Il colosso di Marussi (1941)
Lettura sul Lavoro XIA a cura di Stefano Esengrini
«Nel 1939, allo scoppio della seconda guerra mondiale, Henry Miller ritornò negli Stati Uniti, dopo aver vissuto in Europa per dieci anni. Ritornò in patria con un acuto desiderio di vedere che cos’era davvero la sua terra nativa. Voleva risalire alle fonti della natura e della cultura americana. Intraprese una serie di viaggi che dovevano continuare per circa tre anni, e visitò quasi ogni angolo del paese, facendosi amici americani di ogni genere e condizione e rendendosi conto del loro modo di vivere e di pensare. Sia che scriva di un party tra i divi di Hollywood, di una famiglia in un capannone turistico nel New Mexico o di una vecchia dimora maestosa del “profondo Sud”, o degli slums delle città industriali, Henry Miller ricrea la vita con la vitalità e la freschezza che ne fanno uno scrittore unico. Di tutta la generazione degli “espatriati”, da Hemingway a Pound, Henry Miller è quello che è più in rotta di tutti con la madre America. E questo suo viaggio che voleva essere un ritorno d’amore, è invece una lotta corpo a corpo, una requisitoria continua, a testa bassa, contro la civiltà meccanica e merceologica che gli Stati Uniti simboleggiano. Il cuore di Miller, si capisce, è all’Europa: alla sua Parigi minacciata, alla Grecia, suo innamoramento recente; un mondo che sta andando in fiamme, e che tanto più perciò assume colori di mito, di contro all’opaca e sorda presenza d’un’America che gli pare estranea a tutto ciò che gli sta a cuore» (dalla seconda di copertina del libro: H. Miller, L’incubo ad aria condizionata, Einaudi, Torino 1962).
Il colosso di Marussi (1941)*
Non sarei mai andato in Grecia non fosse stato per Betty Ryan, una ragazza che abitava nella stessa mia casa a Parigi. Una sera, bevendo vino bianco, si mise a parlare delle sue esperienze in giro per il mondo. La ascoltavo sempre con grande attenzione, non solo perché erano esperienze singolari ma perché quando raccontava dei suoi vagabondaggi era come se li dipingesse: tutto quello che descriveva mi rimaneva in testa come tanti quadri di un maestro. Quella sera fu una conversazione bizzarra: cominciammo a parlare della Cina e della lingua cinese che lei aveva preso a studiare. Presto fummo nel Nordafrica, nel deserto, tra popolazioni di cui mai avevo avuto notizia. E poi a un tratto lei era sola e camminava lungo un fiume, e la luce era intensa e io la seguivo come meglio potevo nel sole accecante ma lei si perse e io mi trovai a vagare in una terra strana e ad ascoltare una lingua mai sentita. Non è che sia proprio una narratrice, questa ragazza, ma a suo modo è un’artista perché nessuno mi ha mai reso bene come lei l’atmosfera di un luogo della Grecia. Molto tempo dopo scoprii che il luogo dove si era smarrita e io con lei era vicino a Olimpia, ma allora per me era Grecia e basta, un mondo di luce mai sognato e che mai speravo di vedere.
*
A Marsiglia mi imbarcai per il Pireo. Il mio amico Durrell
sarebbe venuto a prendermi ad Atene per portarmi a Corfù. Sulla nave
c’erano molti levantini. Subito li preferii agli americani, ai francesi,
agli inglesi. Avevo un forte desiderio di parlare con arabi, turchi,
siriani e simili. Ero curioso di sapere come vedevano il mondo. Il
viaggio durò quattro o cinque giorni, e mi diede agio di far conoscenza
con quelli su cui mi premeva saperne di più. Per puro caso il primo
amico che mi feci fu uno studente di medicina greco che tornava da
Parigi. Parlavamo in francese. La prima sera chiacchierammo fino alle
tre o alle quattro del mattino, soprattutto di Knut Hamsun, che i greci,
scoprii, amavano ardentemente. Dapprima sembrò strano parlare di questo
genio del Nord mentre navigavamo in mari caldi. Ma la conversazione mi
insegnò subito che i greci sono un popolo pieno di entusiasmo, di
curiosità e di passione. Passione : era una cosa di cui avevo
a lungo sentito la mancanza in Francia. Non solo passione, ma
contraddittorietà, confusione, caos – tutte queste schiette qualità
umane le riscoprii e riamai nella persona del mio nuovo amico. E generosità.
Avevo quasi creduto che fosse scomparsa dalla terra. Eccoci lì, un
greco e un americano, con qualcosa in comune, eppure due esseri
diversissimi. Era una splendida introduzione a quel mondo che stava per
aprirsi davanti ai miei occhi. Ero già innamorato della Grecia, e dei
greci, prima di scorgere il paese. Capivo in anticipo che erano gente
cordiale, ospitale, con cui era facile entrare in contatto, facile avere
rapporti.
L’indomani attaccai discorso con gli altri – un turco, un siriano,
alcuni studenti libanesi, un argentino di origine italiana. Il turco mi
suscitò un’antipatia quasi istantanea. Aveva una mania per la logica che
mi infuriava. Cattiva logica, per giunta. E in lui, come negli altri,
con cui dissentii violentemente, trovai un’espressione dello spirito
americano al suo peggio. Erano fissati col progresso. Più macchine, più
efficienza, più capitale, più comodità, non parlavano d’altro. Domandai
se sapevano niente dei milioni di disoccupati che c’erano in America.
Ignorarono la domanda. Chiesi se avevano idea di quanto fossero vuoti,
irrequieti, infelici gli americani, con tutti i loro lussi e comfort
fatti a macchina. Il mio sarcasmo non li scalfì. Successo, ecco cosa
volevano: denaro, potere, un posto al sole. Nessuno di loro aveva voglia
di tornare nel suo paese; per un motivo o per l’altro erano tutti
costretti a tornarci contro la loro volontà. Per loro non c’era vita,
dicevano, nel loro paese. Quando comincerà, la vita? domandai.
Quando avessero tutte le cose che aveva l’America, o la Germania, la
Francia. La vita, a quanto capii, era fatta di cose, di macchine
soprattutto. La vita senza denaro era impossibile: bisognava avere dei
vestiti, una bella casa, una radio, un’automobile, una racchetta da
tennis, eccetera eccetera. Dissi che io non avevo nessuna di queste,
cose ed ero felice lo stesso, che avevo voltato le spalle all’America
proprio perché di queste cose non m’importava nulla. Risposero che io
ero l’americano più strano che avessero mai incontrato. Ma mi presero a
benvolere. Mi stettero appiccicati per tutto il viaggio, tempestandomi
di domande d’ogni sorta a cui davo vanamente risposta. La sera mi
ritrovavo col greco. Ci capivamo meglio, molto meglio, nonostante la sua
adorazione per la Germania e per il regime tedesco. Anche lui, certo,
voleva andare in America, un giorno o l’altro. Ogni greco sogna di
andare in America a farsi un gruzzolo. Non cercai di dissuaderlo; gli
disegnai un quadro dell’America come la conoscevo, come l’avevo vista e
sperimentata. Lo spaventò un poco: ammise di non aver mai sentito niente
di simile sull’America. «Vacci» gli dissi «e vedi con i tuoi occhi. Può
darsi che mi sbagli. Ti sto solo dicendo quello che so per mia
esperienza. Ricordati» soggiunsi «che là Knut Flamsun non se l’è passata
tanto bene, e neanche il tuo amato Edgar Allan Poe…».
*
Trovarono la storia molto interessante. Dunque era così, in America? Strano paese… là poteva succedere di tutto.
«Sì,» dissi «un paese stranissimo» e tra me pensai che era una
meraviglia non esserci più e che Dio volendo non ci sarei mai tornato.
«E la Grecia cos’ha, per piacerle tanto?» domandò uno.
Sorrisi. «La luce e la povertà» dissi.
«Lei è un romantico».
«Sì, sono tanto pazzo da credere che l’uomo più felice del mondo è
quello che ha meno bisogni. E credo anche che se si ha una luce come
quella che avete qui ogni bruttura è annullata. Da quando sono venuto
nel vostro paese so che la luce è santa: la Grecia per me è una terra
santa».
«Ma ha visto com’è povera la gente, che vita infelice fa?».
«Ho visto un’infelicità peggiore in America» dissi. «La povertà da sola non rende infelici».
«Può dire questo perché ha abbastanza…».
«Posso dirlo perché sono stato povero tutta la vita» replicai. «Sono
povero anche adesso» soggiunsi. «Ho appena i soldi per tornare ad Atene.
Quando ci arrivo dovrò pensare a come rimediarne degli altri. Non è il
denaro che mi sostiene – è la fede che ho in me stesso, nelle mie
capacità. Nell’animo sono un milionario. Ecco, forse è questa la cosa
migliore dell’America: che uno è convinto di risollevarsi».
«Sì, sì,» disse Tsutsu, battendo le mani «questa è la cosa meravigliosa
dell’America: non sapete cosa sia la sconfitta». Riempì di nuovo i
bicchieri e si alzò per fare un brindisi. «All’America!» disse. «Lunga
vita!».
«A Henry Miller,» disse un altro «perché crede in se stesso!».
*Tratto Da: H. Miller, Il colosso di Marussi, Adelphi, Milano 2000, pp. 13-14; 15-17; 132-133.









