Le origini del totalitarismo (1951)
Lettura sul Lavoro XII a cura di Stefano Esengrini
«Che cosa sia veramente oggi il male radicale, non lo so, ma mi sembra che in un certo modo abbia a che fare con i seguenti fenomeni: la riduzione di uomini in quanto uomini a esseri assolutamente superflui, il che significa non già affermare la loro superfluità nel considerarli mezzi da utilizzare, ciò che lascerebbe intatta la loro natura umana e offenderebbe soltanto il loro destino di uomini, bensì rendere superflua la loro qualità stessa di uomini. Ciò avviene quando si elimina qualsiasi impredictability, quella imprevedibilità che è nel destino e alla quale corrisponde negli uomini la spontaneità. Tutto ciò, a sua volta, deriva, o, meglio, è in stretta connessione con la folle illusione di un’onnipotenza (non semplicemente di una volontà di potenza) dell’uomo. Se l’uomo in quanto uomo fosse onnipotente, allora non sarebbe necessario domandarsi perché devono esistere gli uomini […]. In questo senso l’onnipotenza dell’uomo rende superflui gli uomini. […] Ebbene ho il sospetto che in tutto questo pasticcio la filosofia non sia innocente e monda di ogni macchia. Naturalmente non nel senso che Hitler abbia qualcosa a che fare con Platone […]. Direi, piuttosto, nel senso che questa filosofia occidentale non ha mai avuto un concetto puro del politico e non poteva averne uno, perché essa ha necessariamente parlato dell’uomo e ha trattato del dato di fatto della pluralità soltanto incidentalmente» (H. Arendt a K. Jaspers, 4 marzo 1951).
La pretesa scientifica
Le ideologie – ismi che, per la soddisfazione dei loro
aderenti, possono spiegare ogni cosa e ogni avvenimento facendoli
derivare da una singola premessa – sono un fenomeno molto recente e, per
parecchi decenni, hanno avuto una parte trascurabile nella vita
politica. Solo col senno di poi possiamo rintracciare in esse certi
elementi che le hanno rese così utili per il dominio totalitario, tanto
che le loro grandi potenzialità politiche non sono state scoperte prima
di Hitler e Stalin.
Le ideologie sono note per il loro
carattere scientifico: esse combinano l’approccio scientifico con
risultati di rilevanza filosofica e pretendono di essere una filosofia
scientifica. La parola «ideologia» sembra implicare che un’idea possa
divenire materia di studio di una scienza, come gli animali lo sono per
la zoologia, e che il suffisso -logia di ideologia, come in zoologia, non indichi altro che i logoi,
le affermazioni scientifiche in proposito. Se ciò fosse vero,
un’ideologia sarebbe in verità una pseudoscienza e una pseudofilosofia,
infrangendo al tempo stesso le limitazioni della scienza e quelle della
filosofia. Il deismo, ad esempio, sarebbe l’ideologia che considera
l’idea di Dio, di cui si occupa la filosofia nella maniera scientifica
della teologia, per la quale Dio è una realtà rivelata (una teologia che
non si basasse sulla rivelazione come realtà data, e trattasse Dio come
un’idea, non sarebbe meno folle di una zoologia non più sicura
dell’esistenza fisica tangibile degli animali). Sappiamo però che questa
è soltanto una parte della verità. Pur negando la rivelazione divina,
il deismo non si limita a fare delle affermazioni «scientifiche» su un
Dio che è soltanto un’«idea», ma si serve dell’idea di Dio per spiegare
il corso del mondo. Le «idee» degli ismi – la razza nel razzismo, Dio
nel deismo ecc. – non costituiscono mai la materia delle ideologie e il
suffisso -logia non indica mai semplicemente un insieme di affermazioni «scientifiche».
La logica dell’idea
Un’ideologia è letteralmente quello che sta a indicare: è la
logica di un’idea. La sua materia è la storia, a cui l’«idea» è
applicata; il risultato di tale applicazione non è un complesso di
affermazioni su qualcosa che è, bensì lo svolgimento di un processo che
muta di continuo. L’ideologia tratta il corso degli avvenimenti come se
seguisse la stessa «legge» dell’esposizione logica della sua «idea».
Essa pretende di conoscere i misteri dell’intero processo storico – i
segreti del passato, l’intrico del presente, le incertezze del futuro –
in virtù della logica inerente alla sua «idea».
Le ideologie
non si interessano mai del miracolo dell’essere. Sono storiche, si
occupano del divenire e del perire, dell’ascesa e del declino delle
civiltà, anche se cercano di spiegare la storia con qualche «legge di
natura». La parola «razza» nel razzismo non denota una genuina curiosità
circa le razze umane come oggetto di esplorazione scientifica, ma è
l’«idea» mediante la quale il movimento della storia viene interpretato
come un processo coerente.
L’«idea» di un’ideologia non è
l’eterna essenza di Platone, afferrata dagli occhi della mente, né il
kantiano principio regolativo della ragione, ma è diventata uno
strumento di interpretazione. La storia non appare alla luce di un’idea
(quindi sub specie di eternità ideale al di là del movimento
storico), ma come qualcosa che può essere calcolato per mezzo di essa.
Quel che adatta l’«idea» al nuovo ruolo è la sua logica intrinseca, il
processo che scaturisce da essa ed è indipendente da qualsiasi fattore
esterno. Il razzismo è la convinzione che nel concetto di razza sia già
contenuto un movimento; altrettanto dicasi del deismo per quanto
concerne Dio.
Si suppone che il movimento della storia e il
processo logico del concetto corrispondano l’uno all’altro, di modo che
quanto avviene, avviene secondo la logica di un’idea. Tuttavia, l’unico
movimento possibile nel regno della logica è il processo di deduzione da
una premessa. La logica dialettica, col suo procedere dalla tesi
all’antitesi e poi alla sintesi, che a sua volta diventa la tesi dei
successivo movimento dialettico, non è diversa in linea di principio,
una volta che un’ideologia se ne impadronisca; la prima tesi diventa la
premessa, e il vantaggio del congegno dialettico per la spiegazione
ideologica è che può giustificare le contraddizioni di fatto come stadi
di un unico movimento coerente.
Appena la logica come
movimento di pensiero – e non come suo necessario controllo – viene
applicata a un’idea, questa si trasforma in una premessa. Le visioni
ideologiche del mondo hanno compiuto questa operazione molto prima che
diventasse così fruttuosa per il ragionamento totalitario. La
coercizione puramente negativa della logica, la messa al bando delle
contraddizioni, diventava «produttiva», di modo che tutta una linea di
pensiero poteva essere iniziata, e imposta alla mente, traendo
conclusioni nella maniera della mera argomentazione. Questo processo
argomentativo non poteva essere interrotto né da una nuova idea (che
sarebbe stata un’altra premessa con una diversa serie di conseguenze) né
da una nuova esperienza.
Le ideologie ritengono che una
sola idea basti a spiegare ogni cosa nello svolgimento della premessa, e
che nessuna esperienza possa insegnare alcunché dato che tutto è
compreso in questo processo coerente di deduzione logica. Il pericolo
inerente al passaggio dall’inevitabile insicurezza del pensiero
filosofico alla spiegazione totale di un’ideologia e della sua Weltanschauung non
consiste tanto nel lasciarsi irretire da un’ipotesi spesso volgare, ma
sempre acritica, quanto nell’abbandonare la libertà implicita nella
capacità di pensare per la camicia di forza della logica, mediante la
quale l’uomo può farsi violenza quasi con la stessa brutalità usata da
una forza esterna.
L’ideologia è impermeabile all’esperienza
Le Weltanschauungen del XIX secolo non erano di per
sé totalitarie. E il razzismo e il comunismo non lo erano in linea di
massima più delle altre; se sono diventati le ideologie determinanti del
XX secolo, è stato perché gli elementi dell’esperienza su cui erano
originariamente basati (la lotta fra le razze per il dominio del mondo,
la lotta fra le classi per il potere nei vari paesi) si sono rivelati
politicamente più importanti di quelli delle altre ideologie. In tal
senso, la vittoria ideologica del razzismo e del comunismo su tutti gli
altri ismi è stata decisa prima che i movimenti totalitari se ne
impadronissero. D’altronde, benché tutte le ideologie contengano
elementi totalitari, questi sono pienamente sviluppati soltanto da tali
movimenti, e ciò suscita l’impressione erronea che solo il razzismo e il
comunismo abbiano un carattere totalitario. La verità è piuttosto che
la natura di ogni ideologia si è rivelata esclusivamente nel ruolo da
essa svolto nell’apparato del totalitarismo. A tale riguardo si notano
tre elementi specificamente totalitari che sono comuni a qualsiasi tipo
di pensiero ideologico.
Anzitutto, nella loro pretesa di
spiegazione totale, le ideologie hanno la tendenza a spiegare non quel
che è, ma quel che diviene, quel che nasce e muore. Esse si occupano in
ogni caso soltanto dell’elemento di movimento, cioè della storia nel
senso usuale della parola. Sono sempre orientate verso la storia anche
quando, come nel caso del razzismo, partono dalla premessa della natura;
questa serve semplicemente a spiegare i fatti storici riducendoli a
fatti naturali. Ci si ripromette di far luce su tutti gli avvenimenti
storici, di ottenere una spiegazione totale del passato, una completa
valutazione del presente, un’attendibile previsione del futuro. In
secondo luogo, il pensiero ideologico diventa indipendente da ogni
esperienza, che non può comunicargli nulla di nuovo neppure se si tratta
di un fatto appena accaduto. Emancipandosi così dalla realtà percepita
coi cinque sensi, esso insiste su una realtà «più vera», che è nascosta
dietro le cose percettibili, dominandole tutte, e che si avverte
soltanto disponendo di un sesto senso. Questo è fornito appunto
dall’ideologia, da quel particolare indottrinamento che viene impartito
negli istituti appositamente creati per l’educazione di «soldati
politici», nelle Ordensburgen naziste o nelle scuole del
Comintern e del Cominform. Anche la propaganda del movimento totalitario
serve a staccare il pensiero dall’esperienza e dalla realtà,
sforzandosi sempre di attribuire un significato segreto a ogni
avvenimento pubblico e un intento cospirativo a ogni atto politico. Una
volta giunto al potere, il movimento procede a mutare la realtà secondo i
suoi postulati ideologici. Il concetto di inimicizia viene sostituito
da quello di congiura, e ciò produce una mentalità che spinge a
sospettare sempre qualcosa di diverso dietro l’esperienza del reale,
dietro la realtà dell’inimicizia o dell’amicizia.
In terzo
luogo, poiché non hanno alcun potere di trasformare la realtà, le
ideologie ottengono tale emancipazione del pensiero dall’esperienza
ricorrendo a certi metodi di dimostrazione. Esse ordinano i fatti in un
meccanismo assolutamente logico che parte da una premessa accettata in
modo assiologico, deducendone ogni altra cosa; procedendo così con una
coerenza che non esiste affatto nel regno della realtà. La deduzione può
avvenire logicamente o dialetticamente; in entrambi i casi comporta
un’argomentazione uniforme che, in quanto pensiero in termini di
processo, dovrebbe essere in grado di comprendere il movimento dei
processi sovrumani, naturali o storici. La comprensione ha luogo perché
l’intelletto imita, logicamente o dialetticamente, le leggi dei
movimenti «scientificamente» accertati e con l’imitazione si inserisce
in essi.
La premessa dell’ideologia
Tale argomentazione, che è sempre una specie di deduzione logica, si adegua perfettamente agli altri due elementi delle ideologie – quello del movimento e quello dell’emancipazione dalla realtà e dall’esperienza – perché il suo movimento di pensiero non deriva dall’esperienza, ma si genera da sé, e poggia su un unico punto tratto dalla realtà sperimentata e trasformato in una premessa assiomatica, rimanendo nel suo sviluppo completamente immune da qualsiasi esperienza ulteriore. Una volta stabilita la premessa, il punto di partenza, il pensiero ideologico rifiuta gli insegnamenti della realtà.
La freddezza del ragionamento
Il metodo usato dai dittatori totalitari per trasformare le
rispettive ideologie in armi con cui costringere ciascuno dei sudditi a
mettersi al passo col movimento del terrore era poco appariscente. L’uno
si vantava della «freddezza glaciale del ragionamento» (Hitler),
l’altro dell’«inesorabilità della sua dialettica», e spingevano le
implicazioni a estremi di coerenza logica che, all’osservatore,
apparivano ridicolmente «primitivi» e assurdi: una «classe in via di
estinzione» consisteva di gente condannata a morte; le razze «inadatte a
vivere» venivano sterminate. Chi ammetteva che esistevano «classi in
via di estinzione» senza trarre da tale fatto la conseguenza
dell’uccisione dei loro membri, o riconosceva che il diritto alla vita
era legato alla razza senza trarre la conseguenza dell’eliminazione
delle «razze inadatte», era semplicemente o uno stupido o un codardo.
Questa logicità stringente, in quanto guida dell’azione, permea
l’intera struttura dei movimenti e dei regimi totalitari. È stata
esclusivamente opera di Hitler e di Stalin che, pur non avendo aggiunto
una sola idea nuova al bagaglio teorico e propagandistico dei loro
movimenti, devono esser considerati per questa ragione ideologi della
massima importanza.
A differenza dei loro predecessori, essi
non erano più attratti principalmente dal contenuto originario
dell’ideologia – la lotta di classe e lo sfruttamento degli operai, o il
conflitto delle razze e la difesa dei popoli germanici – bensì dal
processo logico che da esso si poteva sviluppare. Secondo Stalin, né
l’idea né l’oratoria, ma «l’irresistibile forza della logica soggiogava
completamente l’uditorio» di Lenin.
Il potere che, secondo
Marx, l’idea assumeva conquistando le masse veniva ora attribuito, non
già all’idea stessa, bensì al suo processo logico che, «al pari di un
poderoso tentacolo, vi afferra da tutte le parti come in una morsa e
dalla cui stretta siete impotenti a liberarvi; dovete arrendervi o
rassegnarvi a una completa disfatta»*. Solo quando era in gioco la
realizzazione degli obiettivi ideologici, la società senza classi o la
razza dominatrice, la sostanza originaria su cui le ideologie si
basavano finché dovevano rivolgersi alle masse – lo sfruttamento dei
lavoratori o le aspirazioni nazionali della Germania – andava
gradualmente perduta, distrutta, per così dire, dal processo stesso. In
conformità alla «freddezza glaciale del ragionamento» e
all’«irresistibile forza della logica», gli operai russi perdevano sotto
il regime staliniano persino quei diritti che avevano strappato
all’oppressione zarista e il popolo tedesco subiva uno stato di guerra
permanente che non si curava affatto della sua sopravvivenza. È nella
natura della politica ideologica – e non un semplice tradimento commesso
per interesse personale o smania di potere – che il vero contenuto
dell’ideologia (la classe operaia o i popoli germanici), originariamente
alla base dell’«idea» (la lotta di classe come legge della storia o la
lotta delle razze come legge della natura), venga distrutto dalla logica
con cui tale «idea» è attuata.
La preparazione delle
vittime e degli esecutori, che il regime totalitario richiede al posto
del principio d’azione di Montesquieu, non è l’ideologia stessa – il
razzismo o il materialismo dialettico – ma la sua logicità intrinseca.
L’argomento più persuasivo a tale riguardo, e caro a Hitler come a
Stalin, era: non si può dire A senza dire B e C e così via, sino alla
fine dell’alfabeto. La forza coercitiva della logicità sembra avere qui
la sua fonte; deriva dal nostro timore di contraddirci. Le epurazioni
staliniane riuscivano a ottenere dalle vittime la confessione di crimini
che non avevano mai commesso facendo leva principalmente su tale timore
e sul seguente ragionamento: siamo tutti d’accordo sulla premessa che
la storia è lotta di classe e sul ruolo del partito nella sua condotta.
Tu sai bene perciò che, storicamente parlando, il partito ha sempre
ragione (nelle parole di Trockij: «Si può aver ragione soltanto con e
nel partito, perché la storia non ha provveduto altro modo per essere
nel giusto»). In conformità al processo storico oggettivo il partito
deve ora punire determinati crimini, che devono inevitabilmente avvenire
in questo momento. Per questi crimini il partito ha bisogno di
responsabili; può darsi che esso, pur conoscendo i crimini, non conosca
assolutamente i colpevoli. Più importante dell’identità di questi è,
comunque, la punizione dei crimini, perché senza di essa la storia,
anziché avanzare, sarà forse ostacolata nel suo corso. Quindi, o hai
commesso i crimini o sei stato chiamato dal partito a fare la parte del
criminale: in ogni caso sei diventato oggettivamente nemico del partito.
Se non confessi, cessi di aiutare la storia tramite il partito e sei un
nemico vero.
La forza del ragionamento sta in questa
prospettiva: se rifiuti, contraddici te stesso e, con tale
contraddizione, privi di ogni senso la tua vita.
Nota: * Discorso di Stalin del 28 gennaio 1924 (citato da Lenin, Selected Works, Mosca 1947, I, p. 33). È interessante notare che la «logica» di Stalin è fra le poche qualità elogiate da Chruščëv nel suo discorso demolitore al XX congresso.
La tirannia della logicità e la ibertà
Per la limitata mobilitazione popolare, di cui pure essi hanno ancora bisogno, i regimi totalitari contano sulla coercizione con cui ci facciamo violenza nel timore di perderci nelle contraddizioni. Questa coercizione interiore è la tirannia della logicità, alla quale non si oppone altro che la grande capacità umana di dare inizio a qualcosa di nuovo. La tirannia della logicità comincia con la sottomissione della mente alla logica come processo senza fine, su cui l’uomo si basa per produrre le sue idee. Con tale sottomissione egli rinuncia alla sua libertà interiore (come rinuncia alla sua libertà di movimento quando si inchina a una tirannia esterna). La libertà in quanto intima capacità umana si identifica con la capacità di cominciare, come la libertà in quanto realtà politica si identifica con uno spazio di movimento fra gli uomini. Sull’inizio nessuna logica, nessuna deduzione cogente ha alcun potere, perché la sua catena presuppone l’inizio, sotto forma di premessa. Come il ferreo vincolo del terrore è inteso a impedire che, con la nascita di ogni nuovo essere umano, un nuovo inizio prenda vita e levi la sua voce nel mondo, così la forza autocostrittiva della logicità è mobilitata affinché nessuno cominci a pensare, un’attività che, essendo la più libera e pura fra quelle umane, è l’esatto opposto del processo coercitivo della deduzione.
La perdita delle relazioni costitutive
Il regime totalitario può esser sicuro solo nella misura in cui riesce a mobilitare la forza di volontà dell’uomo per inserirlo in quel gigantesco movimento della storia o della natura che usa l’umanità come suo materiale e non conosce né nascita né morte. La coercizione del terrore totale, che irreggimenta le masse di individui isolati e le sostiene in un mondo che per esse è diventato un deserto, e la forza autocostrittiva della deduzione logica, che prepara ciascun individuo nel suo isolamento contro tutti gli altri, si completano a vicenda per far marciare il movimento. Come il terrore, anche nella sua forza pretotale, semplicemente tirannica, distrugge tutti i legami fra gli uomini, così l’autocostrizione del pensiero ideologico distrugge tutti i legami con la realtà. La preparazione è giunta a buon punto quando gli individui hanno perso il contatto coi loro simili e con la realtà che li circonda; perché, insieme con questo contatto, gli individui perdono la capacità di esperienza e di pensiero. Il suddito ideale del regime totalitario non è il nazista convinto o il comunista convinto, ma l’individuo per il quale la distinzione fra realtà e finzione, fra vero e falso, non esiste più.
L’isolamento dell’io
Ritorniamo ora a un problema sollevato all’inizio di queste
considerazioni: quale esperienza di base, nella convivenza umana, permea
una forma di governo che ha la sua essenza nel terrore e il suo
principio d’azione nella logicità del pensiero ideologico? È evidente
che una simile combinazione non è mai stata usata prima nelle varie
forme di dominio politico, e che l’esperienza su cui essa si fonda deve
essere umana e nota agli uomini, in quanto anche questo, che è il più
«originale» dei corpi politici, è stato inventato dagli uomini e in
qualche modo risponde ai loro bisogni.
Si è spesso osservato
che il terrore può imperare con assolutezza solo su individui isolati
l’uno dall’altro e che quindi una delle prime preoccupazioni di ogni
regime tirannico è quella di creare tale isolamento. L’isolamento può
essere l’inizio del terrore; ne è certamente il terreno più fertile; ne è
sempre il risultato. Esso è, per così dire, pretotalitario; la sua
caratteristica è l’impotenza, in quanto il potere deriva sempre da
uomini che operano insieme, che «agiscono di concerto» (Burke); gli
individui isolati sono impotenti per definizione.
L’isolamento e l’impotenza, cioè la fondamentale incapacità di agire,
sono sempre stati tipici delle tirannidi. In queste, i contatti politici
fra gli individui sono spezzati e le capacità di azione e di potere
frustrate. Ma non tutti i contatti sono interrotti, non tutte le
capacità umane distrutte. L’intera sfera della vita privata con le
capacità di esperienza, creazione e pensiero rimane intatta. Sappiamo
ora che il ferreo vincolo del terrore totale non lascia alcuno spazio
per tale sfera e che l’autocostrizione della logica totalitaria
distrugge la capacità umana di esperienza e di pensiero, oltre che
quella di azione.
L’estraniazione
Quel che si chiama isolamento nella sfera politica prende il
nome di estraniazione nella sfera dei rapporti sociali. L’isolamento e
l’estraniazione non sono la stessa cosa. Posso essere isolato – cioè in
una situazione in cui non posso agire perché non c’è nessuno disposto ad
agire con me – senza essere estraniato; e posso essere estraniato –
cioè in una situazione in cui come persona mi sento abbandonato dal
consorzio umano – senza essere isolato.
L’isolamento è quel
vicolo cieco in cui gli uomini si trovano spinti quando viene distrutta
la sfera politica della loro vita, la sfera in cui essi operano insieme
nel perseguimento di un interesse comune.
Ma, per quanto
lesivo del potere e della capacità di azione, esso lascia intatte le
attività creative e, anzi, risponde a una loro esigenza. L’uomo, in
quanto è homo faber, tende a isolarsi con la sua opera, a lasciare temporaneamente il regno della politica. A differenza dell’azione (praxis) e della fatica bruta, la creazione (poiesis,
la fabbricazione delle cose) viene sempre compiuta in un certo
isolamento dalle faccende comuni, a prescindere dal fatto che ne risulti
un pezzo artigianale o un’opera d’arte.
Nell’isolamento
l’uomo rimane in contatto col mondo come artificio umano; solo quando
viene distrutta la forma più eloquente di creatività, la capacità di
aggiungere qualcosa di proprio al mondo comune, l’isolamento diventa
insopportabile. Ciò può avvenire in un mondo dove i principali valori
sono dettati dalla fatica, dove tutte le attività umane sono state
trasformate in fatica. In tali condizioni non rimane altro che lo sforzo
bruto, compiuto per mantenersi in vita, dato che sono rotti i rapporti
col mondo come artificio umano. L’individuo isolato, che ha perso il suo
posto nel regno politico dell’azione, è abbandonato anche dal mondo
delle cose se è considerato, non più un homo faber, ma un animal laborans
il cui necessario «metabolismo con la natura» non interessa più
nessuno. L’isolamento diventa allora estraniazione. La tirannide basata
sull’isolamento lascia generalmente intatte le capacità creative
dell’uomo; ma la tirannide imposta a «uomini di fatica», ad esempio a un
popolo di schiavi nell’antichità, diviene automaticamente un dominio
esercitato su individui estraniati, oltre che isolati, e tende a essere
totalitaria.
Mentre l’isolamento concerne solo l’aspetto
politico della vita, l’estraniazione concerne la vita umana nel suo
insieme. Il regime totalitario, al pari di ogni tirannide, non può certo
esistere senza distruggere con l’isolamento le capacità politiche degli
uomini. Ma esso, come forma di governo, è nuovo in quanto, lungi
dall’accontentarsi dell’isolamento, distrugge anche la vita privata. Si
basa sull’estraniazione, sul senso di non appartenenza al mondo, che è
fra le più radicali e disperate esperienze umane.
L’estraniazione, che è il terreno comune del terrore, l’essenza del
regime totalitario e, per l’ideologia, la preparazione degli esecutori e
delle vittime, è strettamente connessa allo sradicamento e alla
superfluità che, dopo essere stati la maledizione delle masse moderne
fin dall’inizio della rivoluzione industriale, si sono aggravati col
sorgere dell’imperialismo alla fine del secolo scorso e con lo sfacelo
delle istituzioni politiche e delle tradizioni sociali della nostra
epoca. Essere sradicati significa non avere un posto riconosciuto e
garantito dagli altri; essere superflui significa non appartenere al
mondo. Lo sradicamento può essere la condizione preliminare della
superfluità, come l’isolamento può esserlo dell’estraniazione. Presa in
sé, prescindendo dalle sue recenti cause storiche e dal suo nuovo ruolo
politico, l’estraniazione è allo stesso tempo contraria alle esigenze
fondamentali della condizione umana e una delle esperienze basilari
della vita di ognuno. Persino l’esperienza del mondo materiale dipende
dal nostro contatto con gli altri uomini, dal nostro senso comune
che regola e controlla tutti gli altri sensi e senza il quale ognuno di
noi resterebbe rinchiuso nella sua particolarità di dati sensibili, di
per sé inattendibili e ingannevoli. Solo perché abbiamo il senso comune,
cioè solo perché gli uomini, e non un uomo solo, abitano la terra,
possiamo fidarci dell’esperienza immediata dei nostri sensi. Eppure,
basta ricordare che un giorno dovremo lasciare questo mondo comune, che
andrà avanti come prima e per la cui continuità siamo superflui, per
rendersi conto dell’estraniazione, del senso di abbandono da parte di
tutto e di tutti.
Estraniazione e solitudine
L’estraniazione non è solitudine. La solitudine richiede che
si sia soli, mentre l’estraniazione si fa sentire più acutamente in
compagnia di altri. A parte alcune osservazioni di sfuggita – usualmente
formulate in tono paradossale, come la frase di Catone (riferita da
Cicerone, De republica I, 17): «mai ero meno solo di quando ero
solo» o, meglio, «mai era meno estraniato di quando si trovava in
solitudine» – sembra che Epitteto, lo schiavo filosofo di origine greca,
sia stato il primo a distinguere tra estraniamento e solitudine. La sua
scoperta fu in un certo senso accidentale, dato che il suo interesse
era rivolto principalmente non alla solitudine o all’estraniazione,
bensì all’essere da solo (monos) nel senso dell’indipendenza assoluta. Stando a Epitteto (Dissertationes 3, 13), l’uomo estraniato (eremos)
si trova circondato da altri con cui non può stabilire un contatto o
alla cui ostilità è esposto. L’uomo solitario, invece, «può essere
insieme con se stesso», perché gli uomini hanno la capacità di «parlare
con se stessi». Nella solitudine, in altre parole, sono con me stesso, e
perciò «due-in-uno», mentre nell’estraniazione sono effettivamente uno,
abbandonato da tutti. La riflessione, in senso stretto, si svolge in
solitudine ed è un dialogo fra me e me; ma questo dialogo del
«due-in-uno» non perde il contatto col mondo dei suoi simili, perché
essi sono rappresentati nell’io con cui conduco il dialogo del pensiero.
Il problema della solitudine è che questo «due-in-uno» ha bisogno degli
altri per ridiventare uno: un individuo non scambiabile, la cui
identità non può mai essere confusa con quella altrui. Per la conferma
della mia identità io dipendo interamente dagli altri; ed è la grande
grazia della compagnia che fa del solitario un «tutto intero»,
salvandolo dal dialogo della riflessione in cui si rimane sempre
equivoci, e ridandogli l’identità che gli consente di parlare con
l’unica voce di una persona non scambiabile.
La solitudine
può diventare estraniazione; ciò avviene quando, chiuso completamente in
me stesso, sono abbandonato dal mio io. I solitari corrono sempre il
pericolo dell’estraniazione, quando non possono più trovare la grazia
redimente della compagnia che li salva dalla dualità, dall’equivocità,
dal dubbio. Storicamente è come se soltanto nel XIX secolo questo
pericolo fosse tanto aumentato da farsi notare. Esso è venuto in piena
luce quando i filosofi, per i quali soltanto la solitudine è un modo di
vita e una condizione di lavoro, non si sono più accontentati del fatto
che «la filosofia è solo per pochi» e hanno cominciato a ripetere che
nessuno li comprendeva. Caratteristico a tale riguardo è l’aneddoto che
riporta le parole di Hegel sul letto di morte, parole che non si
sarebbero potute mettere in bocca a nessun grande filosofo prima di lui:
«Nessuno mi ha compreso tranne uno; e anche lui mi ha frainteso». Per
contro, c’è sempre la possibilità che un uomo estraniato ritrovi se
stesso e cominci il dialogo della solitudine. Ciò capita, sembra, a
Nietzsche, a Sils Maria, quando concepì Zarathustra. In due
poesie («Sils Maria» e «Aus hohen Bergen») egli parla della vuota attesa
e dell’ansia dell’abbandonato, finché d’improvviso «um Mittag war’s, da
wurde Eins zu Zwei… / Nun feiern wir, vereinten Siegs gewiss, / das
Fest der Feste; / Freund Zarathustra kam, der Gast der Gäste!» (Era
mezzogiorno quando Uno divenne Due… / Ed ora celebriamo, certi della
vittoria unita, / la festa delle feste; / venne l’amico Zarathustra,
l’ospite degli ospiti!).
Quel che rende l’estraniazione così
insopportabile è la perdita del proprio io, che può essere realizzato
nella solitudine, ma confermato nella sua identità soltanto dalla
compagnia fidata e fiduciosa dei propri simili. In tale situazione
l’uomo perde la fede in se stesso come partner dei suoi pensieri e
quella fiducia elementare nel mondo che è necessaria per fare delle
esperienze. Io e mondo, capacità di pensiero ed esperienza vengono
perduti nello stesso momento.
L’unica capacità della mente
umana che non ha bisogno dell’io, dell’altro o del mondo per funzionare e
che è indipendente dall’esperienza come dalla riflessione è il
ragionamento logico che ha la sua premessa nell’evidente. Le norme
elementari dell’evidenza cogente, la tautologia della proposizione «due
più due fanno quattro», non possono essere snaturate neppure in
condizioni di assoluta estraniazione. È l’unica «verità» sicura su cui
gli esseri umani possono ripiegare una volta persa la reciproca
garanzia, il senso comune, di cui hanno bisogno per fare esperienza,
vivere e conoscere la loro via in un mondo comune. Ma questa verità è
vuota o, meglio, non è affatto verità, perché non rivela alcunché.
(Definire la coerenza come verità, alla maniera di certi logici moderni,
significa negare l’esistenza della verità.) Nell’estraniazione
l’evidente non è più quindi un semplice mezzo dell’intelletto e comincia
a essere produttivo, a sviluppare proprie linee di «pensiero». Che i
processi mentali caratterizzati da una rigorosa logicità evidente, da
cui non c’è manifestamente via di scampo, abbiano qualche attinenza con
l’estraniazione, è stato già osservato da Lutero (che non era
probabilmente secondo a nessuno in fatto di esperienza nei fenomeni
della solitudine e dell’estraniazione, e una volta ha osato affermare
che «ci deve essere un Dio perché l’uomo ha bisogno di un essere in cui
confidare») in una nota poco conosciuta al passo della Bibbia in cui si
dice che non è bene che l’uomo sia solo. Un uomo estraniato, osserva
Lutero, «deduce sempre una cosa dall’altra e pensa tutto per il
peggio»**. L’estremismo dei movimenti totalitari, lungi dall’aver
qualcosa a che fare col vero radicalismo, consiste in effetti in questo
pensare «tutto per il peggio», in questo processo deduttivo che giunge
sempre alle peggiori conclusioni possibili.
Quel che
prepara così bene gli uomini moderni al dominio totalitario è
l’estraniazione che da esperienza limite, usualmente subita in certe
condizioni sociali marginali come la vecchiaia, è diventata
un’esperienza quotidiana delle masse crescenti del nostro secolo.
L’inesorabile processo in cui il totalitarismo inserisce le masse da
esso organizzate appare come un’evasione suicida da questa realtà. La
«freddezza glaciale del ragionamento» e il «poderoso tentacolo» della
dialettica che «vi afferra come in una morsa» si presentano come
l’ultimo punto d’appoggio in un mondo dove non ci si può fidare di
niente e di nessuno. È l’intima coercizione, il cui unico contenuto
consiste nell’evitare rigorosamente le contraddizioni, che sembra
confermare l’identità di un uomo al di fuori di ogni rapporto con altri.
Essa lo adatta al ferreo vincolo del terrore anche quando è solo, e il
dominio totalitario non prova mai a lasciarlo solo tranne nella
situazione estrema della reclusione cellulare. Distruggendo ogni spazio
fra gli individui, comprimendoli l’uno con l’altro, si annientano anche
le potenzialità creative dell’isolamento; insegnando ed esaltando il
ragionamento logico dell’estraniazione, in cui l’uomo sa di essere
completamente perduto se lascia andare la prima premessa da cui prende
l’avvio l’intero processo, si eliminano le già scarse probabilità di una
trasformazione dell’estraniazione in solitudine e della logica in
pensiero. Se si confronta questa pratica con quella della tirannide, si
ha l’impressione che si sia trovato il modo di mettere in moto il
deserto, di scatenare una tempesta di sabbia capace di coprire ogni
parte della terra abitata.
Nota: ** «Warum die Einsamkeit zu fliehen?», in Erbauliche Schriften.
Un nuovo inizio
Le condizioni della nostra esistenza politica sono oggi
minacciate da tali tempeste di sabbia devastatrici. Il pericolo non è
che possano creare qualcosa di durevole. Il dominio totalitario, al pari
della tirannide, racchiude in sé i germi della propria distruzione.
Come la paura e l’impotenza, da cui quella deriva, sono principi
antipolitici e gettano gli uomini in una situazione contraria alla
azione politica, così l’estraniazione e la deduzione logico-ideologica
del peggio, ad essa legata, rappresentano una situazione antisociale e
contengono un principio distruttivo per ogni convivenza umana.
Cionondimeno, l’estraniazione organizzata è infinitamente più pericolosa
dell’impotenza organizzata di tutte le persone soggette alla volontà
tirannica e arbitraria di un singolo. Essa minaccia di devastare il
mondo così come lo conosciamo – un mondo che dovunque sembra giunto alla
fine – prima che un nuovo inizio nascente da questa fine abbia avuto il
tempo di affermarsi. A parte tali considerazioni – che come predizioni
sono di scarsa utilità e ancor meno di conforto – rimane il fatto che la
crisi del nostro tempo e la sua esperienza centrale hanno portato alla
luce una forma interamente nuova di governo che, in quanto potenzialità e
costante pericolo, ci resterà probabilmente alle costole per
l’avvenire, al pari di altre forme che, apparse in momenti storici
diversi e basate su diverse esperienze di fondo, hanno accompagnato dopo
d’allora l’umanità a prescindere dalle temporanee sconfitte: monarchie e
repubbliche, tirannidi, dittature e dispotismo.
Ma rimane
altresì vero che ogni fine nella storia contiene necessariamente un
nuovo inizio; questo inizio è la promessa, l’unico «messaggio» che la
fine possa presentare. L’inizio, prima di diventare avvenimento storico,
è la suprema capacità dell’uomo; politicamente si identifica con la
libertà umana. «Initium ut esset, creatus est homo», «affinché
ci fosse un inizio, è stato creato l’uomo», dice Agostino***. Questo
inizio è garantito da ogni nuova nascita; è in verità ogni uomo.
Nota: *** De Civitate Dei, libro 12, cap. 20.
Tratto Da: H. Arendt, Il pensiero secondo, BUR, Milano 1999, pp. 133-156 (cfr. H. Arendt, Le origini del totalitarismo, Parte terza: Il totalitarismo – Ideologia e terrore, Einaudi, Torino 2004, pp. 641-656).









