"La Roba" (1883)
Lettura sul lavoro XVIIb a cura di Stefano Esengrini
«Della mentalità positivistica Verga accetta molte cose – la vocazione per il dato reale, una fisiologia della società regolata dalla darwiniana lotta per l’esistenza, il cammino fatale… che segue l’umanità per raggiungere la conquista del progresso – ma non accetta né l’atteggiamento fiducioso nel divenire sociale che fu proprio del positivismo, né quel complesso impasto di fiducia nella scienza, di volontà riformistica, di socialismo umanitario, che costituiscono il sostrato di tanta letteratura del tempo. E così “proprio il rifiuto della speranza populista e delle suggestioni socialiste porta lo scrittore siciliano alla rappresentazione più convincente che del mondo popolare sia stata data in Italia durante tutto l’Ottocento… Il rifiuto di una ideologia progressista costituisce la fonte, non il limite della riuscita verghiana” (Asor Rosa). […] il verismo è il punto di massima, la conclusione di tutta una stagione letteraria e culturale contrassegnata dalla vocazione verso il “reale” e dalla mentalità positivistica, ma nel suo maggior rappresentante c’è già la spia d’un venir meno delle certezze positivistiche. Col così va il mondo – frequente commento verghiano alle disgrazie dei Malavoglia – che era sì scoperta di leggi inesorabili e “scientifiche” della convivenza umana, ma dolente e sfiduciata constatazione, l’ottimismo positivistico mostrava la corda. La scoperta scientifica di questo inesorabile meccanismo portava o al silenzio o all’evasione dal reale» (Salvatore Guglielmino, Guida al Novecento).
La roba
Il viandante che andava lungo il Biviere di Lentini,
steso là come un pezzo di mare morto, e le stoppie riarse della Piana di
Catania, e gli aranci sempre verdi di Francofonte, e i sugheri grigi di
Resecone, e i pascoli deserti di Passaneto e di Passanitello, se
domandava, per ingannare la noia della lunga strada polverosa, sotto il
cielo fosco dal caldo, nell’ora in cui i campanelli della lettiga
suonano tristamente nell’immensa campagna, e i muli lasciano ciondolare
il capo e la coda, e il lettighiere canta la sua canzone malinconica per
non lasciarsi vincere dal sonno della malaria: – Qui di chi è? –
sentiva rispondersi: – Di Mazzarò –. E passando vicino a una fattoria
grande quanto un paese, coi magazzini che sembrano chiese, e le galline a
stormi accoccolate all’ombra del pozzo, e le donne che si mettevano la
mano sugli occhi per vedere chi passava: – E qui? – Di Mazzarò –. E
cammina e cammina, mentre la malaria vi pesava sugli occhi, e vi
scuoteva all’improvviso l’abbaiare di un cane, passando per una vigna
che non finiva più, e si allargava sul colle e sul piano, immobile, come
gli pesasse addosso la polvere, e il guardiano sdraiato bocconi sullo
schioppo, accanto al vallone, levava il capo sonnacchioso, e apriva un
occhio per vedere chi fosse: – Di Mazzarò –. Poi veniva un uliveto folto
come un bosco, dove l’erba non spuntava mai, e la raccolta durava fino a
marzo. Erano gli ulivi di Mazzarò. E verso sera, allorché il sole
tramontava rosso come il fuoco, e la campagna si velava di tristezza, si
incontravano le lunghe file degli aratri di Mazzarò che tornavano
adagio adagio dal maggese, e i buoi che passavano il guado lentamente,
col muso nell’acqua scura; e si vedevano nei pascoli lontani della
Canziria, sulla pendice brulla, le immense macchie biancastre delle
mandre di Mazzarò; e si udiva il fischio del pastore echeggiare nelle
gole, e il campanaccio che risuonava ora sì ed ora no, e il canto
solitario perduto nella valle. – Tutta roba di Mazzarò. Pareva che fosse
di Mazzarò perfino il sole che tramontava, e le cicale che ronzavano, e
gli uccelli che andavano a rannicchiarsi col volo breve dietro le
zolle, e il sibilo dell’assiolo nel bosco. Pareva che Mazzarò fosse
disteso tutto grande per quanto era grande la terra, e che gli si
camminasse sulla pancia. – Invece egli era un omiciattolo, diceva il
lettighiere, che non gli avreste dato un baiocco, a vederlo; e di grasso
non aveva altro che la pancia, e non si sapeva come facesse a
riempirla, perché non mangiava altro che due soldi di pane; e sì ch’era
ricco come un maiale; ma aveva la testa ch’era un brillante, quell’uomo.
Infatti, colla testa come un brillante, aveva accumulato tutta quella
roba, dove prima veniva da mattina a sera a zappare, a potare, a
mietere; col sole, coll’acqua, col vento; senza scarpe ai piedi, e senza
uno straccio di cappotto; che tutti si rammentavano di avergli dato dei
calci nel di dietro, quelli che ora gli davano dell’eccellenza,
e gli parlavano col berretto in mano. Né per questo egli era montato in
superbia, adesso che tutte le eccellenze del paese erano suoi debitori;
e diceva che eccellenza vuol dire povero diavolo e cattivo pagatore; ma
egli portava ancora il berretto, soltanto lo portava di seta nera, era
la sua sola grandezza, e da ultimo era anche arrivato a mettere il
cappello di feltro, perché costava meno del berretto di seta. Della roba
ne possedeva fin dove arrivava la vista, ed egli aveva la vista lunga –
dappertutto, a destra e a sinistra, davanti e di dietro, nel monte e
nella pianura. Più di cinquemila bocche, senza contare gli uccelli del
cielo e gli animali della terra, che mangiavano sulla sua terra, e senza
contare la sua bocca la quale mangiava meno di tutte, e si contentava
di due soldi di pane e un pezzo di formaggio, ingozzato in fretta e in
furia, all’impiedi, in un cantuccio del magazzino grande come una
chiesa, in mezzo alla polvere del grano, che non ci si vedeva, mentre i
contadini scaricavano i sacchi, o a ridosso di un pagliaio, quando il
vento spazzava la campagna gelata, al tempo del seminare, o colla testa
dentro un corbello, nelle calde giornate della mèsse. Egli non beveva
vino, non fumava, non usava tabacco, e sì che del tabacco ne producevano
i suoi orti lungo il fiume, colle foglie larghe ed alte come un
fanciullo, di quelle che si vendevano a 95 lire. Non aveva il vizio del
giuoco, né quello delle donne. Di donne non aveva mai avuto sulle spalle
che sua madre, la quale gli era costata anche 12 tarì, quando aveva
dovuto farla portare al camposanto.
Era che ci aveva pensato e ripensato tanto a quel che vuol dire la roba,
quando andava senza scarpe a lavorare nella terra che adesso era sua,
ed aveva provato quel che ci vuole a fare i tre tarì della giornata, nel
mese di luglio, a star colla schiena curva 14 ore, col soprastante a
cavallo dietro, che vi piglia a nerbate se fate di rizzarvi un momento.
Per questo non aveva lasciato passare un minuto della sua vita che non
fosse stato impiegato a fare della roba; e adesso i suoi aratri erano
numerosi come le lunghe file dei corvi che arrivavano in novembre; e
altre file di muli, che non finivano più, portavano le sementi; le donne
che stavano accoccolate nel fango, da ottobre a marzo, per raccogliere
le sue olive, non si potevano contare, come non si possono contare le
gazze che vengono a rubarle; e al tempo della vendemmia accorrevano dei
villaggi interi alle sue vigne, e fin dove sentivasi cantare, nella
campagna, era per la vendemmia di Mazzarò. Alla mèsse poi i mietitori di
Mazzarò sembravano un esercito di soldati, che per mantenere tutta
quella gente, col biscotto alla mattina e il pane e l’arancia amara a
colazione, e la merenda, e le lasagne alla sera, ci volevano dei denari a
manate, e le lasagne si scodellavano nelle madie larghe come tinozze.
Perciò adesso, quando andava a cavallo dietro la fila dei suoi
mietitori, col nerbo in mano, non ne perdeva d’occhio uno solo, e badava
a ripetere: – Curviamoci, ragazzi! – Egli era tutto l’anno colle mani
in tasca a spendere, e per la sola fondiaria il re si pigliava tanto che
a Mazzarò gli veniva la febbre, ogni volta.
Però ciascun anno tutti quei magazzini grandi come chiese si riempivano
di grano che bisognava scoperchiare il tetto per farcelo capire tutto; e
ogni volta che Mazzarò vendeva il vino, ci voleva più di un giorno per
contare il denaro, tutto di 12 tarì d’argento, ché lui non ne voleva di
carta sudicia per la sua roba, e andava a comprare la carta sudicia
soltanto quando aveva da pagare il re, o gli altri; e alle fiere gli
armenti di Mazzarò coprivano tutto il campo, e ingombravano le strade,
che ci voleva mezza giornata per lasciarli sfilare, e il santo, colla
banda, alle volte dovevano mutar strada, e cedere il passo.
Tutta quella roba se l’era fatta lui, colle sue mani e colla sua testa,
col non dormire la notte, col prendere la febbre dal batticuore o dalla
malaria, coll’affaticarsi dall’alba a sera, e andare in giro, sotto il
sole e sotto la pioggia, col logorare i suoi stivali e le sue mule –
egli solo non si logorava, pensando alla sua roba, ch’era tutto quello
ch’ei avesse al mondo; perché non aveva né figli, né nipoti, né parenti;
non aveva altro che la sua roba. Quando uno è fatto così, vuol dire che
è fatto per la roba.
Ed anche la roba era fatta per lui, che pareva ci avesse la calamita,
perché la roba vuol stare con chi sa tenerla, e non la sciupa come quel
barone che prima era stato il padrone di Mazzarò, e l’aveva raccolto per
carità nudo e crudo ne’ suoi campi, ed era stato il padrone di tutti
quei prati, e di tutti quei boschi, e di tutte quelle vigne e tutti
quegli armenti, che quando veniva nelle sue terre a cavallo coi campieri
dietro, pareva il re, e gli preparavano anche l’alloggio e il pranzo,
al minchione, sicché ognuno sapeva l’ora e il momento in cui doveva
arrivare, e non si faceva sorprendere colle mani nel sacco. – Costui
vuol essere rubato per forza! – diceva Mazzarò, e schiattava dalle risa
quando il barone gli dava dei calci nel di dietro, e si fregava la
schiena colle mani, borbottando: – Chi è minchione se ne stia a casa, –
la roba non è di chi l’ha, ma di chi la sa fare –. Invece egli, dopo che
ebbe fatta la sua roba, non mandava certo a dire se veniva a
sorvegliare la messe, o la vendemmia, e quando, e come; ma capitava
all’improvviso, a piedi o a cavallo alla mula, senza campieri, con un
pezzo di pane in tasca; e dormiva accanto ai suoi covoni, cogli occhi
aperti, e lo schioppo fra le gambe.
In tal modo a poco a poco Mazzarò divenne il padrone di tutta la roba
del barone; e costui uscì prima dall’uliveto, e poi dalle vigne, e poi
dai pascoli, e poi dalle fattorie e infine dal suo palazzo istesso, che
non passava giorno che non firmasse delle carte bollate, e Mazzarò ci
metteva sotto la sua brava croce. Al barone non era rimasto altro che lo
scudo di pietra ch’era prima sul portone, ed era la sola cosa che non
avesse voluto vendere, dicendo a Mazzarò: – Questo solo, di tutta la mia
roba, non fa per te –. Ed era vero; Mazzarò non sapeva che farsene, e
non l’avrebbe pagato due baiocchi. Il barone gli dava ancora del tu, ma
non gli dava più calci nel di dietro.
– Questa è una bella cosa, d’avere la fortuna che ha Mazzarò! – diceva
la gente; e non sapeva quel che ci era voluto ad acchiappare quella
fortuna: quanti pensieri, quante fatiche, quante menzogne, quanti
pericoli di andare in galera, e come quella testa che era un brillante
avesse lavorato giorno e notte, meglio di una macina del mulino, per
fare la roba; e se il proprietario di una chiusa limitrofa si ostinava a
non cedergliela, e voleva prendere pel collo Mazzarò, dover trovare uno
stratagemma per costringerlo a vendere, e farcelo cascare, malgrado la
diffidenza contadinesca. Ei gli andava a vantare, per esempio, la
fertilità di una tenuta la quale non produceva nemmeno lupini, e
arrivava a fargliela credere una terra promessa, sinché il povero
diavolo si lasciava indurre a prenderla in affitto, per specularci
sopra, e ci perdeva poi il fitto, la casa e la chiusa, che Mazzarò se
l’acchiappava – per un pezzo di pane. – E quante seccature Mazzarò
doveva sopportare! – I mezzadri che venivano a lagnarsi delle malannate,
i debitori che mandavano in processione le loro donne a strapparsi i
capelli e picchiarsi il petto per scongiurarlo di non metterli in mezzo
alla strada, col pigliarsi il mulo o l’asinello, che non avevano da
mangiare.
– Lo vedete quel che mangio io? – rispondeva lui, – pane e cipolla! e sì
che ho i magazzini pieni zeppi, e sono il padrone di tutta questa roba
–. E se gli domandavano un pugno di fave, di tutta quella roba, ei
diceva: – Che, vi pare che l’abbia rubata? Non sapete quanto costano per
seminarle, e zapparle, e raccoglierle? – E se gli domandavano un soldo
rispondeva che non l’aveva.
E non l’aveva davvero. Ché in tasca non teneva mai 12 tarì, tanti ce ne
volevano per far fruttare tutta quella roba, e il denaro entrava ed
usciva come un fiume dalla sua casa. Del resto a lui non gliene
importava del denaro; diceva che non era roba, e appena metteva insieme
una certa somma, comprava subito un pezzo di terra; perché voleva
arrivare ad avere della terra quanta ne ha il re, ed esser meglio del
re, ché il re non può ne venderla, né dire ch’è sua.
Di una cosa sola gli doleva, che cominciasse a farsi vecchio, e la terra
doveva lasciarla là dov’era. Questa è una ingiustizia di Dio, che dopo
di essersi logorata la vita ad acquistare della roba, quando arrivate ad
averla, che ne vorreste ancora, dovete lasciarla! E stava delle ore
seduto sul corbello, col mento nelle mani, a guardare le sue vigne che
gli verdeggiavano sotto gli occhi, e i campi che ondeggiavano di spighe
come un mare, e gli oliveti che velavano la montagna come una nebbia, e
se un ragazzo seminudo gli passava dinanzi, curvo sotto il peso come un
asino stanco, gli lanciava il suo bastone fra le gambe, per invidia, e
borbottava: – Guardate chi ha i giorni lunghi! costui che non ha niente!
–
Sicché quando gli dissero che era tempo di lasciare la sua roba, per
pensare all’anima, uscì nel cortile come un pazzo, barcollando, e andava
ammazzando a colpi di bastone le sue anitre e i suoi tacchini, e
strillava: – Roba mia, vientene con me! –
Tratto Da: G. Verga, Novelle rusticane (cfr. www.liberliber.it).









