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"Origine e senso della storia" (1949)

Lettura sul Lavoro X a cura di Stefano Esengrini




«Il problema del lavoro, che Jaspers affronta specificamente nella parte seconda di
Vom Ursprung und Ziel der Geschichte, si inquadra in quello più generale della tecnica, e questo, a sua volta, nel delineamento di “una concezione filosofica generale della storia”, che è poi il tema specifico dell’opera. Ora, nella storia occidentale “l’unico elemento autenticamente nuovo e radicalmente diverso, senza confronti con tutto ciò che è asiatico, completamente estraneo anche ai greci”, Jaspers lo indica nello sviluppo della “tecnologia moderna”. Ed in questo non esita a denunciare una “catastrofica caduta verso la povertà di spirito, di umanità, di amore, di creatività”. Ma fin qui il discorso pare ancora restare nelle generali; Jaspers avverte che occorre procedere ad un’analisi più minuziosa, che muova anzitutto dalla determinazione dell’essenza della tecnica. In questo quadro troverà poi sviluppo l’argomentazione sull’essenza del lavoro e dei rapporti che fra tecnica e lavoro, nella storia occidentale, si pongono» (Antimo Negri).

 



L’essenza della tecnica

         Oggi è comune a tutti noi la coscienza di trovarci ad una svolta della storia che cento anni fa si paragonò al tramonto del mondo antico, ma più tardi si avvertì sempre più profondamente come il grande destino, non solo dell’Europa o dell’occidente, ma del mondo intero. È l’epoca della tecnica con tutte le sue conseguenze che sembrano non lasciar sussistere niente di ciò che in millenni l’uomo si è procurato riguardo a modi di lavorare, forme di vita, modi di pensare, simboli.
         L’idealismo tedesco di Fichte, Hegel e Schelling aveva interpretato il suo proprio tempo come la più profonda svolta della storia, basandosi sulla concezione del periodo assiale cristiano che allora per la prima volta giungeva alla sua meta finale e al suo compimento. Era il presuntuoso orgoglio di un’autoillusione spirituale. Oggi, al paragone, dobbiamo dire con fermezza: il presente non è un secondo periodo assiale; in fortissimo contrasto con questo, è piuttosto una catastrofica caduta verso la povertà di spirito, di umanità, di amore, di creatività; una sola unica cosa, al confronto con tutto il passato, è grande, la produzione di scienza e tecnica.
         Ma è una grandezza? Comprendiamo la gioia dello scopritore e dell’inventore; al contempo li vediamo però come funzionari nella catena di un processo creativo fondamentale anonimo, nel quale un membro si ordina all’altro e gli interessati non agiscono come uomini, nella grandezza di un’anima tutto-abbracciante. Malgrado l’alto valore di idee creative, il paziente e tenace lavoro, l’audacia di tentati progetti teorici, l’insieme può operare solo come un coinvolgimento dello spirito nel processo tecnico che subordina a sé perfino le scienze, e sempre più di generazione in generazione. Di qui la sorprendente stupidità di tanti scienziati fuori dell’ambito della loro competenza, il disorientamento di tanti tecnici al di fuori dei compiti che per loro sono essenziali ma non lo sono in sé; di qui la segreta infelicità di questo mondo che sta diventando sempre più disumano…
         La tecnica ha radicalmente trasformato l’esistenza quotidiana dell’uomo nel suo ambiente, ha costretto il modo di lavorare e la società in nuovi binari, come la produzione di massa, la trasformazione di tutta l’esistenza in un meccanismo tecnicamente perfetto, la trasformazione del pianeta in un’unica grande fabbrica. Con ciò è accaduto e sta accadendo il distacco dell’uomo da ogni terreno; egli diviene un abitante della terra privo di patria. Perde la continuità della tradizione. Lo spirito si riduce ad apprendimento di nozioni e ad addestramento a funzioni utili.
         Questo tempo di mutamento è anzitutto rovinoso. Noi viviamo oggi nell’impossibilità di trovare un giusto modo di vivere. Dal mondo ci viene ormai incontro poca verità e poca sicurezza che possano sostenere il singolo nella sua coscienza di sé.
         Il singolo è così preda di una profonda scontentezza di sé, oppure, dimentico di sé, si arrende a divenire un elemento dell’ingranaggio, ad abbandonarsi privo di pensiero alla sua esistenza vitale ormai spersonalizzata, a perdere l’orizzonte del passato e del futuro, a ritirarsi in un presente angusto, infedele a se stesso, sostituibile, utilizzabile a qualunque fine gli s’imponga, ammaliato da false certezze non discusse, non provate, non agitate, non dialettiche, facilmente cambiabili con altre.
         Chi poi la scontentezza la tiene in sé come irrequietudine, diviene costantemente falso con se stesso. Deve vivere sempre mascherandosi, mutare maschera secondo le situazioni e secondo gli uomini con i quali ha a che fare. Parla sempre in termini di “come se”, e pur non conquista mai se stesso, in tutte le sue maschere, perché alla fine non sa più chi propriamente egli sia.
         Se non c’è più terreno che ci sostenga, se non c’è più risonanza per l’autentico essere se stessi, se non c’è più rispetto, perché le maschere e i travestimenti non suscitano rispetto e rendono possibile solo un’idolatria feticistica, allora l’inquietudine diventa disperazione, quella che da Kierkegaard e da Nietzsche è stata profeticamente vissuta e portata alla più chiara espressione nella loro interpretazione dell’epoca.
         Ma quel che qui è stato affermato e caratterizzato solo in generale ora è da comprendere più da vicino e più chiaramente. Parleremo anzitutto della tecnica e del lavoro, che appartengono alla vita di ogni giorno dell’uomo, per comprendere quindi chiaramente, mediante il confronto, quanto propriamente tecnica e lavoro vi abbiano inciso.
         Definizione della tecnica. La tecnica nasce dall’interposizione di mezzi per il conseguimento di un fine. Attività immediate come il respirare, il muoversi, il prender cibo non sono ancora tecnica. Solo quando esse avvengono in maniera difettosa e si prendono intenzionalmente delle disposizioni per compierle in maniera corretta, allora si parla di tecnica respiratoria e così via. Gli altri caratteri della tecnica sono essenzialmente questi:
         Intelletto. La tecnica si basa sul lavoro dell’intelletto, sul calcolare connesso a un sentire anticipatore e a un cogliere le possibilità. Essa pensa in termini di meccanismo, trasforma ogni cosa in quantità e relazioni. È una parte del razionalizzare in generale.
         Potenza. La tecnica è un potere, il cui procedere è esterno al suo stesso scopo. Questo potere è un fare e un utilizzare, non un creare e un far crescere. Opponendo forza naturale a forza naturale, la tecnica signoreggia indirettamente la natura per mezzo della natura stessa. Questa signoria si basa sul sapere. In questo senso si dice che sapere è potere.
         Senso della tecnica. Il potere sulla natura riceve il suo senso solo da scopi umani, alleggerimento dell’esistenza, diminuzione della fatica quotidiana per le necessità fisiche dell’esistenza, acquisto di agio e comodità. «Il senso della tecnica è la libertà nei confronti della natura». Essa deve liberare l’uomo dal suo incatenamento naturale alla natura con i suoi bisogni, minacce, schiavitù. Perciò è principio della tecnica l’agire secondo scopi su materie e forze al servizio della determinazione umana. L’uomo tecnico non prende semplicemente quel che trova: egli guarda le cose in vista della loro utilizzabilità per scopi umani e cerca l’approssimazione delle loro forme come forme che servano alla peculiarità di questi scopi (Dessauer).
         Ma ciò non basta ancora al senso della tecnica. La sua strumentalità, la sua produzione di utensili, sta sempre sotto l’idea di un’unità, dell’unità cioè della formazione dell’ambiente umano nella limitatezza che pur sempre si espande. La bestia trova già formato il suo ambiente cui è inconsciamente legata. Da questo legame, in cui anch’egli si trova, l’uomo fa sortire il suo ambiente che indefinitamente egli crea. Il vivere in un ambiente creato anche da lui è il carattere proprio dell’esser uomo…
         Invenzione e lavoro ripetitivo. Regole tecniche sono quelle che si possono imparare, trasmettere e applicare in maniera identica. La tecnica come dottrina offre i metodi che sono appropriati al raggiungimento di certi scopi, quelli cioè che in primo luogo sono adeguati all’oggetto e che, in secondo luogo, evitando attività superflue, procedono economicamente con l’uso del solo necessario. La tecnica consiste in procedimenti e in strutture inventati dall’uomo, che perciò possono essere realizzati con qualunque ripetitività e in qualunque quantità.
         C’è perciò una differenza sostanziale fra il fare creativo che porta a invenzioni tecniche e la prestazione di lavoro che usa solo con uguale ripetitività l’invenzione per la produzione di quantità maggiori.
         Deviazioni. Se il senso della tecnica giace nell’unità della formazione dell’ambiente per gli scopi dell’esistenza umana, si ha deviazione là dove la strumentalità dell’utensile e del fare si rende indipendente, là dove, nell’oblio dello scopo finale, il mezzo stesso diviene scopo, assoluto.
         Quando nel lavoro quotidiano va perduto il senso del tutto come suo motivo ed orizzonte, la tecnica degenera in una specie di attività infinitamente molteplice, insensata per i lavoratori, in una spoliazione della vita.
         Quando quell’elemento essenziale del fare tecnico che si può apprendere con l’esercizio diviene «routine» soddisfatta di sé, invece che arricchimento della vita che procura ed assicura nozioni e servizi, esso ne è piuttosto impoverimento. Senza sforzo spirituale, che è l’indispensabile mezzo al servizio del rafforzamento della coscienza, il lavoro diviene fine a se stesso. L’uomo sprofonda nell’incoscienza o nella perdita della coscienza.



Tecnica e storia

         La tecnica come commercio con gli utensili c’è da quando c’è l’uomo. Sul fondamento della fisica naturale dei primitivi, nei manufatti e nell’uso delle armi, nell’impiego della ruota, della vanga, dell’aratro, della barca, della forza di lavoro degli animali, della vela e del fuoco, c’è tecnica a partite da là fin dove giunge il nostro ricordo storico. Nelle grandi culture dell’antichità, specialmente in occidente, una meccanica altamente sviluppata fu il mezzo per muovere grandi pesi, per erigere costruzioni, per costruire strade e navi, macchine per l’assedio e la difesa.
         Tutta questa tecnica restò tuttavia in un ambito relativamente limitato, facilmente abbracciabile con lo sguardo. Quel che fu fatto fu fatto con la forza dell’uomo, con l’ausilio della forza degli animali, della forza di trazione o del fuoco, del vento, dell’acqua, ma sempre nell’ambito del mondo naturale dell’uomo. Un qualcosa di totalmente diverso accadde fin dalla fine del XVIII secolo… E nel XIX secolo si ebbe una realizzazione che superò ogni sogno. Chiediamoci ora che cos’era questo qualcosa di nuovo, che non si può tuttavia ridurre ad un unico principio.
         Il fatto pii tangibile è che furono inventate delle macchine che producevano automaticamente beni di consumo. Quel che prima faceva l’uomo ora lo faceva la macchina: filava, segava, piallava, stampava, fondeva, produceva oggetti interi. Mentre cento operai dovevano soffiare con fatica per produrre alcune migliaia di bottiglie, ora una sola macchina produceva 20.000 bottiglie al giorno, servita solo da pochi lavoratori.
         Si dovettero inoltre pensare al contempo macchine che fornissero energia con le quali azionare le macchine utensili. La macchina a vapore fu il punto di svolta (1776), il motore elettrico (dinamo, 1867) divenne quindi la macchina universale. Viene prodotta energia dal carbone o dalla forza dell’acqua, e quindi trasportata dovunque essa serva. La moderna scienza dell’energia subentra all’antica meccanica che per tanti millenni ha dominato da sola. L’antica meccanica aveva a disposizione solo una forza limitata nella prestazione muscolare dell’uomo o dell’animale, nel vento o nell’acqua per i mulini. Il nuovo consisteva ora in una forza moltiplicata per mille, e da moltiplicare apparentemente all’infinito, ora a disposizione dell’uomo.
         Questo sviluppo fu possibile solo sulla base delle moderne scienze esatte della natura, che apportarono conoscenze e possibilità totalmente estranee all’antica meccanica. Soprattutto divenne un indispensabile presupposto alle nuove realtà tecniche lo sviluppo dell’elettrologia e della chimica. Ciò che inizialmente era invisibile o si mostrava solo alla scienza, poneva ora nella mano dell’uomo quelle energie quasi illimitate con le quali oggi si opera su tutto il pianeta.
         Ma per elevare l’invenzione oltre il livello del gioco o del passatempo di gusto raffinato e per realizzarla economicamente e farne, solo così, un fattore dell’esistenza umana, occorreva un ulteriore presupposto. La moderna libertà sociale – che non conosce schiavi e consentì la libera concorrenza a proprio rischio – dette ad audaci imprenditori la possibilità di tentare l’improbabile e quel che ai più appariva come impossibile. A ciò servì in primo luogo il credito, che pose a disposizione dei capaci del denaro in una quantità che prima non avrebbe avuto nemmeno il più ricco, in secondo luogo un’organizzazione del lavoro con manodopera libera, che, ottenibile sul “mercato del lavoro” ad ogni prestazione richiesta, con un salario stabilito, rappresentava un prevedibile elemento di costo nel calcolo dell’imprenditore. E ai due elementi si aggiungeva un diritto su cui si poteva contare, che garantiva l’osservanza dei contratti.
         Così sorse in occidente la battaglia tecnico-economica degli imprenditori nel XIX secolo, nella quale tramontò l’antico artigianato, pur con gli inevitabili residui, e fu spietatamente annientato chiunque agisse in maniera tecnicamente inutile. Anche i pensieri migliori dovettero così anzitutto naufragare. D’altra parte si giunse a risultati meravigliosi. In questo processo trovò luogo una selezione nella conferma del successo. Chi non riusciva in ciò che la situazione esigeva faceva bancarotta o veniva licenziato dal suo posto di lavoro. Almeno per qualche tempo – all’inizio di questa impresa creativa – si ebbe una selezione dei più capaci.
         Al sorgere del mondo tecnico si connettono quindi inscindibilmente la scienza naturale, lo spirito inventivo, l’organizzazione del lavoro. Questi tre fattori hanno in comune la razionalità. Nessuno di essi potrebbe da solo realizzare la tecnica moderna. Ciascuno di questi tre ha la sua propria origine, ed è perciò fonte di problemi che procedono indipendenti per la loro propria via.
         1) La scienza naturale produce il suo mondo senza riguardo alla tecnica. Ci sono straordinarie scoperte scientifiche che, almeno inizialmente e forse anche per sempre, rimangono tecnicamente irrilevanti. Anche le scoperte scientifiche in sé tecnicamente utilizzabili non sono in nessun modo direttamente e senz’altro applicabili: abbisognano ancora, per divenire utili, dell’idea tecnica. Solo Morse fece il telegrafo. Non c’è relazione prevedibile tra la scienza e la tecnica.
         2) Lo spirito inventivo può compiere cose straordinarie anche senza la scienza specificamente moderna… Da un secolo e mezzo in qua sono state fatte in tutti i campi un’infinità di invenzioni, che rientrano nell’ambito di ciò che era possibile da lungo tempo e non hanno avuto assolutamente bisogno della scienza moderna: per esempio, le stufe da riscaldamento, le stufe a fuoco continuo, gli impianti centralizzati, gli utensili da cucina e molti altri oggetti di uso domestico, apparecchi medici come l’oftalmoscopio. In altri casi invece le conoscenze moderne sono state presupposto della scoperta…
         A ciò si aggiunge, come elemento specificamente moderno, la sistematica dell’invenzione, che non viene fatta più qua e là da singoli e casualmente; le invenzioni tecniche sono anzi inserite in un processo cui prendono parte innumeri uomini. Alcuni pochi atti inventivi danno talvolta un nuovo impulso ad un tale processo. Ma anche questo consiste per lo più nello sviluppare invenzioni già presenti, in costanti miglioramenti e più ampie applicazioni. Tutto diviene anonimo. La realizzazione del singolo scompare nella realizzazione della collettività. Così sono sorte, in un tempo relativamente breve, le forme perfette, ad esempio, della bicicletta o dell’automobile.
         Ciò che è tecnicamente utile deve essere utile anche economicamente. Lo spirito inventivo come tale, invece, si mantiene indipendente da una tale costrizione. Nei suoi grandi impulsi, esso procede, diciamo, alla creazione di un secondo mondo. Quel che esso crea, viene tuttavia realizzato tecnicamente solo in grandi quantità, quali sono richieste dall’utile economico nella libera concorrenza o dalla volontà di potere dispotico.
         3) L’organizzazione del lavoro diviene un problema sociale e politico. Se la produzione non solo dei beni di lusso ma anche dei beni di massa di uso quotidiano per tutti si realizza mediante le macchine, ciò porta all’inserimento di un gran numero di uomini in questo processo di produzione, in questo modo di lavorare alla macchina, come membri dell’intero meccanismo. E quando quasi tutti gli uomini diventano membri del processo tecnico di lavoro, allora l’organizzazione diviene un problema dell’esser-uomo. Poiché per l’uomo lo scopo ultimo è l’uomo e non la tecnica, e la tecnica deve essere al servizio dell’uomo, non l’uomo al servizio della tecnica, ecco che sulla base della tecnica moderna è sorto un processo socio-politico; poiché dall’iniziale arbitraria sottomissione dell’uomo come forza di lavoro agli scopi tecnici ed economici si è appassionatamente teso al rovesciamento di un tale rapporto.
         Per comprendere il senso di tali esigenze è necessario esaminare l’essenza del lavoro, dapprima in generale, poi nel suo mutamento per l’ingresso della tecnica.



L’essenza del lavoro

         Ciò che viene realizzato mediante la tecnica esige sempre del lavoro. E dove l’uomo lavora, applica sempre una tecnica. Il modo di lavorare è determinato dal tipo di tecnica. I mutamenti della tecnica mutano il lavoro, sì che un mutamento fondamentale della tecnica ha come sua conseguenza anche un mutamento fondamentale del lavoro.
         Solo il mutamento verificatosi nel XIX secolo ha fatto divenire problema sia la tecnica sia il lavoro. Questi due non sono mai stati discussi così profondamente come a partire da quell’epoca. Esaminiamo anzitutto che cos’è il lavoro come tale e che cosa è sempre stato. Solo con questo criterio si può riconoscere la specificità nel nuovo mondo tecnico.
         Il lavoro si può definire in tre modi:
         il lavoro è lavoro fisico;
         il lavoro è un fare pianificato;
         il lavoro è l’essenza fondamentale dell’uomo a differenza dell’animale: un creare il suo mondo.
         Primo: il lavoro è lavoro fisico. È uno sforzo, per esempio, il lavoro muscolare, che porta a stanchezza e spossatezza. In questo senso l’animale lavora come l’uomo.
         Secondo: il lavoro è un fare pianificato. È un fare con intenzione e scopo. Lo sforzo è voluto per l’ottenimento di un mezzo di soddisfazione dei bisogni. Già questo lavoro distingue l’uomo dall’animale.
         L’animale soddisfa i suoi bisogni immediatamente per mezzo della natura; trova già pronto per i suoi bisogni quel che gli occorre. L’uomo può soddisfare i suoi bisogni solo per mezzo di consce e pianificate mediazioni; e queste mediazioni si effettuano con il lavoro. Il materiale per questo ultimo egli lo trova certo nella natura, ma non esso bensì solo il materiale elaborato è per lui adatto alla soddisfazione.
         L’impulso animale consuma e fa sparire; il lavoro forma utensili, crea un qualcosa di duraturo, beni, opere. L’utensile già allontana l’uomo dalla connessione immediata con la natura. Evita la distruzione dell’oggetto, trasformandolo.
         Al lavoro non sono sufficienti abilità naturali. L’individuo diviene esperto solo con l’apprendere delle regole generali di lavoro.
         Il lavoro è fisico e spirituale. Il lavoro spirituale è il più difficile. Quello che si fa per pratica e che ora si compie quasi inconsciamente è infinitamente più facile. Noi evitiamo volentieri il lavoro creativo per quello automatico, il lavoro spirituale per quello fisico. Nei giorni in cui lo studioso nella sua ricerca non approda a nulla è pur sempre in grado di dare un consiglio.
         Terzo: il lavoro è un comportamento fondamentale dell’esser-uomo. Esso muta il mondo esistente per natura in un mondo umano. È questa la differenza radicale dall’animale. La forma dell’intero ambiente dell’uomo è il mondo creato via via, intenzionalmente o meno, dal lavoro comune. Il mondo dell’uomo, la condizione generale in cui egli vive, sorge dal lavoro comune. Questo esige sempre, perciò, la divisione e l’organizzazione del lavoro.
         Divisione del lavoro. Non è possibile che ognuno faccia tutto. Occorrono abilità particolari. Chi è esperto in un campo specifico può produrre beni migliori e più numerosi, di questa specie, che non l’inesperto. Inoltre ognuno non ha i mezzi e il materiale per ogni lavoro. Così il lavoro nella comunità porterà direttamente alla divisione del lavoro, poiché necessariamente il lavoro è di più specie.
         E secondo la specie di lavoro si distinguono le classi lavoratrici, che si distinguono per il modo della loro formazione umana, dei loro costumi, della loro sensibilità, della loro posizione: agricoltori, artigiani, commercianti e così via. Si determina via via un vincolo dell’uomo alla sua specie di lavoro.
         Organizzazione del lavoro. Dove c’è divisione del lavoro è necessaria la collaborazione. Io posso svolgere il mio particolare lavoro in maniera sensata solo se collaboro in una società di prestazioni reciproche. Il lavoro ha il suo senso nell’organizzazione del lavoro.
         Questa si sviluppa in parte senza un piano, da sé, mediante il mercato, in parte secondo un piano, per mezzo della distribuzione del lavoro. La società è caratterizzata essenzialmente da questo, se nel suo insieme è organizzata secondo un piano o secondo il libero mercato.
         Poiché con l’organizzazione del lavoro i prodotti, da immediati beni di uso, divengono merce, essi devono essere scambiati, posti sul mercato o distribuiti. Diviene con ciò necessaria l’adozione di una misura di valore astratto e generale. È il denaro. Il valore della merce in denaro si determina o liberamente, mediante le transazioni del mercato, o coattivamente mediante un’imposizione pianificata.
         È oggi ben chiaro che dalla specie di lavoro e dalla sua distribuzione è determinata la struttura sociale e l’esistenza umana in tutte le loro ultime ramificazioni. Già Hegel lo ha visto, e Marx e Engels lo hanno elaborato in vedute che hanno fatto epoca.
         Quanto ampia poi sia questa connessione e nel suo significato venga condizionata e limitata anche da altre cause, per esempio religiose o politiche, è oggetto di una particolare ricerca storico-sociologica.
         La costrizione di questa connessione in una concezione monocausale della storia umana è sicuramente falsa. E che questa concezione si sia tentata fin da Marx e Engels è dovuto al fatto che nella nostra epoca questa connessione ha acquistato un significato grandissimo ed è perciò più avvertibile di prima.
         Divisione del lavoro e organizzazione del lavoro toccano certamente le strutture essenziali della nostra esistenza nella nostra società. Ma per la coscienza di tutti coloro che lavorano è tuttavia decisivo il tipo di lavoro, il suo scopo, il suo senso e il modo in cui tutto viene presentato alla coscienza del lavoratore. Nella discussione di tali problemi viene fin troppo ovviamente presupposto che sia il sistema di bisogni umani – cibo, vestiario, abitazione eccetera – a determinare il lavoro. Ed è giusto. Ma non è tutto. Il piacete del lavoro, nella misura in cui non è un semplice piacere funzionale dell’uso dei muscoli o delle capacità, è condizionato dalla coscienza di prender parte alla creazione del nostro ambiente. Il lavoro diviene cosciente di se stesso nello specchio di ciò che ha creato. La sua serenità sorge dal convivere nella forma di esserci creata in comune, dalla costruzione di un qualcosa di duraturo.
         Ma nel lavoro ci può essere ancora molto di più. Hegel parla del «religioso lavorare che crea opere di devozione non destinate ad uno scopo finito… Questo lavorare è di per sé culto… Il lavorare come puro creare e come perenne lavorare è scopo a se stesso, e con ciò non è mai finito». Questo lavoro va «dal movimento puramente corporeo della danza fino alle portentose, colossali opere architettoniche… Tutti questi lavori rientrano nella sfera del sacrificio… L’attività in generale è un’offerta, non più di una cosa soltanto esterna, bensì dell’intima soggettività… In questo produrre, il sacrificio è un fare spirituale, lo sforzo che, come negazione dell’autocoscienza particolare, tiene fermo lo scopo vivente nell’intimo e nell’immaginazione, e lo realizza nell’esteriorità per l’intuizione».
         Hegel accenna con ciò a possibili significati del lavoro che oggi sono quasi obliati. È superficiale dividere il contenuto del lavoro in soddisfazione dei bisogni vitali dell’esistenza, da un lato, e lusso, dall’altro. Il senso del lavoro va molto più in là. Quel che da un tale punto di vista appare come lusso – tutte forme e beni non indispensabili per la soddisfazione vitale – cela sicuramente in sé l’essenziale: in qual modo e con quale attitudine l’uomo crea il suo mondo, nel quale diviene cosciente di sé e dell’essere stesso, della trascendenza e della sua propria essenza.



Lavoro e tecnica

         Fin qui, in breve, sul lavoro in generale. Passiamo ora ad esaminare quale sia l’intervento in esso della tecnica moderna.
         1) La tecnica risparmia il lavoro, ma al contempo lo accresce . La tecnica mira a risparmiare il lavoro, a compiere il lavoro, invece che con i muscoli, con le macchine, invece che con la riflessione ripetuta e faticosa, con l’automatismo degli apparati. Il risultato di un’unica grande invenzione risparmia la fatica dei muscoli e dell’intelletto. Il limite delle realizzazioni di questa tecnica è che rimane pur sempre un lavoro da compiersi dall’uomo, tecnicamente insostituibile, e che diventano necessari nuovi lavori che prima non c’erano. Le macchine devono pur sempre essere costruite. E se pure diventano quasi esseri indipendenti, si richiede ancora tuttavia del lavoro umano per il servizio, la sorveglianza, la riparazione delle macchine e per procurare altresì la materia prima necessaria. Il lavoro viene solo trasferito altrove, viene mutato, non tolto. Rimangono poi qua e là i primordiali faticosi lavori che nessuna tecnica può eliminare.
         Così la tecnica porta bensì un alleggerimento del lavoro. Ma essa fa sorgere anche nuove possibilità di produzione e con i suoi risultati desta nuovi bisogni. E crescendo i bisogni, sorge un nuovo accresciuto lavoro. E soprattutto la tecnica produce, con le armi da guerra, dei mezzi di distruzione che, da un lato con la necessità di produrre la massima quantità possibile di armi, dall’altro con la necessità di ricominciare tutto daccapo nelle caotiche situazioni di rovina, accrescono al massimo la richiesta di lavoro.
         In complesso, un effettivo alleggerimento e diminuzione del lavoro mediante la tecnica è, rispetto alla nostra attuale realtà, così problematico che si può addirittura pensare che, mediante la tecnica, l’uomo sia stato solo teso fino all’estremo delle sue forze. In ogni caso la tecnica moderna ha portato anzitutto un enorme aumento di lavoro per gli uomini che vi sono impegnati. Tuttavia nelle possibilità tecniche c’è il principio della riduzione del lavoro fisicamente rovinoso, e rimane l’idea di una crescente liberazione dell’uomo, appunto mediante la tecnica moderna, dal peso del lavoro fisico in favore del tempo libero per lo sviluppo delle sue libere possibilità.
         2) La tecnica muta il lavoro. Alla grandiosità del creare inventivo si contrappone la dipendenza dell’applicare non creativo. L’inventare sorge dal tempo libero, dall’ispirazione, dalla tenacia, l’applicare esige lavoro ripetitivo, ordine, regolarità.
         Nel lavoro tecnico esecutivo è da valutarsi positivamente l’osservazione e la cura delle macchine; si sviluppa un atteggiamento spirituale di disciplina, ponderazione, riflessività; è possibile un godimento nel fare e nel potere pieno di significato, addirittura un amore per le macchine. Negativa, al contrario, è l’automatizzazione del lavoro per i molti uomini che devono eseguire gesti sempre ripetitivi alla catena di montaggio; il deserto di questo lavoro vuoto e nient’altro che faticoso diviene un peso intollerabile, e non solo per quanti, per loro disposizione, tenderebbero all’apatia.
         Già Hegel ha visto quali conseguenze si hanno per il lavoro con il salto dall’utensile alla macchina. Anzitutto il poderoso progresso: l’utensile è ancora una cosa inerte, con la quale solo formalmente io sono attivo e mi faccio io stesso cosa; è l’uomo infatti che fornisce l’energia. La macchina al contrario è un utensile indipendente, con il quale la natura viene ingannata dall’uomo, facendola egli lavorare per sé.
         Ma l’ingannato si vendica dell’ingannatore: «Facendo con le macchine lavorare la natura, l’uomo non toglie la necessità del suo lavorare… lo allontana solo dalla natura e, non vivente, si rivolge ad essa come a un qualcosa di non vivente… Il lavorare che gli resta diviene esso stesso sempre più meccanico; e quanto più meccanico il lavoro diventa, tanto meno valore ha, e tanto più l’uomo deve lavorare in tal modo». «Il lavoro diventa morto…, la capacità del singolo infinitamente più limitata, e la coscienza dell’operaio di fabbrica viene degradata fino all’estrema apatia; viene del tutto persa di vista la connessione tra la singola specie di lavoro e l’intera infinita massa dei bisogni: una cieca dipendenza, tanto che spesso una lontana operazione blocca improvvisamente o rende superfluo ed inutile il lavoro di un’intera classe di uomini che con esso soddisfano ai loro bisogni».
         3) La tecnica costringe a una certa grandezza di organizzazione . Lo scopo tecnico può essere raggiunto ed economicamente realizzato solo in fabbriche di notevoli dimensioni. Quanto grande debba essere questa organizzazione è problema da risolvere caso per caso per ogni particolare tipo di fabbricazione. Ma il problema è quanto, in un libero mercato, i grandi organismi si possano vantaggiosamente sviluppare di numero senza monopolio, e fino a che punto, fuori dell’ambito delle disposizioni giuridiche, si possa concepire l’impianto pianificato di un’unica fabbrica universale tutto comprendente, nella quale tutto sia scambievolmente collegato, e nei singoli settori non si produca né troppo né troppo poco.
         In tutti e due i casi il singolo uomo è legato ai grandi organismi e al luogo che in essi occupa. Come nel lavorare meccanico non ci può essere soddisfazione per il lavoro individuale, così vi è tolta anche la libertà personale del possesso degli arnesi e della produzione su ordinazione personale. Alla stragrande maggioranza degli uomini è tolta la comprensibilità del loro proprio lavoro nel suo scopo e nel suo senso. Le misure umane sono oltrepassate.
         La duplice dipendenza del lavoro dalla macchina e dall’organizzazione del lavoro – che è ancora una nuova specie di macchina – ha la conseguenza di far diventare l’uomo stesso, per così dire, un pezzo meccanico. Inventori creativi e organizzatori di nuove unità di lavoro diventano rare eccezioni: lavorano anch’essi alla macchina. E un sempre maggiore numero di uomini devono divenire parti della macchina.
         La tecnicizzazione si estende ancora dall’elaborazione della natura all’intera vita dell’uomo, alla conduzione burocratica di tutte le cose, alla politica, al gioco e al piacere, che sono solo una prosecuzione delle forme di vita abituali, non più gioia creativa. Del tempo libero l’uomo non sa più che farsene se non gli viene riempito da un fare tecnicamente organizzato, a meno che non si abbandoni per ristoro ad uno stato crepuscolare e sognante.
         La vita dell’uomo come parte della macchina si può caratterizzare, col criterio della vita di una volta, dicendo che l’uomo viene sradicato, perde terra e patria per essere collocato in un certo posto della macchina, mentre anche la casa e il giardino che gli sono assegnati sono sempre come macchine, si consumano presto, si cambiano facilmente: non sono una terra e una casa per sempre. La superficie della terra prende l’aspetto di un paesaggio meccanico. La vita dell’uomo si chiude in un orizzonte singolarmente angusto, rispetto al passato e al futuro, perde la tradizione del passato e la ricerca di uno scopo finale, e vive solo nel presente; ma questo presente è tanto più vuoto quanto meno è sostenuto dalla sostanza del ricordo e quanto meno racchiude in sé le possibilità del futuro che in esso possano svilupparsi come semi. II lavoro diviene mero sforzo di tensione e fretta; al dispendio di forze segue la spossatezza, l’uno e l’altra senza sapere perché. E nella stanchezza non rimane nient’altro che istinto, bisogno di piacere, senso. L’uomo vive con il cinema e il giornale, ascoltando notizie e guardando figure, sempre tra convenzionalità meccaniche. L’incremento dei beni di consumo tecnici prodotti fa crescere apparentemente fino all’illimitato questa massa di uomini; in ogni caso la nostra epoca ha portato in breve tempo una vera moltiplicazione degli uomini viventi sulla superficie della terra.
         La trasformazione dell’uomo in parte dell’enorme meccanismo si manifesta nel fatto di comprendere l’uomo con i cosiddetti “tests”. Si analizzano le qualità che variano da individuo a individuo, si classificano gli uomini in numeri e grandezze, e secondo questi si ordinano in gruppi, tipi e gradi. L’uomo come individuo resiste bensì a questa sua trasformazione in materiale intercambiabile, a questo ordinamento e rubricazione; ma il corso delle cose in tutto il mondo esige queste tecniche di selezione. Peraltro anche i selettori sono uomini. Chi selezionerà i selettori? Anche il selettore diviene una parte della macchina: apparati e misurazioni sono da lui eseguiti meccanicamente.
         La coscienza di un tale essere intrappolati in un meccanismo inumano fu espressa da un sottotenente dell’aviazione americana di 22 anni allorché fu intervistato per il conferimento di altissime decorazioni di cui era stato insignito per straordinarie imprese di bombardamento: «Io sono un ingranaggio nell’inferno di una grande macchina, Quanto più ci penso, tanto più mi sembra di essere stato un ingranaggio in una cosa dopo l’altra fin dal giorno in cui sono nato. Ogni volta che ho iniziato a fare un qualcosa che desideravo fare, mi si è presentata dinanzi una cosa più grande di me che mi ha spinto in un determinato posto. Non è piacevole, ma è così».
         4) Valutazione del lavoro. Sono antichi e contraddittori i giudizi sul lavoro. I greci disprezzavano ogni lavoro fisico come banausico. L’uomo completo era l’aristocratico, che non lavorava, aveva tempo libero, si occupava di politica, viveva negli agoni, faceva la guerra, creava opere spirituali. Ebrei e cristiani videro nel lavoro la punizione del peccato. Cacciato dal Paradiso, l’uomo sopporta le conseguenze del peccato originale: dovrà guadagnarsi il pane con il sudore della fronte. Pascal rinforza poi questa concezione: il lavoro non è solo un peso, bensì una deviazione dal compito proprio dell’uomo; il lavoro manifesta la vuotezza del darsi da fare mondano, l’apparenza dell’operosità conduce a dispersione e cela l’essenziale. I protestanti al contrario vedono nel lavoro una grande benedizione. Milton raffigura la salvezza dell’uomo nella cacciata dal Paradiso; Adamo ed Eva poterono presto asciugare le loro lacrime:

         «Dinanzi a loro si stendeva il mondo intero
         Ove avrebbero potuto scegliersi il luogo di riposo
         E la Provvidenza del Signore come guida…».

         L’angelo Michele dice a Adamo:

         «Ora al sapere aggiungi anche il fare…
         E non lasciar malvolentieri questo Paradiso,
         Ché uno assai più felice ne porti in te».

         Il calvinismo vide nel successo del lavoro un segno di elezione. Il concetto della professione terrena come dovere rimase poi come conseguenza di questa concezione religiosa, anche senza la religione. Il piacere del lavoro, la benedizione del lavoro, l’onore del lavoro e il successo come criterio del valore dell’uomo sono sorti su questo terreno, al quale si rifà del resto sia il postulato che «chi non lavora non deve mangiare» sia l’intima benedizione: «Lavorare e non dubitare».
         Nel mondo moderno l’affermazione del lavoro è universale. Ma appunto quando il lavoro è diventato la dignità dell’uomo, il carattere distintivo della sua essenza di uomo, proprio allora si è subito mostrato un duplice aspetto del lavoro: da un lato nell’ideale dell’uomo lavoratore, dall’altro nell’immagine del reale comune lavorare, nel quale l’uomo si è estraniato a causa dei modi e dell’organizzazione del lavoro.
         Da questa duplicità sorge l’impulso a cambiare il mondo dell’uomo, affinché l’uomo trovi la via ad un giusto modo di lavorare nella creazione di tutto il suo mondo. Sia eliminato il falso modo di lavorare che lo estrania, lo sfrutta, lo costringe. Il criterio è quello che Hegel ha detto: «Questo è l’infinito diritto del soggetto, di rimanere soddisfatto di sé nella sua attività e nel suo lavoro».
         Il problema del lavoro riguardo alla dignità, al diritto e al dovere dell’esser-uomo viene falsamente semplificato quando si considera in generale il lavoro come unico. Di fatto, il lavoro è straordinariamente diverso nella molteplicità dei modi di lavorare, per il valore di ogni particolare lavoro, per la quantità di coloro che prendono parte al godimento dei beni prodotti, per la diversa organizzazione del lavoro, per il modo della sua conduzione, i metodi di autorità e disciplina, per lo spirito di corpo e la solidarietà dei lavoratori.
         I problemi di un cambiamento a vantaggio della dignità dell’uomo non sono perciò da risolvere con un unico principio o da ridurre ad un unico denominatore comune. Sono giunti a coscienza fin qui questi problemi di cambiamento: il cambiamento del lavoro nella sua concreta esecuzione e nelle sue determinate condizioni materiali, per renderlo più umano; il cambiamento dell’organizzazione del lavoro, per conciliare le forme di partecipazione, di autorità e di subordinazione con la libertà; il cambiamento della società per rendere più giusta la distribuzione dei beni e garantire il valore di ogni uomo, sia per la sua produzione sia come uomo in generale.
         Questi problemi hanno preso forma solo con la trasformazione del lavoro e delle forme di vita determinata dalla tecnica. La valutazione del lavoro moderno è perciò inscindibile dalla valutazione della tecnica moderna. Il peso del lavoro, in generale, va incontro, con la tecnica moderna, a nuove gravezze, ma forse anche con nuove possibilità e nuovi adempimenti.

 

 

Tratto Da: Tecnica e lavoro in Karl Jaspers, in A. Negri, Filosofia del lavoro. Tra secondo Ottocento e Novecento (2), Marzorati, Milano 1981, pp. 1118-1132., pp. 132-138.
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