"Fantasticheria" (1880)
Lettura sul Lavoro XVIIa a cura di Stefano Esengrini
«Della mentalità positivistica Verga accetta molte cose – la vocazione per il dato reale, una fisiologia della società regolata dalla darwiniana lotta per l’esistenza, il cammino fatale… che segue l’umanità per raggiungere la conquista del progresso – ma non accetta né l’atteggiamento fiducioso nel divenire sociale che fu proprio del positivismo, né quel complesso impasto di fiducia nella scienza, di volontà riformistica, di socialismo umanitario, che costituiscono il sostrato di tanta letteratura del tempo. E così “proprio il rifiuto della speranza populista e delle suggestioni socialiste porta lo scrittore siciliano alla rappresentazione più convincente che del mondo popolare sia stata data in Italia durante tutto l’Ottocento… Il rifiuto di una ideologia progressista costituisce la fonte, non il limite della riuscita verghiana” (Asor Rosa). […] il verismo è il punto di massima, la conclusione di tutta una stagione letteraria e culturale contrassegnata dalla vocazione verso il “reale” e dalla mentalità positivistica, ma nel suo maggior rappresentante c’è già la spia d’un venir meno delle certezze positivistiche. Col così va il mondo – frequente commento verghiano alle disgrazie dei Malavoglia – che era sì scoperta di leggi inesorabili e “scientifiche” della convivenza umana, ma dolente e sfiduciata constatazione, l’ottimismo positivistico mostrava la corda. La scoperta scientifica di questo inesorabile meccanismo portava o al silenzio o all’evasione dal reale» (Salvatore Guglielmino, Guida al Novecento).
Fantasticheria
Una volta, mentre il treno passava vicino ad Aci-Trezza,
voi, affacciandovi allo sportello del vagone, esclamaste: – Vorrei
starci un mese laggiù! –
Noi vi ritornammo, e vi passammo non un mese, ma quarantott’ore; i
terrazzani che spalancavano gli occhi vedendo i vostri grossi bauli
avranno creduto che ci sareste rimasta un par d’anni. La mattina del
terzo giorno, stanca di vedere eternamente del verde e dell’azzurro, e
di contare i carri che passavano per via, eravate alla stazione, e
gingillandovi impaziente colla catenella della vostra boccettina da
odore, allungavate il collo per scorgere un convoglio che non spuntava
mai. In quelle quarantott’ore facemmo tutto ciò che si può fare ad
Aci-Trezza: passeggiammo nella polvere della strada, e ci arrampicammo
sugli scogli; col pretesto di imparare a remare vi faceste sotto il
guanto delle bollicine che rubavano i baci; passammo sul mare una notte
romanticissima, gettando le reti tanto per far qualche cosa che a’
barcaiuoli potesse parer meritevole di buscarsi dei reumatismi, e l’alba
ci sorprese in cima al fariglione – un’alba modesta e pallida,
che ho ancora dinanzi agli occhi, striata di larghi riflessi violetti,
sul mare di un verde cupo, raccolta come una carezza su quel gruppetto
di casucce che dormivano quasi raggomitolate sulla riva, mentre in cima
allo scoglio, sul cielo trasparente e limpido, si stampava netta la
vostra figurina, colle linee sapienti che vi metteva la vostra sarta, e
il profilo fine ed elegante che ci mettevate voi. – Avevate un vestitino
grigio che sembrava fatto apposta per intonare coi colori dell’alba. –
Un bel quadretto davvero! e si indovinava che lo sapeste anche voi, dal
modo in cui vi modellaste nel vostro scialletto, e sorrideste coi grandi
occhioni sbarrati e stanchi a quello strano spettacolo, e a quell’altra
stranezza di trovarvici anche voi presente. Che cosa avveniva nella
vostra testolina allora, di faccia al sole nascente? Gli domandaste
forse in qual altro emisfero vi avrebbe ritrovata fra un mese? Diceste
soltanto ingenuamente: – Non capisco come si possa vivere qui tutta la
vita –.
Eppure, vedete, la cosa è più facile che non sembri: basta non possedere
centomila lire di entrata, prima di tutto; e in compenso patire un po’
di tutti gli stenti fra quegli scogli giganteschi, incastonati
nell’azzurro, che vi facevano batter le mani per ammirazione. Così poco
basta, perché quei poveri diavoli che ci aspettavano sonnecchiando nella
barca, trovino fra quelle loro casipole sgangherate e pittoresche, che
viste da lontano vi sembravano avessero il mal di mare anch’esse, tutto
ciò che vi affannate a cercare a Parigi, a Nizza ed a Napoli.
È una cosa singolare; ma forse non è male che sia così – per voi, e per
tutti gli altri come voi. Quel mucchio di casipole è abitato da
pescatori, «gente di mare», dicono essi, come altri direbbe «gente di
toga», i quali hanno la pelle più dura del pane che mangiano – quando ne
mangiano – giacché il mare non è sempre gentile, come allora che
baciava i vostri guanti… Nelle sue giornate nere, in cui brontola e
sbuffa, bisogna contentarsi di stare a guardarlo dalla riva, colle mani
in mano, o sdraiati bocconi, il che è meglio per chi non ha desinato. In
quei giorni c’è folla sull’uscio dell’osteria, ma suonano pochi soldoni
sulla latta del banco, e i monelli che pullulano nel paese, come se la
miseria fosse un buon ingrasso, strillano e si graffiano quasi abbiano
il diavolo in corpo.
Di tanto in tanto il tifo, il colèra, la malannata, la burrasca, vengono
a dare una buona spazzata in quel brulicame, che davvero si crederebbe
non dovesse desiderar di meglio che esser spazzato, e scomparire; eppure
ripullula sempre nello stesso luogo; non so dirvi come, né perché.
Vi siete mai trovata, dopo una pioggia di autunno, a sbaragliare un
esercito di formiche, tracciando sbadatamente il nome del vostro ultimo
ballerino sulla sabbia del viale? Qualcuna di quelle povere bestioline
sarà rimasta attaccata alla ghiera del vostro ombrellino, torcendosi di
spasimo; ma tutte le altre, dopo cinque minuti di pànico e di viavai,
saranno tornate ad aggrapparsi disperatamente al loro monticello bruno. –
Voi non ci tornereste davvero, e nemmen io; – ma per poter comprendere
siffatta caparbietà, che è per certi aspetti eroica, bisogna farci
piccini anche noi, chiudere tutto l’orizzonte fra due zolle, e guardare
col microscopio le piccole cause che fanno battere i piccoli cuori.
Volete metterci un occhio anche voi, a cotesta lente? voi che guardate
la vita dall’altro lato del cannocchiale? Lo spettacolo vi parrà strano,
e perciò forse vi divertirà.
Noi siamo stati amicissimi, ve ne rammentate? e mi avete chiesto di dedicarvi qualche pagina. Perché? à quoi bon?
come dite voi. Che cosa potrà valere quel che scrivo per chi vi
conosce? e per chi non vi conosce che cosa siete voi? Tant’è, mi son
rammentato del vostro capriccio, un giorno che ho rivisto quella povera
donna cui solevate far l’elemosina col pretesto di comperar le sue
arance messe in fila sul panchettino dinanzi all’uscio.
Ora il panchettino non c’è più; hanno tagliato il nespolo del cortile, e
la casa ha una finestra nuova. La donna sola non aveva mutato, stava un
po’ più in là a stender la mano ai carrettieri, accoccolata sul
mucchietto di sassi che barricano il vecchio Posto della
guardia nazionale; ed io, girellando, col sigaro in bocca, ho pensato
che anche lei, così povera com’è, vi aveva vista passare, bianca e
superba.
Non andate in collera se mi son rammentato di voi in tal modo, e a
questo proposito. Oltre i lieti ricordi che mi avete lasciati, ne ho
cento altri, vaghi, confusi, disparati, raccolti qua e là, non so più
dove – forse alcuni son ricordi di sogni fatti ad occhi aperti – e nel
guazzabuglio che facevano nella mia mente, mentre io passava per quella
viuzza dove son passate tante cose liete e dolorose, la mantellina di
quella donnicciola freddolosa, accoccolata, poneva un non so che di
triste, e mi faceva pensare a voi, sazia di tutto, perfino
dell’adulazione che getta ai vostri piedi il giornale di moda, citandovi
spesso in capo alla cronaca elegante – sazia così, da inventare il
capriccio di vedere il vostro nome sulle pagine di un libro.
Quando scriverò il libro, forse non ci penserete più; intanto i ricordi
che vi mando, così lontani da voi, in ogni senso, da voi inebbriata di
feste e di fiori, vi faranno l’effetto di una brezza deliziosa, in mezzo
alle veglie ardenti del vostro eterno carnevale. Il giorno in cui
ritornerete laggiù, se pur vi ritornerete, e siederemo accanto un’altra
volta, a spinger sassi col piede, e fantasie col pensiero, parleremo
forse di quelle altre ebbrezze che ha la vita altrove. Potete anche
immaginare che il mio pensiero siasi raccolto in quel cantuccio ignorato
del mondo, perché il vostro piede vi si è posato, – o per distogliere i
miei occhi dal luccichìo che vi segue dappertutto, sia di gemme o di
febbri – oppure perché vi ho cercata inutilmente per tutti i luoghi che
la moda fa lieti. Vedete quindi che siete sempre al primo posto, qui
come al teatro!
Vi ricordate anche di quel vecchietto che stava al timone della nostra
barca? Voi gli dovete questo tributo di riconoscenza, perché egli vi ha
impedito dieci volte di bagnarvi le vostre belle calze azzurre. Ora è
morto laggiù, all’ospedale della città, il povero diavolo, in una gran
corsìa tutta bianca, fra dei lenzuoli bianchi, masticando del pane
bianco, servito dalle bianche mani delle suore di carità, le quali non
avevano altro difetto che di non saper capire i meschini guai che il
poveretto biascicava nel suo dialetto semibarbaro.
Ma se avesse potuto desiderare qualche cosa, egli avrebbe voluto morire
in quel cantuccio nero, vicino al focolare, dove tanti anni era stata la
sua cuccia «sotto le sue tegole», tanto che quando lo portarono via
piangeva, guaiolando come fanno i vecchi.
Egli era vissuto sempre fra quei quattro sassi, e di faccia a quel mare
bello e traditore, col quale dové lottare ogni giorno per trarre da esso
tanto da campare la vita e non lasciargli le ossa; eppure in quei
momenti in cui si godeva cheto cheto la sua «occhiata di sole»
accoccolato sulla pedagna della barca, coi ginocchi fra le braccia, non
avrebbe voltato la testa per vedervi, ed avreste cercato invano in
quelli occhi attoniti il riflesso più superbo della vostra bellezza;
come quando tante fronti altere s’inchinano a farvi ala nei saloni
splendenti, e vi specchiate negli occhi invidiosi delle vostre migliori
amiche.
La vita è ricca, come vedete, nella sua inesauribile varietà; e voi
potete godervi senza scrupoli quella parte di ricchezza che è toccata a
voi, a modo vostro.
Quella ragazza, per esempio, che faceva capolino dietro i vasi di
basilico, quando il fruscìo della vostra veste metteva in rivoluzione la
viuzza, se vedeva un altro viso notissimo alla finestra di faccia,
sorrideva come se fosse stata vestita di seta anch’essa. Chi sa quali
povere gioie sognava su quel davanzale, dietro quel basilico odoroso,
cogli occhi intenti in quell’altra casa coronata di tralci di vite? E il
riso dei suoi occhi non sarebbe andato a finire in lagrime amare, là,
nella città grande, lontana dai sassi che l’avevano vista nascere e la
conoscevano, se il suo nonno non fosse morto all’ospedale, e suo padre
non si fosse annegato, e tutta la sua famiglia non fosse stata dispersa
da un colpo di vento che vi aveva soffiato sopra – un colpo di vento
funesto, che avea trasportato uno dei suoi fratelli fin nelle carceri di
Pantelleria – «nei guai!» come dicono laggiù.
Miglior sorte toccò a quelli che morirono; a Lissa l’uno, il più grande,
quello che vi sembrava un David di rame, ritto colla sua fiocina in
pugno, e illuminato bruscamente dalla fiamma dell’ellera. Grande e
grosso com’era, si faceva di brace anch’esso quando gli fissaste in
volto i vostri occhi arditi; nondimeno è morto da buon marinaio, sulla
verga di trinchetto, fermo al sartiame, levando in alto il berretto, e
salutando un’ultima volta la bandiera col suo maschio e selvaggio grido
d’isolano; l’altro, quell’uomo che sull’isolotto non osava toccarvi il
piede per liberarlo dal lacciuolo teso ai conigli, nel quale v’eravate
impigliata da stordita che siete, si perdé in una fosca notte d’inverno,
solo, fra i cavalloni scatenati, quando fra la barca e il lido, dove
stavano ad aspettarlo i suoi, andando di qua e di là come pazzi, c’erano
sessanta miglia di tenebre e di tempesta. Voi non avreste potuto
immaginare di qual disperato e tetro coraggio fosse capace per lottare
contro tal morte quell’uomo che lasciavasi intimidire dal capolavoro del
vostro calzolaio.
Meglio per loro che son morti, e non «mangiano il pane del re», come
quel poveretto che è rimasto a Pantelleria, o quell’altro pane che
mangia la sorella, e non vanno attorno come la donna delle arance, a
viver della grazia di Dio – una grazia assai magra ad Aci-Trezza.
Quelli almeno non hanno più bisogno di nulla! lo disse anche il ragazzo
dell’ostessa, l’ultima volta che andò all’ospedale per chieder del
vecchio e portargli di nascosto di quelle chiocciole stufate che son
così buone a succiare per chi non ha più denti, e trovò il letto vuoto,
colle coperte belle e distese, sicché sgattaiolando nella corte, andò a
piantarsi dinanzi a una porta tutta brandelli di cartacce, sbirciando
dal buco della chiave una gran sala vuota, sonora e fredda anche di
estate, e l’estremità di una lunga tavola di marmo, su cui era buttato
un lenzuolo, greve e rigido. E pensando che quelli là almeno non avevano
più bisogno di nulla, si mise a succiare ad una ad una le chiocciole
che non servivano più, per passare il tempo.
Voi, stringendovi al petto il manicotto di volpe azzurra, vi
rammenterete con piacere che gli avete dato cento lire, al povero
vecchio.
Ora rimangono quei monellucci che vi scortavano come sciacalli e
assediavano le arance; rimangono a ronzare attorno alla mendica, e
brancicarle le vesti come se ci avesse sotto del pane, a raccattar torsi
di cavolo, bucce d’arance e mozziconi di sigari, tutte quelle cose che
si lasciano cadere per via, ma che pure devono avere ancora qualche
valore, poiché c’è della povera gente che ci campa su; ci campa anzi
così bene, che quei pezzentelli paffuti e affamati cresceranno in mezzo
al fango e alla polvere della strada, e si faranno grandi e grossi come
il loro babbo e come il loro nonno, e popoleranno Aci-Trezza di altri
pezzentelli, i quali tireranno allegramente la vita coi denti più a
lungo che potranno, come il vecchio nonno, senza desiderare altro, solo
pregando Iddio di chiudere gli occhi là dove li hanno aperti, in mano
del medico del paese che viene tutti i giorni sull’asinello, come Gesù,
ad aiutare la buona gente che se ne va.
– Insomma l’ideale dell’ostrica! – direte voi. – Proprio l’ideale
dell’ostrica! e noi non abbiamo altro motivo di trovarlo ridicolo, che
quello di non esser nati ostriche anche noi –.
Per altro il tenace attaccamento di quella povera gente allo scoglio sul
quale la fortuna li ha lasciati cadere, mentre seminava principi di qua
e duchesse di là, questa rassegnazione coraggiosa ad una vita di
stenti, questa religione della famiglia, che si riverbera sul mestiere,
sulla casa, e sui sassi che la circondano, mi sembrano – forse pel
quarto d’ora – cose serissime e rispettabilissime anch’esse.
Sembrami che le irrequietudini del pensiero vagabondo
s’addormenterebbero dolcemente nella pace serena di quei sentimenti
miti, semplici, che si succedono calmi e inalterati di generazione in
generazione. – Sembrami che potrei vedervi passare, al gran trotto dei
vostri cavalli, col tintinnìo allegro dei loro finimenti e salutarvi
tranquillamente.
Forse perché ho troppo cercato di scorgere entro al turbine che vi
circonda e vi segue, mi è parso ora di leggere una fatale necessità
nelle tenaci affezioni dei deboli, nell’istinto che hanno i piccoli di
stringersi fra loro per resistere alle tempeste della vita, e ho cercato
di decifrare il dramma modesto e ignoto che deve aver sgominati gli
attori plebei che conoscemmo insieme. Un dramma che qualche volta forse
vi racconterò, e di cui parmi tutto il nodo debba consistere in ciò: –
che allorquando uno di quei piccoli, o più debole, o più incauto, o più
egoista degli altri, volle staccarsi dai suoi per vaghezza dell’ignoto, o
per brama di meglio, o per curiosità di conoscere il mondo; il mondo,
da pesce vorace ch’egli è, se lo ingoiò, e i suoi più prossimi con lui. –
E sotto questo aspetto vedrete che il dramma non manca d’interesse. Per
le ostriche l’argomento più interessante deve esser quello che tratta
delle insidie del gambero, o del coltello del palombaro che le stacca
dallo scoglio.
Tratto Da: G. Verga, Vita dei campi (cfr. www.liberliber.it).









