"Manifesto del partito comunista" (1848)
Lettura sul Lavoro XIV a cura di Stefano Esengrini
«Il nerbo, l’essenza, il carattere decisivo di questo scritto consistono del tutto nella nuova concezione, che gli sta in fondo, e che esso stesso in parte dichiara e sviluppa, quando nel resto non vi accenni, e non vi rimandi, o non la supponga soltanto. Per questa concezione il comunismo, cessando dall’essere speranza, aspirazione, ricordo, congettura o ripiego, trovava per la prima volta la sua adeguata espressione nella coscienza della sua propria necessità; cioè nella coscienza di essere l’esito e la soluzione delle attuali lotte di classe. Né queste son quelle di ogni tempo e luogo, su le quali la storia del passato s’era esercitata e svolta; ma son quelle, invece, che tutte si assottigliano e si riducono predominantemente nella lotta tra borghesia capitalistica e lavoratori fatalmente proletarizzati. Di questa lotta il Manifesto trova la genesi, determina il ritmo di evoluzione, e presagisce il finale effetto» (Antonio Labriola).
La storia di ogni società è stata finora la storia di lotte di classe.
Uomo libero e schiavo, patrizio e plebeo, barone e servo della gleba,
membro di una corporazione e artigiano, in breve oppressore e oppresso
si sono sempre reciprocamente contrapposti, hanno combattuto una
battaglia ininterrotta, aperta o nascosta, una battaglia che si è ogni
volta conclusa con una trasformazione rivoluzionaria dell’intera società
o con il comune tramonto delle classi in conflitto.
Nelle precedenti epoche storiche noi troviamo dovunque una suddivisione
completa della società in diversi ceti e una multiforme strutturazione
delle posizioni sociali. Nell’antica Roma abbiamo patrizi, cavalieri,
plebei, schiavi; nel Medioevo, feudatari, vassalli, membri delle
corporazioni, artigiani, servi della gleba, e ancora, in ciascuna di
queste classi, ulteriori specifiche classificazioni.
La moderna società borghese, sorta dal tramonto della società feudale,
non ha superato le contrapposizioni di classe. Ha solo creato nuove
classi al posto delle vecchie, ha prodotto nuove condizioni dello
sfruttamento, nuove forme della lotta fra le classi.
La nostra epoca, l’epoca della borghesia, si caratterizza però per la
semplificazione delle contrapposizioni di classe. L’intera società si
divide sempre più in due grandi campi nemici, in due grandi classi che
si fronteggiano direttamente: borghesia e proletariato.
Dai servi della gleba del Medioevo sorse il popolo minuto delle prime
città; da questo popolo minuto si svilupparono i primi elementi della
borghesia.
La scoperta dell’America, il periplo dell’Africa crearono un nuovo
terreno per la borghesia rampante. Il mercato delle Indie orientali e
quello cinese, la colonizzazione dell’America, il commercio con le
colonie, la moltiplicazione dei mezzi di scambio e delle stesse merci
diedero un impulso fino ad allora sconosciuto al commercio, alla
navigazione, all’industria, e quindi favorirono un rapido sviluppo
dell’elemento rivoluzionario nella decadente società feudale.
L’attività industriale fino ad allora vincolata a moduli feudali o
corporativi non poteva più fronteggiare le crescenti aspettative
prodotte dai nuovi mercati. Al suo posto comparve la manifattura. I
maestri artigiani vennero soppiantati dal ceto medio industriale; la
divisione del lavoro tra le varie corporazioni scomparve di fronte alla
divisione del lavoro nella stessa singola officina.
Ma i mercati continuavano a crescere e con essi le aspettative. Anche la
manifattura non bastava più. Il vapore e le macchine rivoluzionavano la
produzione industriale. Al posto della manifattura si affermò la grande
industria moderna, al posto del ceto medio industriale apparvero gli
industriali milionari, i comandanti di intere armate industriali, i
moderni borghesi.
La grande industria ha creato il mercato mondiale, il cui avvento era
stato preparato dalla scoperta dell’America. Il mercato mondiale ha dato
uno smisurato impulso allo sviluppo del commercio, della navigazione,
delle comunicazioni terrestri. Tale sviluppo ha a sua volta retroagito
sulla crescita dell’industria. E nella stessa misura in cui crescevano
industria, commercio, navigazione, ferrovie si sviluppava anche la
borghesia. Ed essa accresceva i suoi capitali e metteva in ombra tutte
le classi di origine medievale.
Noi vediamo dunque come la stessa borghesia moderna sia il prodotto di
un lungo processo di sviluppo, di una serie di trasformazioni nel modo
di produzione e di scambio.
Ciascuno di questi stadi di sviluppo della borghesia era accompagnato da
un corrispondente progresso politico. Ceto oppresso sotto il dominio
dei signori feudali, associazioni armate e autonome nell’età dei Comuni,
qui repubblica cittadina indipendente, là terzo stato tributario della
monarchia, poi al tempo della manifattura contrappeso alla nobiltà nella
monarchia cetuale o in quella assoluta e ancora pilastro fondamentale
delle grandi monarchie, la borghesia si conquistò infine l’assoluto
dominio politico dopo la nascita della grande industria e del mercato
mondiale nel moderno Stato rappresentativo. Il potere statale moderno è
solo un comitato che amministra gli affari comuni dell’intera classe
borghese.
La borghesia ha giocato nella storia un ruolo altamente rivoluzionario.
La borghesia ha distrutto i rapporti feudali, patriarcali, idillici
dovunque abbia preso il potere. Essa ha spietatamente stracciato i
variopinti lacci feudali che legavano la persona al suo superiore
naturale, e non ha salvato nessun altro legame fra le singole persone
che non sia il nudo interesse, il crudo “puro rendiconto”. Essa ha
affogato nelle gelide acque del calcolo egoistico i sacri fremiti della
pia infatuazione, dell’entusiasmo cavalleresco, della malinconia
filistea. Essa ha dissolto la dignità personale nel valore di scambio, e
al posto delle innumerevoli libertà patentate e ben meritate ha
affermato l’unica libertà, quella di commerciare, una libertà senza
scrupoli. In una parola, al posto dello sfruttamento celato dalle
illusioni religiose e politiche ha instaurato lo sfruttamento aperto,
senza vergogna, diretto, secco.
La borghesia ha spogliato delle loro sacre apparenze tutte le attività
fino ad allora onorevoli e considerate con pia umiltà. Essa ha
trasformato il medico, il giurista, il prete, il poeta, l’uomo di
scienza in suoi salariati.
La borghesia ha strappato alle relazioni familiari il loro toccante velo
sentimentale per ricondurle a una pura questione di denaro.
La borghesia ha rivelato come la brutale esibizione di forza, quella
caratteristica del Medioevo che tanto piace alla reazione, abbia trovato
il suo congruo complemento nella più inerte pigrizia. Solo la borghesia
ha dimostrato che cosa l’attività umana può produrre. Essa ha
realizzato meraviglie ben diverse dalle piramidi egizie, dagli
acquedotti romani e dalle cattedrali gotiche, si è lanciata in ben altre
avventure che non le migrazioni dei popoli e le crociate.
La borghesia non può esistere senza rivoluzionare continuamente gli
strumenti di produzione, dunque i rapporti di produzione, dunque tutti i
rapporti sociali. La prima condizione di esistenza di tutte le
precedenti classi industriali era invece la conservazione immutata del
vecchio modo di produzione. L’ininterrotta trasformazione della
produzione, il continuo sconvolgimento di tutte le istituzioni sociali,
l’eterna incertezza e l’eterno movimento distinguono l’epoca della
borghesia da tutte le epoche precedenti. Vengono quindi travolti tutti i
rapporti consolidati, arrugginiti, con il loro codazzo di
rappresentazioni e opinioni da tempo in onore. E tutti i nuovi rapporti
invecchiano prima di potersi strutturare. Tutto ciò che è istituito,
tutto ciò che sta in piedi evapora, tutto ciò che è sacro viene
sconsacrato, e gli uomini sono finalmente costretti a considerare con
sobrietà il loro posto nella vita, i loro rapporti reciproci.
La necessità di uno sbocco sempre più vasto per i suoi prodotti lancia
la borghesia alla conquista dell’intera sfera terrestre. Bisogna
annidarsi dappertutto, dovunque occorre consolidarsi e stabilire
collegamenti.
La borghesia ha strutturato in modo cosmopolitico la produzione e il
consumo di tutti i paesi grazie allo sfruttamento del mercato mondiale.
Con grande dispiacere dei reazionari essa ha sottratto all’industria il
suo fondamento nazionale. Antichissime industrie nazionali sono state
distrutte e continuano a esserlo ogni giorno. Nuove industrie le
soppiantano, industrie la cui nascita diventa una questione vitale per
tutte le nazioni civili, industrie che non lavorano più le materie prime
di casa ma quelle provenienti dalle regioni più lontane, e i cui
prodotti non vengono utilizzati solo nel paese stesso ma, insieme, in
tutte le parti del mondo. Al posto dei vecchi bisogni, soddisfatti dai
prodotti nazionali, se ne affermano di nuovi, che per essere soddisfatti
esigono i prodotti delle terre e dei climi più lontani. Al posto
dell’antica autosufficienza e delimitazione locale e nazionale si
sviluppano traffici in tutte le direzioni, si stringe una reciproca
interdipendenza universale fra le nazioni. E ciò sia nella produzione
materiale che in quella spirituale. Le conquiste spirituali delle
singole nazioni divengono bene comune. L’unilateralità e la
delimitazione nazionale diventano sempre meno possibili e dalle varie
letterature nazionali e locali si costruisce una letteratura mondiale.
La borghesia trascina verso la civiltà persino le nazioni più
barbariche, grazie al rapido miglioramento di tutti gli strumenti di
produzione, grazie al continuo progresso delle comunicazioni. I prezzi
ben calibrati delle sue merci sono l’artiglieria pesante con cui essa
atterra qualsiasi muraglia cinese, con cui essa costringe alla
capitolazione financo la più ostinata xenofobia dei barbari. La
borghesia costringe tutte le nazioni a far proprio il modo di produzione
borghese, se non vogliono affondare; la borghesia le costringe a
introdurre esse stesse la cosiddetta civiltà, cioè a diventare borghesi.
In una parola, la borghesia si costruisce un mondo a sua immagine e
somiglianza.
La borghesia ha sottomesso la campagna al dominio della città. Essa ha
creato enormi città, ha notevolmente aumentato la popolazione urbana
rispetto a quella delle campagne, strappando così all’idiotismo della
vita di campagna una parte importante della popolazione. Come ha reso
dipendente la campagna dalla città, così ha reso dipendenti i paesi
barbarici o semibarbarici da quelli civilizzati, i popoli contadini da
quelli borghesi, l’Oriente dall’Occidente.
La borghesia tende sempre più a superare la frammentazione dei mezzi di
produzione, della proprietà e della popolazione. Essa ha agglomerato la
popolazione, centralizzato i mezzi di produzione e concentrato la
proprietà in poche mani. La conseguenza necessaria era la
centralizzazione politica. Province indipendenti, quasi solo alleate,
con interessi, leggi, governi e dogane differenti, sono state riunite in
un’unica nazione, un unico governo, un’unica legge, un unico interesse
di classe nazionale, un’unica barriera doganale.
La borghesia ha prodotto, nel corso del suo nemmeno centenario dominio
di classe, forze produttive più massicce e colossali di tutte le altre
generazioni messe insieme. Controllo delle forze della natura, macchine,
impiego della chimica nell’industria e nell’agricoltura, navigazione a
vapore, ferrovie, telegrafi elettrici, dissodamento di interi
continenti, navigabilità dei fiumi, popolazioni intere fatte nascere dal
nulla: quale secolo passato sospettava che tali forze produttive
giacessero nel grembo del lavoro sociale?
Noi però abbiamo visto che i mezzi di produzione e di scambio sul cui
fondamento si è sviluppata la borghesia furono creati nella società
feudale. A un certo stadio dello sviluppo di questi mezzi di produzione e
di scambio, i rapporti entro cui la società feudale produceva e
scambiava, l’organizzazione feudale dell’agricoltura e della
manifattura, in una parola i rapporti feudali di proprietà, non
rappresentavano più lo sviluppo raggiunto dalle forze produttive. Più
che stimolare la produzione, tali rapporti la ostacolavano. Tanto da
trasformarsi in altrettante catene. Dovevano essere spezzati e furono
spezzati.
Al loro posto subentrò la libera concorrenza con la costituzione sociale
e politica che le è propria, con il dominio economico e politico della
classe borghese.
Simile è lo sviluppo che si sta svolgendo sotto i nostri occhi. I
rapporti borghesi di produzione e di scambio, i rapporti borghesi di
proprietà, insomma la moderna società borghese, che ha come per
incantesimo prodotto mezzi di produzione e di scambio tanto potenti, è
come l’apprendista stregone incapace di controllare le potenze
sotterranee da lui stesso evocate. La storia dell’industria e del
commercio è ormai da decenni solo la storia della sollevazione delle
moderne forze produttive contro i moderni mezzi di produzione, contro i
rapporti di proprietà che esprimono le condizioni di esistenza e di
dominio della borghesia. Basta citare le crisi commerciali, che nel loro
minaccioso ricorrere ciclico mettono sempre più in questione
l’esistenza dell’intera società borghese. Nelle crisi commerciali viene
regolarmente distrutta una grande parte non solo dei prodotti ma persino
delle forze produttive già costituite. Nelle crisi scoppia un’epidemia
sociale che in tutte le altre epoche sarebbe stata considerata un
controsenso: l’epidemia della sovrapproduzione. La società si trova
improvvisamente ricacciata in uno stato di momentanea barbarie; una
carestia, una guerra di annientamento totale sembrano sottrarle ogni
mezzo di sussistenza; l’industria, il commercio appaiono distrutti, e
perché? Perché la società ha incorporato troppa civiltà, troppi mezzi di
sussistenza, troppa industria, troppo commercio. Le forze produttive di
cui essa dispone non servono più allo sviluppo della civiltà borghese e
dei rapporti borghesi di proprietà; al contrario, esse sono diventate
troppo potenti per quei rapporti, ne sono frenate, e non appena superano
questo ostacolo gettano nel caos l’intera società borghese, mettono in
pericolo l’esistenza della proprietà borghese. I rapporti borghesi sono
diventati troppo angusti per contenere la ricchezza che essi stessi
hanno prodotto. Come supera le crisi la borghesia? Da una parte con
l’annientamento coatto di una massa di forze produttive; dall’altra
conquistando nuovi mercati e sfruttando più a fondo quelli vecchi. In
che modo, insomma? Provocando crisi più generalizzate e più violente e
riducendo i mezzi necessari a prevenirle.
Le armi con cui la borghesia ha annientato il feudalesimo si rivoltano ora contro la borghesia stessa.
Ma la borghesia non ha solo forgiato le armi che la uccidono; ha anche
prodotto gli uomini che imbracceranno queste armi: i lavoratori moderni,
i proletari.
Nella stessa misura in cui si sviluppa la borghesia, cioè il capitale,
si sviluppa anche il proletariato, la moderna classe dei lavoratori, i
quali vivono solo fin quando trovano lavoro e trovano lavoro solo in
quanto il loro lavoro accresce il capitale. Questi lavoratori, che
devono vendersi un poco alla volta, sono una merce come qualsiasi altro
articolo in commercio e sono perciò ugualmente esposti a tutte le
alterne vicende della concorrenza, a tutte le oscillazioni del mercato.
Il lavoro dei proletari ha perso ogni tratto di autonomia e quindi ogni
stimolo per il lavoratore a causa dell’espansione delle macchine e della
divisione del lavoro. Il lavoratore diventa un mero accessorio della
macchina. Da lui si pretende solamente il più facile, il più monotono,
il più elementare movimento. Il suo costo è limitato quasi
esclusivamente ai mezzi di sostentamento di cui egli necessita per
sopravvivere e per garantire il futuro della sua razza. Il prezzo di una
merce, dunque anche del lavoro, è però pari ai suoi costi di
produzione. Più il lavoro è ripugnante, più diminuisce per conseguenza
il salario. Meglio: più si sviluppano le macchine e la divisione del
lavoro, più cresce il volume del lavoro, sia per l’aumento dell’orario
di lavoro, sia per l’aumento del lavoro richiesto in un dato periodo di
tempo, per la cresciuta velocità delle macchine, ecc.
L’industria moderna ha trasformato il piccolo laboratorio del maestro
patriarcale nella grande fabbrica del capitalista industriale. Le masse
dei lavoratori compresse nella fabbrica vengono organizzate
militarmente. Come soldati semplici dell’industria esse vengono
sottoposte alla vigilanza di una gerarchia completa di sottufficiali e
ufficiali. I lavoratori non sono solo schiavi della classe borghese,
dello Stato borghese, ogni giorno e ogni ora essi sono asserviti dalla
macchina, dal sorvegliante e soprattutto dallo stesso singolo
fabbricante borghese. Tale dispotismo è tanto più gretto, odioso, amaro,
quanto più apertamente erige il profitto a suo ultimo scopo.
Quanto meno il lavoro manuale richiede abilità e forza, cioè quanto più
si sviluppa l’industria moderna, tanto più il lavoro degli uomini viene
sostituito da quello delle donne e dei bambini. Per la classe operaia le
differenze di sesso e di età non hanno più alcuna rilevanza sociale.
Non esistono ormai che strumenti di lavoro, distinti per il diverso
costo relativo all’età e al sesso.
Se lo sfruttamento del lavoratore da parte del proprietario della
fabbrica cessa nel momento in cui egli riceve il suo compenso in
contanti, ecco che su di lui si gettano le altre parti della borghesia,
il proprietario della casa, il bottegaio, lo strozzino, ecc.
I piccoli ceti medi, i piccoli industriali, commercianti e detentori di
rendita, gli artigiani e i contadini, tutte queste classi sprofondano
nel proletariato in parte perché il loro esiguo capitale non basta per
mandare avanti una grande industria e quindi soggiace alla concorrenza
dei grandi capitalisti, in parte perché il loro talento è svalutato da
nuovi modi di produzione. Sicché il proletariato è reclutato in tutte le
classi della popolazione.
Il proletariato passa attraverso diverse fasi di sviluppo. La sua lotta contro la borghesia comincia dalla nascita.
All’inizio a lottare sono i singoli lavoratori, poi i lavoratori di una
fabbrica, poi quelli di un ramo produttivo in un luogo specifico contro
il singolo borghese che li sfrutta direttamente. Essi contestano non
solo i rapporti di produzione borghesi ma gli stessi strumenti di
produzione; distruggono le merci concorrenti che provengono dall’estero,
fanno a pezzi le macchine, incendiano le fabbriche, cercano di
riconquistarsi la vecchia posizione di cui come lavoratori godevano nel
Medioevo.
In questo stadio i lavoratori costituiscono una classe dispersa in tutto
il paese e divisa dalla concorrenza. Una loro resistenza più massiccia
ancora non deriva dalla capacità di unirsi in autonomia, ma dall’unità
della borghesia, la quale per raggiungere i propri obiettivi politici
deve – e ancora può – mettere in movimento l’intero proletariato. In
questo stadio dunque i proletari non combattono i loro nemici, ma i
nemici dei propri nemici, i residui della monarchia assoluta, i
proprietari terrieri, i borghesi non industriali, i piccoli borghesi.
L’intero movimento storico è in tal modo concentrato nelle mani della
borghesia; ogni vittoria così ottenuta è una vittoria della borghesia.
Ma con lo sviluppo dell’industria il proletariato non solo cresce di
numero; esso si coagula in grandi masse, diventa più forte e più
consapevole della sua forza. Gli interessi, le condizioni di vita dei
proletari diventano sempre più simili, poiché le macchine annientano le
differenze nel lavoro e precipitano il salario quasi dappertutto verso
una stessa modesta soglia. La crescente concorrenza tra borghesi e le
crisi commerciali che ne derivano rendono il salario dei lavoratori
sempre più labile; l’evoluzione delle macchine, in continuo sempre più
rapido sviluppo, ne rende l’esistenza sempre più insicura; gli scontri
tra il singolo lavoratore e il singolo borghese acquistano sempre più il
carattere di scontro fra due classi. I lavoratori cominciano a formare
coalizioni contro il borghese; si uniscono per difendere il salario.
Fino a costituire associazioni permanenti, in modo da prepararsi per
queste periodiche battaglie. In qualche caso la lotta si muta in
rivolta.
Qualche volta i lavoratori riescono a vincere, ma solo provvisoriamente.
Il vero risultato delle loro lotte non è il successo immediato, ma il
rafforzamento dell’unità dei lavoratori. Essa è facilitata dallo
sviluppo dei mezzi di comunicazione prodotti dalla grande industria, che
mettono in contatto lavoratori delle più varie località. C’è bisogno di
questo collegamento per dare la stessa impronta alle molte battaglie
locali che esplodono un po’ dappertutto, per centralizzarle in una lotta
nazionale, in una lotta di classe. Ma ogni lotta di classe è una lotta
politica. E i moderni proletari realizzano in pochi anni grazie alle
ferrovie quell’unità che gli uomini medievali crearono nei secoli con le
loro strade vicinali.
Questa organizzazione dei proletari in classe, e quindi in partito
politico, viene ad ogni istante nuovamente distrutta dalla concorrenza
fra gli stessi lavoratori. Ma essa rinasce sempre di nuovo, più forte,
più solida, più potente. Essa impone il riconoscimento per legge di
singoli interessi dei lavoratori, sfruttando le divisioni nella
borghesia. È il caso della legge delle dieci ore in Inghilterra.
Gli scontri nel corpo della vecchia società favoriscono in vario modo la
crescita del proletariato. La borghesia è sempre in lotta: dapprima
contro l’aristocrazia; più tardi contro quelle sue stesse parti i cui
interessi si rivelano di ostacolo allo sviluppo dell’industria; e
perennemente contro la borghesia di tutti i paesi stranieri. In tutte
queste lotte essa si sente costretta a fare appello al proletariato, a
prendere in considerazione il suo aiuto e a immetterlo così nel circuito
politico. La borghesia forgia così gli strumenti dello sviluppo del
proletariato, produce cioè le armi con cui sarà combattuta.
Inoltre, come abbiamo visto, lo sviluppo dell’industria getta parti
fondamentali della classe dominante nella condizione proletaria, o
quanto meno ne minaccia il livello di vita. Anche queste parti di
borghesia declassata offrono al proletariato una quantità di fattori di
sviluppo.
In tempi in cui la lotta di classe si avvicina infine allo scontro
decisivo, il processo di dissolvimento della classe dominante,
dell’intera vecchia società, assume un carattere così veemente, così
acuto, che una piccola parte della vecchia società se ne emancipa per
unirsi alla classe rivoluzionaria, alla classe cui appartiene il futuro.
Come una volta parte della nobiltà passò con la borghesia, così oggi
parte della borghesia va con il proletariato, e segnatamente una parte
degli ideologi borghesi, che si sono innalzati alla comprensione teorica
dell’intero movimento storico.
Tra tutte le classi che oggi si contrappongono alla borghesia, solo il
proletariato è una vera classe rivoluzionaria. Le altre classi vanno in
rovina e tramontano con la grande industria; il proletariato ne è il
prodotto più proprio.
I ceti medi, i piccoli industriali, il piccolo commerciante,
l’artigiano, il contadino: tutti costoro combattono la borghesia per
assicurarsi l’esistenza come ceti medi. Essi non sono quindi
rivoluzionari, ma conservatori. Di più, essi sono reazionari, giacché
tentano di riportare indietro la ruota della storia. Se sono
rivoluzionari, lo sono in rapporto al loro prossimo passaggio al
proletariato. In tal senso, essi non difendono i loro interessi attuali
ma quelli futuri, e quindi abbandonano la posizione loro propria per
incardinarsi in quella del proletariato.
Il sottoproletariato, questa marcescenza passiva dei ceti infimi della
vecchia società, viene in qualche caso trascinato da una rivoluzione
proletaria, ma per tutta la sua esistenza sarà più incline a vendersi ai
reazionari intriganti.
Le condizioni di vita della vecchia società sono già distrutte nelle
condizioni di vita del proletariato. Il proletario è senza proprietà; il
suo rapporto con la moglie e i figli non ha più niente in comune con la
famiglia borghese; il lavoro industriale moderno, il moderno
assoggettamento al capitale, identico in Inghilterra e in Francia, in
America e in Germania, gli ha sottratto ogni carattere nazionale. Le
leggi, la morale, la religione sono per lui altrettanti pregiudizi
borghesi, dietro i quali si nascondono altrettanti interessi borghesi.
Una volta conquistato il potere, tutte le classi precedenti cercarono
di garantirsi le condizioni di vita appena ottenute sottomettendo
l’intera società alle regole della loro conquista. I proletari possono
impossessarsi delle forze produttive sociali solo eliminando il loro
stesso modo di acquisizione della ricchezza e quindi l’intero modo di
acquisizione della ricchezza finora vigente. I proletari non hanno nulla
di proprio da difendere, devono distruggere ogni forma di sicurezza
privata e di assicurazione privata esistente.
Tutti i movimenti sono stati finora movimenti di minoranze o
nell’interesse di minoranze. Il movimento proletario è il movimento
autonomo della stragrande maggioranza nell’interesse della stragrande
maggioranza. Il proletariato, ceto infimo dell’attuale società, non si
può sollevare, non può elevarsi, senza far saltare in aria l’intera
costruzione dei ceti che formano la società ufficiale.
Non nel contenuto, ma nella forma, la lotta del proletariato contro la
borghesia è dapprima nazionale. Per prima cosa il proletariato di ogni
paese deve naturalmente far fuori la sua borghesia.
Descrivendo le fasi più generali dello sviluppo del proletariato,
abbiamo osservato la più o meno nascosta guerra civile all’interno
dell’attuale società fino al punto in cui scoppia un’aperta rivoluzione e
il proletariato afferma il suo dominio grazie alla liquidazione
violenta della borghesia.
Ogni società si è finora fondata, come abbiamo visto, sulla
contrapposizione fra classi di oppressori e di oppressi. Ma per
opprimere una classe, occorre assicurarle condizioni tali da permetterle
almeno di sopravvivere in schiavitù. Il servo della gleba si è elevato a
membro del Comune continuando a lavorare come servo della gleba, così
come il piccolo borghese si è fatto borghese sotto il giogo
dell’assolutismo feudale. Al contrario, il lavoratore moderno, invece di
elevarsi con il progresso dell’industria, tende a impoverirsi rispetto
alle condizioni di vita della sua classe. Il lavoratore diventa povero, e
la povertà si sviluppa più rapidamente della popolazione e della
ricchezza. Emerge così chiaramente che la borghesia non è in grado di
restare ancora a lungo la classe dominante nella società e di dettarvi
legge alle sue condizioni. La borghesia è incapace di governare perché
non è in grado di garantire l’esistenza ai suoi schiavi all’interno del
suo stesso schiavismo, perché è costretta a lasciarli sprofondare in una
condizione che la costringe a nutrirli, anziché esserne nutrita. La
società non può più vivere sotto la borghesia, insomma l’esistenza della
borghesia non è più compatibile con quella della società.
La condizione essenziale per l’esistenza e per il dominio della
borghesia è l’accumulazione della ricchezza nelle mani di privati, la
formazione e la moltiplicazione del capitale. La condizione necessaria a
creare il capitale è il lavoro salariato. Il lavoro salariato riposa
esclusivamente sulla concorrenza fra i lavoratori. Il progresso
dell’industria, di cui la borghesia è portatrice involontaria e passiva,
produce, invece dell’isolamento dei lavoratori prodotto dalla
concorrenza, la loro unificazione rivoluzionaria sotto forma di
associazione. Con lo sviluppo della grande industria viene dunque
sottratta sotto i piedi della borghesia la base stessa su cui essa
produce e si appropria dei prodotti. Essa produce soprattutto i suoi
propri becchini. Il suo tramonto e la vittoria del proletariato sono
ugualmente inevitabili.









