"Il denaro" (1913)
Lettura sul Lavoro I a cura di Stefano Esengrini
Rimasto pressoché ignorato quando fu pubblicato nel 1913 all’interno dei Cahiers de la Quinzaine, Il denaro di Charles Péguy è ormai divenuto un classico della letteratura francese. Muovendo da un’aperta critica nei confronti della cultura del proprio tempo, Péguy analizza le condizioni spirituali che hanno condotto all'affermazione del sistema industriale in Europa nel XX secolo. Il predominio della dimensione economica all’interno della società occidentale ha così finito per imporre il denaro come valore fondamentale, riducendo in questo modo il lavoro ad una prestazione che non ha nulla a che vedere con l’onore che ad esso era associato nel Medioevo e nell'Antichità.
La rivoluzione del mondo
Se vivessi abbastanza per arrivare all’età delle confessioni, […], cercherei di rendere in qualche modo cos’era, intorno al 1880, quell’ammirevole mondo dell’insegnamento elementare. Più in generale, cercherei di rappresentare cos’era allora tutto quello straordinario mondo operaio e contadino; cos’era, diciamolo pure in una parola, quel popolo meraviglioso.
Era assolutamente la vecchia Francia, il popolo della vecchia
Francia. Era un mondo nel quale questo bel nome, questa bella parola che è
popolo, trovava la sua piena, classica incarnazione. Oggi, a dir popolo, si
cade nella letteratura, in una letteratura di bassa lega, un genere
elettoralistico, politico, parlamentare di letteratura. Il popolo non esiste
più. Tutti sono borghesi. Perché tutti leggono il loro giornale. Quel poco che
sopravvive dell’antica aristocrazia, o meglio delle antiche aristocrazie, è
divenuto una borghesia meschina. L’antica aristocrazia è diventata anch’essa
una borghesia del denaro. L’antica borghesia si è trasformata in una borghesia
squallida, una borghesia del denaro. Quanto agli operai, hanno ormai un’idea
soltanto: farsi borghesi. Ed è proprio ciò che accade, anche se magari dicono
di diventare socialisti. Restano sì e no i contadini a essere rimasti davvero
contadini. […].
Proveremo, se ne saremo capaci, a raffigurare tutto questo. Una donna
molto intelligente, e che con allegria si incammina per oltrepassare i suoi
sessant’anni, ci diceva: il mondo è mutato meno durante i miei primi
sessant’anni che non negli ultimi dieci. Diciamo di più. Diciamo con lei,
diciamo più di lei: il mondo è cambiato più nell’ultimo trentennio di quanto
non sia mutato dopo Gesù Cristo. C’è stata l’età antica (e biblica). C’è stata
l’età cristiana. C’è stata l’età moderna. Ebbene, ancora in questo dopoguerra,
una fattoria era – per i suoi costumi, il suo ordinamento, la sua serietà, la
sua austerità, per la sua stessa struttura e costituzione – infinitamente più
vicina a una fattoria gallo-romana (e persino, in fondo, a una fattoria
dell’epoca di Senofonte) di quanto oggi non assomigli a se stessa. Questo
vorremmo dire. Abbiamo conosciuto un tempo in cui quando una brava donna diceva
una parola, a parlare erano proprio la sua razza, la sua natura; era il suo
popolo che si manifestava. E quando un operaio accendeva una sigaretta, ciò che
stava per dirti non erano le parole stampate da un giornalista sul quotidiano
di quel mattino. I liberi pensatori di quei tempi erano più cristiani dei
fedeli di oggi. Una qualsiasi parrocchia di allora era infinitamente più vicina
a una parrocchia del quindicesimo secolo, o del quarto, mettiamo del quinto o
dell’ottavo, che a una parrocchia di oggi.
[…].
Questo dovrei far risaltare nelle Confessioni. E cercare di
farlo vedere. E cercare di farlo sentire. Tanto più esattamente, tanto più
preziosamente e, se ne saremo capaci, tanto più unicamente in quanto quei
giorni non torneranno mai più. C’è un’innocenza che non si recupera. C’è una
semplicità che va perduta una volta per tutte. Nella vita dei popoli, come in
quella degli uomini, alcuni fatti sono irreversibili. […]. È vero, tutto è
irreversibile. Ma per alcune età questo accade in un modo del tutto peculiare.
Lo si creda o no, noi siamo stati allevati nel seno di un popolo
allegro. Un cantiere era allora un luogo della terra dove gli uomini erano
felici. Oggi un cantiere è un luogo della terra dove gli uomini recriminano, si
odiano, si battono; si uccidono.
Ai miei tempi tutti cantavano (me escluso, ma io ero già indegno di
appartenere a quel tempo). Nella maggior parte dei luoghi di lavoro si cantava;
oggi vi si sbuffa. Direi quasi che allora non si guadagnava praticamente nulla.
Non si ha l’idea di quanto i salari fossero bassi. Nondimeno tutti mangiavano.
Anche nelle case più umili c’era una sorta di agiatezza di cui si è perduto il
ricordo. Conti, non se ne facevano. Perché c’era poco da contare. Ma i figli
potevano essere allevati. E se ne tiravano su. Era sconosciuta questa odiosa
forma di strangolamento che oggi ci torce ogni anno di più. Non si guadagnava;
non si spendeva; e tutti vivevano.
Era sconosciuta questa stretta economica di oggi, questo
strangolamento scientifico, freddo, rettangolare, regolare, costumato, netto,
senza una sbavatura, implacabile, accorto, costante, a modo come una virtù: una
stretta in cui si è presi senza che si abbia nulla da ridire e dove chi è
strangolato ha l’aria di avere così palesemente torto.
Nessuno saprà mai fin dove arrivavano il pudore e la spirituale
integrità di quel popolo; non ritroveremo mai più un simile tatto, una così
profonda civiltà. Né altrettanta finezza e discrezione nel parlare. Quella
gente avrebbe arrossito del nostro più squisito tono di oggi, che è poi il tono
borghese. E oggi tutti sono borghesi, tutto il mondo è oggi borghese.
Lavorare è pregare
Lo si creda o no, fa lo stesso, abbiamo conosciuto operai che avevano
voglia di lavorare. Abbiamo conosciuto operai che, al risveglio, pensavano solo
al lavoro. Si alzavano la mattina – e a quale ora – cantando all’idea di andare
al lavoro. E cantavano alle undici, quando si preparavano a mangiare la loro
minestra. Insomma è sempre a Hugo, è sempre a lui che bisogna tornare: Andavano,
cantavano. Nel lavoro stava la loro gioia, e la radice profonda del loro
essere. E la ragione stessa della loro vita. Vi era un onore incredibile del
lavoro, il più bello di tutti gli onori, il più cristiano, il solo forse che
possa rimanere in piedi. […].
Abbiamo conosciuto un onore del lavoro identico a quello che nel
Medio Evo governava le braccia e i cuori. Proprio lo stesso, conservato intatto
nell’intimo. Abbiamo conosciuto l’accuratezza spinta sino alla perfezione,
compatta nell’insieme, compatta nel più minuto dettaglio. Abbiamo conosciuto
questo culto del lavoro ben fatto perseguito e coltivato sino allo
scrupolo estremo. Ho veduto, durante la mia infanzia, impagliare seggiole con
lo stesso identico spirito, e col medesimo cuore, con i quali quel
popolo aveva scolpito le proprie cattedrali.
[…]
Un tempo gli operai
non erano servi. Lavoravano. Coltivavano un onore, assoluto, come si addice a
un onore. La gamba di una sedia doveva essere ben fatta. Era naturale, era
inteso. Era un primato. Non occorreva che fosse ben fatta per il salario, o in
modo proporzionale al salario. Non doveva essere ben fatta per il padrone, né
per gli intenditori, né per i clienti del padrone. Doveva essere ben fatta di
per sé, in sé, nella sua stessa natura. Una tradizione venuta, risalita dal
profondo della razza, una storia, un assoluto, un onore esigevano che quella
gamba di sedia fosse ben fatta. E ogni parte della sedia che non si vedeva era
lavorata con la medesima perfezione delle parti che si vedevano. Secondo lo
stesso principio delle cattedrali.
E sono solo io – io ormai così imbastardito – a farla adesso tanto
lunga. Per loro, in loro non c’era allora neppure l’ombra di una riflessione.
Il lavoro stava là. Si lavorava bene.
Non si trattava di essere visti o di non essere visti. Era il lavoro
in sé che doveva essere ben fatto.
Un sentimento incredibilmente profondo che oggi definiamo l’onore
dello sport, ma a quei tempi diffuso ovunque. Non soltanto l’idea di
raggiungere il risultato migliore possibile, ma l’idea, nel meglio, nel bene,
di ottenere di più. Si trattava di uno sport, di una emulazione disinteressata
e continua, non solo a chi faceva meglio, ma a chi faceva di più; si trattava
di un bello sport, praticato a tutte le ore, da cui la vita stessa era
penetrata. Intessuta. Un disgusto senza fine per il lavoro mal fatto. Un
disprezzo più che da gran signore per chi avesse lavorato male. Ma una tale
intenzione nemmeno li sfiorava.
Tutti gli onori convergevano in quest’unico onore. Una decenza, e una
finezza di linguaggio. Un rispetto del focolare. Un senso di rispetto, di ogni
rispetto, dell’essenza stessa del rispetto. Una cerimonia per così dire
costante. D’altra parte, il focolare si confondeva ancora molto spesso col
laboratorio e l’onore del focolare e l’onore del laboratorio erano il medesimo
onore. Era l’onore del medesimo luogo. Era l’onore del medesimo fuoco. Cosa mai
è divenuto tutto questo. Ogni cosa, dal risveglio, era un ritmo e un rito e una
cerimonia. Ogni fatto era un avvenimento; consacrato. Ogni cosa era una
tradizione, un insegnamento; tutte le cose avevano un loro rapporto interiore,
costituivano la più santa abitudine. Tutto era un elevarsi, interiore, e un
pregare, tutto il giorno: il sonno e la veglia, il lavoro e il misurato riposo,
il letto e la tavola, la minestra e il manzo, la casa e il giardino, la porta e
la strada, il cortile e la scala, e le scodelle sul desco.
Dicevano per ridere, e per prendere in giro i loro curati, che lavorare
è pregare, e non sapevano di dire così bene.









