Strumenti personali
Portale » Progetti » Diritto al Lavoro » Letture sul lavoro. » "Lettere Luterane" (1976)
lavoro3

"Lettere Luterane" (1976)

Lettura sul Lavoro VIII a cura di Stefano Esengrini

« Lettere luterane è una raccolta “semipostuma”, messa insieme da Graziella Chiarcossi sulla base delle carte preparate dallo scrittore […]. Gli articoli che compongono il volume sono usciti sul Corriere della Sera e sul Mondo (nella rubrica dal titolo La pedagogia) tra il gennaio e l’ottobre del 1975. […] La prima sezione (Gennariello) doveva raccogliere gli scritti “pedagogici” in cui fa la sua comparsa il personaggio di Gennariello; la seconda (Lettere luterane) gli scritti di carattere più generale, seguiti da una poesia finale. Per Gennariello erano previsti altri paragrafi oltre a quelli che coincidono con gli articoli apparsi a stampa, e non è da escludere che il “trattatelo pedagogico” si sarebbe staccato alla fine dal resto, assestandosi in una forma autonoma» (Walter Siti–Silvia De Laude). I due testi che proponiamo sono tratti da Gennariello e sono preceduti dai primi sette articoli, in cui l’autore presenta tanto il personaggio di Gennariello, uno studente napoletano di prima o seconda liceo, quanto la propria figura di «pedagogo» e di «tollerato» dalla società. L’educazione del quindicenne di Napoli avverrà innanzitutto a partire da alcune riflessioni sul linguaggio delle cose, nella misura in cui, dice Pasolini, le cose sono le «fonti educative più immediate» di un giovane… «L’educazione data a un ragazzo dagli oggetti, dalle cose, dalla realtà fisica – in altre parole dai fenomeni materiali della sua condizione sociale – rende quel ragazzo corporeamente quello che è e quello che sarà per tutta la vita. A essere educata è la sua carne come forma del suo spirito.»

 



Una fine del mondo

        Non mi stancherò mai di ripeterlo: io, nel parlarti, potrò forse avere la forza di dimenticare, o di voler dimenticare, ciò che mi è stato insegnato con le parole. Ma non potrò mai dimenticare ciò che mi è stato insegnato con le cose. Quindi, nell’ambito del linguaggio delle cose, è un vero abisso che ci divide: ossia uno dei più profondi salti di generazione che la storia ricordi.
        Ciò che le cose col loro linguaggio hanno insegnato a me, è assolutamente diverso da ciò che le cose col loro linguaggio hanno insegnato a te. Non è cambiato, però, il linguaggio delle cose, caro Gennariello. La caratteristica prima del linguaggio delle cose, infatti, consiste nell’impossibilità a cambiare: a restare fisso, sclerotico, incontrovertibile (repressivo, come ti dicevo l’altra volta). Non è cambiato il linguaggio delle cose: quelle che sono cambiate sono le cose stesse. E sono cambiate in modo radicale.
        Tu mi dirai: le cose sempre cambiano. «’O munno cagna.» È vero. Il mondo ha eterni, inesauribili cambiamenti. Ogni qualche millennio, però, succede la fine del mondo. E allora il cambiamento è, appunto, totale. Ed è una fine del mondo che è accaduta tra me, cinquantenne, e te, quindicenne.
        La mia figura di pedagogo è dunque messa irrimediabilmente in crisi. Non si può insegnare se nel tempo stesso non si apprende. Ora io non posso insegnare a te le «cose» che mi hanno educato, e tu non puoi insegnare a me le «cose» che ti stanno educando (cioè che stai vivendo). Non ce le possiamo insegnare a vicenda per la semplice ragione che la loro natura non si è limitata a cambiare alcune sue qualità, ma è cambiata radicalmente nella sua totalità, è divenuta altra.
        Osserviamo un fenomeno che sembra irrilevante. Sono tornati da qualche tempo di moda gli «oggetti» degli anni Trenta e Quaranta: e io sto girando un film ambientato precisamente nel ’44.
        Sono quindi costretto ogni giorno – con quello sguardo impietoso e elencatorio che il cinema richiede – a osservare gli «oggetti» che filmo. In questi giorni sto girando una scena in cui delle signorine borghesi prendono il tè. Ho osservato dunque, tra gli altri oggetti, anche delle tazzine da tè.
        Il mio scenografo Dante Ferretti aveva fatto le cose in grande: aveva procurato per la scena un servizio molto prezioso. Erano tazzine color giallo uovo chiaro, con delle macchie a rilievo bianche. Il manico era un pezzo unico, scannellato. Legate all’universo della Bauhaus e dei bunker, esse erano angosciose. Non potevo guardarle senza provare una fitta al cuore, seguita da un profondo malessere. Tuttavia quelle tazzine avevano in sé una misteriosa qualità, condivisa, del resto, dalla mobilia, dai tappeti, dai vestiti e dai cappellini delle signorine, dalle suppellettili, dalle stesse carte da parati: questa misteriosa qualità non dava però dolore, non causava un violento regresso (che poi la notte ho sognato) in epoche anteriori e atroci. Dava anzi gioia. La loro misteriosa qualità era quella dell’artigianato. Fino al Cinquanta, fino ai primi anni Sessanta è stato così. Le cose erano ancora cose fatte o confezionate da mani umane: pazienti mani antiche di falegnami, di sarti, di tappezzieri, di maiolicari. Ed erano cose con una destinazione umana, cioè personale. Poi l’artigianato, o il suo spirito, è finito di colpo. Proprio mentre hai cominciato a vivere tu. Non c’è soluzione di continuità ormai, ai miei occhi, tra quelle tazzine e un vasetto.
        Il salto tra il mondo consumistico e il mondo paleoindustriale è ancora più profondo e totale che il salto tra il mondo paleoindustriale e il mondo preindustriale. Quest’ultimo, infatti, è stato superato definitivamente – abolito, distrutto – soltanto oggi. Fino a oggi è stato esso a fornire i modelli umani e i valori alla borghesia paleoindustriale: anche se essa li mistificava, li falsificava e li rendeva talvolta orrendi (com’è successo col fascismo e in genere con tutti i poteri clerico-fascisti). Mistificati, falsificati, resi orrendi al livello del potere, essi restavano reali al livello del mondo dominato dal potere: mondo che si era mantenuto in pratica, nell’enorme maggioranza, contadino e artigianale.
        Da quando tu sei nato, quei modelli umani e quei valori antichinon sono serviti più al potere: e perché? Perché è cambiato quantitativamente il modo di produzione delle cose.
        La verità che dobbiamo dirci è questa: la nuova produzione delle cose, cioè il cambiamento delle cose, dà a te un insegnamento originario e profondo che io non posso comprendere (anche perché non lo voglio). E ciò implica una estraneità tra noi due che non è solo quella che per secoli e millenni ha diviso i padri dai figli.


Periferia, centro e campagna 

        Prima di abbandonare il capitolo sul «linguaggio delle cose» (che sono sicuro ti avrà lasciato vagamente scontento, ostile, e magari un po’ «scocciato») voglio darti una serie di esempi che ti faranno capire un po’ meglio cosa ho voluto dire con questo mio esordio pedagogico misterioso.
         Se io alla tua età (e anche molto dopo) camminavo per la periferia di una città (Bologna, Roma, Napoli…), ciò che quella periferia mi diceva «in suo latino» era: qui abitano i poveri e la vita che vi si svolge è povera. Ma i poveri sono operai. E gli operai sono diversi da voi borghesi. Essi quindi vogliono un futuro diverso. Ma il futuro è lento a venire. Perciò il loro domani – vissuto in questa periferia da loro, e da voi contemplato – assomiglia immensamente all’oggi. È un oggi che si ripete. I figli hanno assicurata un’esistenza simile a quella dei padri. Essi sono anzi destinati a ripetere e reincarnare i padri. La rivoluzione ha la pigrizia del sole che splende sui prati spelacchiati, sulle baracche, sui palazzoni scrostati. Tutto ciò non ferisce il passato, non lacera i suoi valori e i suoi modelli. L’urbanesimo è ancora contadino. Il mondo operaio è fisicamente contadino: e la sua tradizione antropologica recente non è trasgressiva. Il paesaggio può contenere questa nuova forma di vita (bidonvilles, casupole, palazzoni) perché il suo spirito è identico a quello dei villaggi, dei casolari. E, appunto, la rivoluzione operaia ha questo «spirito».
         Se invece tu ora cammini per una periferia, sempre «in suo latino» tale periferia ti dirà: «Qui non c’è più spirito popolare». Contadini e operai sono «altrove», anche se materialmente abitano ancora qui. Le bidonvilles (grazie a Dio, certamente) son quasi sparite. Sono invece enormemente cresciuti i «centri» di palazzoni. Di un loro amalgama col mondo antico o contadino non si può parlare più. Le immondizie sono uno spaventoso corpo estraneo. I fiumiciattoli e i canali sono terrificanti. Il diritto dei poveri a un’esistenza migliore ha una contropartita che ha finito col degradarla. Il futuro è imminente e apocalittico. I figli sono strappati alla somiglianza coi padri e proiettati verso un domani che, pur conservando i problemi e la miseria dell’oggi, non può che esserne qualitativamente del tutto diverso. Di rivoluzione non se ne parla nemmeno: e tanto meno quanto più se ne parla freneticamente (una frenesia che i figli degli operai hanno imparato in un modo umiliante dai figli dei borghesi). Il distacco dal passato e la mancanza di rapporto (sia pur ideale e poetico) col futuro sono radicali.
        Io, dunque, dalla realtà fisica della periferia ero educato alla certezza, a un amore profondo, sicuro e insostituibile. Tu invece sei educato all’incertezza, a una mancanza d’amore fatta di una falsa certezza crudele e impietosa (la coscienza «cristallizzata», convenzionalizzata, ciecamente aggressiva dei propri diritti). Mi sono dilungato sul «linguaggio della realtà fisica di una periferia cittadina»; ma discorsi analoghi ti farebbero i centri delle città e le campagne.
        I centri delle città, per tutta la vita, hanno sempre assicurato il tuo pedagogo di una inalterabilità della tradizione umanistica e quindi di una qualità di vita, sia borghese sia popolare, fondamentalmente conservatrice (che la eventuale rivoluzione operaia doveva «rigenerare», ma non cambiare). A te invece i centri storici delle città parlano di un loro problema particolare riguardante la loro conservazione fisica, la loro materiale sopravvivenza; dall’incompatibilità fra la loro struttura e la qualità di vita di una massa borghese e operaia consumistica nasce un caos per cui sia la parola «conservazione» sia la parola «rivoluzione» non hanno più senso alcuno.
        Quanto alla campagna, la differenza fra ciò che essa ha insegnato a me e ciò che essa sta insegnando a te, è ancora più enorme. Per me essa è stata la certezza di una continuità con le origini del mondo umano, e ha valorizzato, fino a dar loro carattere quasi di rito, ogni minimo gesto, ogni parola. Inoltre essa rappresentava ai miei occhi lo spettacolo di un mondo perfetto. Per te, al contrario, la campagna parla di se stessa come di una spettrale e quasi paurosa sopravvivenza. La sua funzione (tecnicizzata, industrializzata) ti resta estranea, a meno che tu non voglia occupartene professionalmente. Quanto al resto, essa è un luogo esotico per atroci week-ends e per non meno atroci villette da alternare con l’atroce appartamento in città (tutto atroce per me, s’intende).
        Capirai piano piano, nel corso di queste lezioni, caro Gennariello, che malgrado l’apparenza questi miei discorsi non sono affatto lodi del tempo passato (che io, in quanto presente, non ho del resto mai amato). Sono discorsi diversi da tutto ciò che oggi da parte di un uomo della mia età si possa dire: discorsi in cui «conservazione» e «rivoluzione» sono appunto parole che non hanno più senso (come vedi sono, dunque, moderno anch’io).
        Mi accorgo tuttavia che anche questa mia pagina di «esempi» continua a mantenersi nel vago e nel generico. Perciò la prossima volta ti parlerò di un esempio concreto. Ti parlerò, cioè, della città di Bologna.

Tratto Da: P.P.Pasolini, Lettere luterane, in Saggi sulla politica e sulla società , «I meridiani», Mondadori, Milano 2005: Siamo due estranei: lo dicono le tazze da te, pp. 575-577 (24 aprile 1975); Come è mutato il linguaggio delle cose, pp. 578-580 (1º maggio 1975).

 

Azioni sul documento