Già Hegel ha visto quali
conseguenze si hanno per il lavoro con il salto dall’utensile alla
macchina. Anzitutto il poderoso progresso: l’utensile è ancora una cosa
inerte, con la quale solo formalmente io sono attivo e mi faccio io
stesso cosa; è l’uomo infatti che fornisce l’energia. La macchina al
contrario è un utensile indipendente, con il quale la natura viene
ingannata dall’uomo, facendola egli lavorare per sé.
Ma
l’ingannato si vendica dell’ingannatore: «Facendo con le macchine
lavorare la natura, l’uomo non toglie la necessità del suo lavorare… lo
allontana solo dalla natura e, non vivente, si rivolge ad essa come a un
qualcosa di non vivente… Il lavorare che gli resta diviene esso stesso
sempre più meccanico; e quanto più meccanico il lavoro diventa, tanto
meno valore ha, e tanto più l’uomo deve lavorare in tal modo». «Il
lavoro diventa morto…, la capacità del singolo infinitamente più
limitata, e la coscienza dell’operaio di fabbrica viene degradata fino
all’estrema apatia; viene del tutto persa di vista la connessione tra la
singola specie di lavoro e l’intera infinita massa dei bisogni: una
cieca dipendenza, tanto che spesso una lontana operazione blocca
improvvisamente o rende superfluo ed inutile il lavoro di un’intera
classe di uomini che con esso soddisfano ai loro bisogni».
3) La tecnica costringe a una certa grandezza di organizzazione .
Lo scopo tecnico può essere raggiunto ed economicamente realizzato solo
in fabbriche di notevoli dimensioni. Quanto grande debba essere questa
organizzazione è problema da risolvere caso per caso per ogni
particolare tipo di fabbricazione. Ma il problema è quanto, in un libero
mercato, i grandi organismi si possano vantaggiosamente sviluppare di
numero senza monopolio, e fino a che punto, fuori dell’ambito delle
disposizioni giuridiche, si possa concepire l’impianto pianificato di
un’unica fabbrica universale tutto comprendente, nella quale tutto sia
scambievolmente collegato, e nei singoli settori non si produca né
troppo né troppo poco.
In tutti e due i casi il singolo uomo
è legato ai grandi organismi e al luogo che in essi occupa. Come nel
lavorare meccanico non ci può essere soddisfazione per il lavoro
individuale, così vi è tolta anche la libertà personale del possesso
degli arnesi e della produzione su ordinazione personale. Alla
stragrande maggioranza degli uomini è tolta la comprensibilità del loro
proprio lavoro nel suo scopo e nel suo senso. Le misure umane sono
oltrepassate.
La duplice dipendenza del lavoro dalla
macchina e dall’organizzazione del lavoro – che è ancora una nuova
specie di macchina – ha la conseguenza di far diventare l’uomo stesso,
per così dire, un pezzo meccanico. Inventori creativi e organizzatori di
nuove unità di lavoro diventano rare eccezioni: lavorano anch’essi alla
macchina. E un sempre maggiore numero di uomini devono divenire parti
della macchina.
La tecnicizzazione si estende ancora dall’elaborazione della natura all’intera vita dell’uomo, alla conduzione burocratica
di tutte le cose, alla politica, al gioco e al piacere, che sono solo
una prosecuzione delle forme di vita abituali, non più gioia creativa.
Del tempo libero l’uomo non sa più che farsene se non gli viene riempito
da un fare tecnicamente organizzato, a meno che non si abbandoni per
ristoro ad uno stato crepuscolare e sognante.
La vita
dell’uomo come parte della macchina si può caratterizzare, col criterio
della vita di una volta, dicendo che l’uomo viene sradicato, perde terra
e patria per essere collocato in un certo posto della macchina, mentre
anche la casa e il giardino che gli sono assegnati sono sempre come
macchine, si consumano presto, si cambiano facilmente: non sono una
terra e una casa per sempre. La superficie della terra prende l’aspetto
di un paesaggio meccanico. La vita dell’uomo si chiude in un orizzonte
singolarmente angusto, rispetto al passato e al futuro, perde la
tradizione del passato e la ricerca di uno scopo finale, e vive solo nel
presente; ma questo presente è tanto più vuoto quanto meno è sostenuto
dalla sostanza del ricordo e quanto meno racchiude in sé le possibilità
del futuro che in esso possano svilupparsi come semi. II lavoro diviene
mero sforzo di tensione e fretta; al dispendio di forze segue la
spossatezza, l’uno e l’altra senza sapere perché. E nella stanchezza non
rimane nient’altro che istinto, bisogno di piacere, senso. L’uomo vive
con il cinema e il giornale, ascoltando notizie e guardando figure,
sempre tra convenzionalità meccaniche. L’incremento dei beni di consumo
tecnici prodotti fa crescere apparentemente fino all’illimitato questa
massa di uomini; in ogni caso la nostra epoca ha portato in breve tempo
una vera moltiplicazione degli uomini viventi sulla superficie della
terra.
La trasformazione dell’uomo in parte dell’enorme
meccanismo si manifesta nel fatto di comprendere l’uomo con i cosiddetti
“tests”. Si analizzano le qualità che variano da individuo a individuo,
si classificano gli uomini in numeri e grandezze, e secondo questi si
ordinano in gruppi, tipi e gradi. L’uomo come individuo resiste bensì a
questa sua trasformazione in materiale intercambiabile, a questo
ordinamento e rubricazione; ma il corso delle cose in tutto il mondo
esige queste tecniche di selezione. Peraltro anche i selettori sono
uomini. Chi selezionerà i selettori? Anche il selettore diviene una
parte della macchina: apparati e misurazioni sono da lui eseguiti
meccanicamente.
La coscienza di un tale essere intrappolati
in un meccanismo inumano fu espressa da un sottotenente dell’aviazione
americana di 22 anni allorché fu intervistato per il conferimento di
altissime decorazioni di cui era stato insignito per straordinarie
imprese di bombardamento: «Io sono un ingranaggio nell’inferno di una
grande macchina, Quanto più ci penso, tanto più mi sembra di essere
stato un ingranaggio in una cosa dopo l’altra fin dal giorno in cui sono
nato. Ogni volta che ho iniziato a fare un qualcosa che desideravo
fare, mi si è presentata dinanzi una cosa più grande di me che mi ha
spinto in un determinato posto. Non è piacevole, ma è così».
4) Valutazione del lavoro.
Sono antichi e contraddittori i giudizi sul lavoro. I greci
disprezzavano ogni lavoro fisico come banausico. L’uomo completo era
l’aristocratico, che non lavorava, aveva tempo libero, si occupava di
politica, viveva negli agoni, faceva la guerra, creava opere spirituali.
Ebrei e cristiani videro nel lavoro la punizione del peccato. Cacciato
dal Paradiso, l’uomo sopporta le conseguenze del peccato originale:
dovrà guadagnarsi il pane con il sudore della fronte. Pascal rinforza
poi questa concezione: il lavoro non è solo un peso, bensì una
deviazione dal compito proprio dell’uomo; il lavoro manifesta la
vuotezza del darsi da fare mondano, l’apparenza dell’operosità conduce a
dispersione e cela l’essenziale. I protestanti al contrario vedono nel
lavoro una grande benedizione. Milton raffigura la salvezza dell’uomo
nella cacciata dal Paradiso; Adamo ed Eva poterono presto asciugare le
loro lacrime:
«Dinanzi a loro si stendeva il mondo intero
Ove avrebbero potuto scegliersi il luogo di riposo
E la Provvidenza del Signore come guida…».
L’angelo Michele dice a Adamo:
«Ora al sapere aggiungi anche il fare…
E non lasciar malvolentieri questo Paradiso,
Ché uno assai più felice ne porti in te».
Il calvinismo vide nel successo del lavoro un segno di elezione.
Il concetto della professione terrena come dovere rimase poi come
conseguenza di questa concezione religiosa, anche senza la religione. Il
piacere del lavoro, la benedizione del lavoro, l’onore del lavoro e il
successo come criterio del valore dell’uomo sono sorti su questo
terreno, al quale si rifà del resto sia il postulato che «chi non lavora
non deve mangiare» sia l’intima benedizione: «Lavorare e non dubitare».
Nel mondo moderno l’affermazione del lavoro è universale. Ma
appunto quando il lavoro è diventato la dignità dell’uomo, il carattere
distintivo della sua essenza di uomo, proprio allora si è subito
mostrato un duplice aspetto del lavoro: da un lato nell’ideale dell’uomo
lavoratore, dall’altro nell’immagine del reale comune lavorare, nel
quale l’uomo si è estraniato a causa dei modi e dell’organizzazione del
lavoro.
Da questa duplicità sorge l’impulso a cambiare il
mondo dell’uomo, affinché l’uomo trovi la via ad un giusto modo di
lavorare nella creazione di tutto il suo mondo. Sia eliminato il falso
modo di lavorare che lo estrania, lo sfrutta, lo costringe. Il criterio è
quello che Hegel ha detto: «Questo è l’infinito diritto del soggetto,
di rimanere soddisfatto di sé nella sua attività e nel suo lavoro».
Il problema del lavoro riguardo alla dignità, al diritto e al
dovere dell’esser-uomo viene falsamente semplificato quando si considera
in generale il lavoro come unico. Di fatto, il lavoro è
straordinariamente diverso nella molteplicità dei modi di lavorare, per
il valore di ogni particolare lavoro, per la quantità di coloro che
prendono parte al godimento dei beni prodotti, per la diversa
organizzazione del lavoro, per il modo della sua conduzione, i metodi di
autorità e disciplina, per lo spirito di corpo e la solidarietà dei
lavoratori.
I problemi di un cambiamento a vantaggio della
dignità dell’uomo non sono perciò da risolvere con un unico principio o
da ridurre ad un unico denominatore comune. Sono giunti a coscienza fin
qui questi problemi di cambiamento: il cambiamento del lavoro nella sua
concreta esecuzione e nelle sue determinate condizioni materiali, per
renderlo più umano; il cambiamento dell’organizzazione del lavoro, per
conciliare le forme di partecipazione, di autorità e di subordinazione
con la libertà; il cambiamento della società per rendere più giusta la
distribuzione dei beni e garantire il valore di ogni uomo, sia per la
sua produzione sia come uomo in generale.
Questi problemi
hanno preso forma solo con la trasformazione del lavoro e delle forme di
vita determinata dalla tecnica. La valutazione del lavoro moderno è
perciò inscindibile dalla valutazione della tecnica moderna. Il peso del
lavoro, in generale, va incontro, con la tecnica moderna, a nuove
gravezze, ma forse anche con nuove possibilità e nuovi adempimenti.
Tratto Da: Tecnica e lavoro in Karl Jaspers, in A. Negri, Filosofia del lavoro. Tra secondo Ottocento e Novecento (2), Marzorati, Milano 1981, pp. 1118-1132., pp. 132-138.









