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L’incubo ad aria condizionata (1945)

Lettura sul Lavoro XIB a cura di Stefano Esengrini




«Nel 1939, allo scoppio della seconda guerra mondiale, Henry Miller ritornò negli Stati Uniti, dopo aver vissuto in Europa per dieci anni. Ritornò in patria con un acuto desiderio di vedere che cos’era davvero la sua terra nativa. Voleva risalire alle fonti della natura e della cultura americana. Intraprese una serie di viaggi che dovevano continuare per circa tre anni, e visitò quasi ogni angolo del paese, facendosi amici americani di ogni genere e condizione e rendendosi conto del loro modo di vivere e di pensare. Sia che scriva di un
party tra i divi di Hollywood, di una famiglia in un capannone turistico nel New Mexico o di una vecchia dimora maestosa del “profondo Sud”, o degli slums delle città industriali, Henry Miller ricrea la vita con la vitalità e la freschezza che ne fanno uno scrittore unico. Di tutta la generazione degli “espatriati”, da Hemingway a Pound, Henry Miller è quello che è più in rotta di tutti con la madre America. E questo suo viaggio che voleva essere un ritorno d’amore, è invece una lotta corpo a corpo, una requisitoria continua, a testa bassa, contro la civiltà meccanica e merceologica che gli Stati Uniti simboleggiano. Il cuore di Miller, si capisce, è all’Europa: alla sua Parigi minacciata, alla Grecia, suo innamoramento recente; un mondo che sta andando in fiamme, e che tanto più perciò assume colori di mito, di contro all’opaca e sorda presenza d’un’America che gli pare estranea a tutto ciò che gli sta a cuore» (dalla seconda di copertina del libro: H. Miller, L’incubo ad aria condizionata, Einaudi, Torino 1962).

 




L’incubo ad aria condizionata (1945)**

         Ho dovuto viaggiare per circa diecimila miglia prima di trovare l’ispirazione a scrivere una sola riga. Tutto ciò che valeva la pena di dire sul sistema di vita americano potrei buttarlo giù in trenta pagine. Topograficamente il paese è magnifico: magnifico e terrificante. Perché terrificante? Perché in nessun altro luogo al mondo il divorzio tra l’uomo e la natura è così completo. In nessun altro luogo ho incontrato un tessuto vitale così opaco e monotono come qui in America. Qui la noia raggiunge il suo culmine.
         Siamo abituati a considerarci un popolo emancipato; diciamo d’essere democratici, amanti della libertà, liberi da pregiudizi e dall’odio. Questo è il crogiuolo, la sede d’un grande esperimento umano. Belle parole, piene di nobiltà e idealismo. In realtà siamo una turba volgare e aggressiva le cui passioni sono agevolmente mobilitate da demagoghi, giornalisti, ciarlatani della religione, agitatori e roba simile. Chiamarla una società di popoli liberi è una bestemmia. Che cosa abbiamo da offrire al mondo oltre al sovrabbondante bottino che prediamo senza posa alla terra nella folle illusione che quest’insana attività rappresenti progresso e illuminismo? La terra delle occasioni è diventata la terra del sudore e della lotta insensata. La meta di tutti i nostri sforzi è da tempo dimenticata. Non vogliamo più soccorrere gli oppressi e i senza tetto; non c’è posto in questa gran terra vuota per coloro che, come i nostri antenati prima di noi, cercano ora un rifugio. Milioni di uomini e di donne sono, o lo sono stati fino a pochissimo tempo fa, grazie al sussidio governativo, condannati come porcellini d’India a una vita d’ozio forzato. E intanto il mondo ci guarda con una disperazione quale non ha mai conosciuto prima. Dov’è lo spirito democratico? Dove sono le nostre guide?
         Per condurre un grande esperimento umano dobbiamo prima di tutto avere degli uomini. Dietro il concetto di UOMO dev’esserci la grandezza. Non esiste partito politico capace d’inaugurare il Regno dell’Uomo. Può darsi che vi riescano i lavoratori del mondo, un giorno, se smetteranno di prestare ascolto ai loro capi fanatici, a organizzare una fratellanza dell’uomo. Ma gli uomini non possono essere fratelli senza prima diventare pari, cioè uguali nel senso più nobile della parola. Ciò che impedisce agli uomini d’unirsi come fratelli è l’inadeguatezza delle proprie fondamenta. Gli schiavi non possono unirsi; i codardi non possono unirsi; gli ignoranti non possono unirsi. È solo attraverso l’obbedienza ai nostri impulsi più elevati che possiamo unirci. Il bisogno di superare se stessi dev’essere istintivo, non teorico o solo presunto. Se non facciamo lo sforzo di capire le verità che sono in noi continueremo a fallire senza scampo. Come democratici, repubblicani, fascisti, comunisti, siamo tutti sullo stesso piano. Ecco una delle ragioni per cui facciamo così bene la guerra. Difendiamo con la vita i meschini principi che ci dividono. Il principio comune, che è la fondazione dell’impero dell’uomo sulla terra, non alziamo mai un dito per difenderlo. Abbiamo paura di ogni impulso che ci tirerebbe fuori dal fango. Ci battiamo solo per lo status quo, il nostro particolare status quo. Lottiamo a testa bassa e con gli occhi chiusi. Mentre non c’è mai uno status quo, tranne che nella mente dei politicanti imbecilli. Tutto è flusso. Coloro che si tengono sulla difensiva lottano con i fantasmi.
         Qual è il tradimento più grande? Domandarsi per che cosa ci si può battere. Qui follia e tradimento si stringono la mano. La guerra è una forma di pazzia: la più nobile o la più bassa, a seconda dei punti di vista. Essendo una pazzia collettiva i saggi sono impotenti a scongiurarla. Sopra qualsiasi altro singolo fattore che possa addursi a spiegazione della guerra, c’è la confusione. Quando falliscono tutte le altre armi si ricorre alla forza. Ma può darsi che non ci sia niente di guasto nelle armi che siamo così pronti e favorevoli a scartare. Può darsi che debbano essere affilate, o forse siamo noi che dobbiamo migliorare la nostra abilità, o le due cose insieme. Combattere è ammettere la propria confusione; è un atto di disperazione, non di forza. Anche un topo può battersi magnificamente, quando ha le spalle al muro. Dobbiamo forse emulare il topo?
         Per conoscere la pace l’uomo deve sperimentare il conflitto. Deve superare lo stadio eroico prima di poter agire da saggio. Dev’essere vittima delle sue passioni prima di porsene al di sopra. Per destare l’ardente natura dell’uomo, per consegnarlo al demonio e metterlo alla prova suprema, dev’esserci un conflitto che implichi qualcosa di più del paese, dei principi politici, delle ideologie, ecc. L’uomo in rivolta contro la propria stuccante natura: ecco la vera guerra. Ed è una guerra senza spargimento di sangue che si prolunga all’infinito, sotto il nome pacifico d’evoluzione. In questa guerra l’uomo si schiera una volta per tutte al fianco degli angeli. Pur potendo, come individuo, essere sconfitto, non ha dubbi sul risultato: perché l’universo intero è con lui.
         Vi sono esperimenti che vengono compiuti con finezza e precisione, perché il risultato è previsto in anticipo. Lo scienziato, ad esempio, si pone sempre problemi solubili. Ma l’esperimento dell’uomo non è di quest’ordine. La risposta al grandioso esperimento è nel cuore; la ricerca dev’esser condotta all’interno. Abbiamo paura di fidarci del cuore. Abitiamo un mondo mentale, un labirinto nei cui oscuri recessi un mostro attende di divorarci. Fino ad ora ci siamo mossi in una sequenza di sogni mitologici, senza trovare soluzioni perché ci poniamo le domande sbagliate. Troviamo solo ciò che cerchiamo, e stiamo cercando nel posto sbagliato. Dobbiamo uscire dalle tenebre, abbandonare queste esplorazioni che sono soltanto fughe dal terrore. Dobbiamo smettere di procedere a quattro zampe, a tentoni. Dobbiamo uscire all’aperto, in posizione eretta, esponendoci interamente.
         Queste guerre non ci insegnano nulla, nemmeno a dominare le nostre paure. Siamo ancora uomini delle caverne. Uomini delle caverne democratici, forse, ma è una magra consolazione. La nostra lotta è per uscire dalla caverna. Basterebbe facessimo il minimo sforzo in questa direzione, e ispireremmo il mondo intero.
         Se vogliamo sostenere la parte di Vulcano, forgiamo nuove armi folgoranti che spezzino le catene che ci legano. Smettiamo d’amare la terra in questo modo perverso. Smettiamo di fare i recidivi. Smettiamo d’assassinarci a vicenda. La terra non è una tana, e neanche una prigione. La terra è un paradiso, l’unico che conosceremo mai. Ce ne accorgeremo nel momento in cui apriremo gli occhi. Non dobbiamo farne un paradiso: lo è già. Dobbiamo solo metterci in condizioni d’abitarvi. L’uomo col fucile, l’uomo col delitto in cuore, non può riconoscere il paradiso nemmeno se glielo indicano.

 

**Tratto Da: H. Miller, L’incubo ad aria condizionata, Einaudi, Torino 1962, pp. 17-21.
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