"Difesa della poesia" (1821)
Lettura sul Lavoro XIX a cura di Stefano Esengrini
In una lettera indirizzata a Henry Church il 1º giugno 1939 il poeta americano Wallace Stevens scriveva: «La mia via d’uscita per il futuro implica una fiducia nel ruolo spirituale del poeta, che in qualche modo dovrà aiutare il pittore ecc. (ogni artista, a dire il vero) a restituire all’immaginazione ciò ch’essa va perdendo a un ritmo catastrofico, e sostenere ciò ch’essa ha guadagnato». La radice della crisi che sconvolse il mondo nella prima metà del Novecento può dunque essere individuata nell’esclusività con cui l’umanità occidentale finì per affidarsi alla ragione e alla sua capacità di pianificare la realtà in vista dell’ottimizzazione dell’utilità derivante dallo sfruttamento sempre più efficiente della natura ridotta a mera risorsa. Dello stesso pericolo dovette rendersi conto lo stesso Shelley un secolo prima in qualità di testimone diretto delle conseguenze devastanti della prima rivoluzione industriale sullo spirito dell’uomo, in cui la ragione aveva ormai definitivamente soppiantato l’immaginazione relegando quest’ultima ad un ruolo assolutamente subordinato. La Difesa della poesia fu infatti scritta «in risposta al contemporaneo saggio di T.L. Peacock dal titolo Le quattro età della poesia, in cui si sosteneva l’inutilità della poesia in un’età di progresso scientifico» (A Mazzola). Sulla scorta di una rivoluzione del rapporto istituito dal Positivismo tra ragione e immaginazione, Shelley è così in grado di riproporre la poesia quale sapere capace di fornire una legislazione del mondo più vera di ogni verità scientifica e di ogni utilità politica ed economica prodotta dal sistema illuministico-liberale.
Utilità e piacere
Ma per un altro motivo i poeti sono stati sfidati a
consegnare la corona civica ai pensatori razionalisti e meccanicisti.
Viene ammesso che l’esercizio dell’immaginazione sia molto piacevole, ma
viene asserito che quello della ragione sia più utile. Esaminiamo come
base di questa distinzione che cosa si intende qui per utilità. Il
piacere o il bene, in senso generale, è quello che viene cercato da un
essere sensibile, consapevole e intelligente, che non lo abbandona dopo
averlo trovato. Ci sono due generi di piacere, uno duraturo, universale e
permanente; l’altro passeggero e particolare. L’utilità può esprimere
il mezzo per produrre sia l’uno che l’altro. Nel primo senso, tutto ciò
che rafforza e purifica gli affetti, allarga l’immaginazione, e aggiunge
spirito al senso è utile. Ma il significato che l’autore di Le quattro età della poesia sembra aver dato alla parola utilità
è quello più ristretto di bandire la sgradita intempestività dei
bisogni della nostra natura animale, di dare agli uomini la sicurezza
della vita, di allontanare le delusioni più grossolane della
superstizione e di conciliare il grado di mutua tolleranza tra gli
uomini con i motivi del vantaggio personale.
Indubbiamente i
promotori dell’utilità nel senso ristretto hanno un preciso ruolo nella
società. Essi seguono le orme dei poeti e copiano gli abbozzi delle
loro creazioni nel libro della vita comune. Fanno spazio e danno tempo. I
loro sforzi sono di grande valore sino a quando confinano ciò che
concerne le forze inferiori della nostra natura entro i limiti dovuti a
quelle superiori. Ma mentre gli scettici distruggono le superstizioni
grossolane, evitiamo che deturpino, come hanno fatto alcuni degli
scrittori francesi, le eterne verità impresse nell’immaginazione degli
uomini. Mentre i meccanici riducono il lavoro e gli economisti politici
lo organizzano, facciano attenzione che le loro speculazioni, per
mancanza di corrispondenza con i principi basilari dell’immaginazione,
non tendano ad esasperare contemporaneamente gli estremi del lusso e del
bisogno, come è successo nell’Inghilterra moderna. Essi hanno
esemplificato il detto: «Sarà dato di più a colui che ha, e sarà tolto
il poco che ha a colui che non ha». I ricchi sono divenuti più ricchi, e
i poveri più poveri; e il vascello dello stato è portato tra Scilla e
Cariddi dell’anarchia e del dispotismo. Questi sono gli effetti che
scaturiscono obbligatoriamente da un esercizio incontrollato della
facoltà calcolatrice.
È difficile definire il piacere nel
senso più alto, poiché la definizione comprende un numero di paradossi
apparenti; infatti, per un inspiegabile difetto di armonia nella
costituzione della natura umana, il dolore delle parti più basse del
nostro essere è spesso collegato al piacere di quelle più alte. Il
dolore, il terrore, l’angoscia, la stessa disperazione spesso sono le
espressioni scelte per avvicinarsi al massimo bene. La nostra simpatia
per la tragedia dipende da questo principio: la tragedia diletta
concedendo un’ombra del piacere che esiste nel dolore. Questa è anche la
sorgente della malinconia che è inseparabile dalla melodia più dolce.
Il piacere che si trova nel dolore è più dolce del piacere dato dal
piacere stesso. Da qui il detto: «È meglio andare nella casa del dolore
che nella casa dell’allegria». Questo sommo genere di piacere non è
tuttavia necessariamente legato al dolore. Il diletto dell’amore e
dell’amicizia, l’estasi dell’ammirazione della natura, la gioia della
percezione e ancor più della creazione della poesia spesso sono del
tutto puri.
Vera utilità è la produzione e la garanzia del
piacere in questo altissimo senso. I poeti o i filosofi poeti sono
coloro che producono e preservano questo piacere.
Contributi dei grandi uomini
Gli sforzi di Locke, Hume, Gibbon, Voltaire, Rousseau e dei loro discepoli in favore dell’umanità oppressa e ingannata meritano la gratitudine del genere umano. Tuttavia è facile calcolare il grado di miglioramento morale e intellettuale che vi sarebbe stato nel mondo se essi non fossero mai vissuti, per un secolo o due si sarebbero dette altre sciocchezze; e forse altri uomini, donne e bambini sarebbero stati bruciati come eretici. Non saremmo qui a congratularci per l’abolizione dell’Inquisizione in Spagna. Ma è inimmaginabile pensare quale sarebbe stata la condizione morale del mondo se né Dante, né Petrarca, né Boccaccio, né Chaucer, né Shakespeare, né Calderón, né Bacone, né Milton fossero mai esistiti; se Raffaello e Michelangelo non fossero mai nati; se la poesia ebraica non fosse mai stata tradotta; se non ci fosse stata una rinascita dello studio della letteratura greca; se non fossero rimasti monumenti della scultura antica; e se la poesia della religione del mondo antico si fosse esaurita insieme alla sua fede. Senza l’intervento di questi stimoli la mente umana non avrebbe mai potuto inventare le scienze più comuni e non si sarebbe rivolto alle aberrazioni della società quel ragionamento analitico che ora si cerca di esaltare rispetto all’espressione diretta della stessa facoltà inventiva e creativa.
Scienza e poesia
Abbiamo più saggezza morale, politica e storica di quella che
siamo in grado di mettere in pratica; abbiamo più conoscenza
scientifica ed economica di quella che può essere utilizzata per la
corretta distribuzione del prodotto che essa moltiplica. In questi
sistemi di pensiero la poesia viene nascosta dall’accumulo di fatti e di
calcoli. Non mancano conoscenze di ciò che è più saggio e migliore
nella morale, nel governo, nell’economia politica, o almeno, di ciò che è
più saggio e migliore rispetto a ciò che gli uomini praticano e
sopportano ora. Ma noi lasciamo che io non oso sia al servizio
di io vorrei, come il povero gatto dell’adagio. Ci manca la facoltà
creativa per dare immagine a ciò che sappiamo; ci manca l’impulso
generoso per realizzare ciò che immaginiamo; ci manca la poesia della
vita; i nostri calcoli hanno sorpassato il nostro pensiero; abbiamo
mangiato più di quanto possiamo digerire. Lo studio delle scienze che
hanno allargato i limiti dell’impero dell’uomo sul mondo esterno ha, per
mancanza di capacità poetica, circoscritto in proporzione i limiti del
mondo interno; e l’uomo, avendo reso schiavi gli elementi, rimane egli
stesso schiavo. A cosa se non all’esercizio delle arti meccaniche in
maniera non proporzionata alla presenza della facoltà creativa, che è la
base di tutta la conoscenza, si deve attribuire l’abuso delle
invenzioni per ridurre e organizzare il lavoro sino all’esasperazione
della diseguaglianza tra gli uomini? Da quale altra causa deriva il
fatto che le scoperte che avrebbero dovuto alleggerirlo, hanno aggiunto
un peso alla maledizione imposta ad Adamo? La poesia e il principio
dell’io, la cui incarnazione visibile è il denaro, sono Dio e Mammona
del mondo.
La facoltà poetica ha una duplice funzione: una è
quella di creare nuovi materiali di conoscenza, potere e piacere;
l’altra di far sorgere nella mente il desiderio di riprodurli e
organizzarli secondo un certo ritmo e ordine che possono essere chiamati
il Bello e il Buono. L’esercizio della poesia non è mai così
auspicabile come nei periodi in cui, per eccesso del principio egoistico
e calcolatore, l’accumulo dei materiali della vita esterna supera la
capacità di assimilarli alle leggi interne della natura umana. Il corpo
allora è divenuto troppo pesante per ciò che lo anima.
Esaltazione della poesia
La poesia è veramente qualcosa di divino. È al tempo stesso
il centro e la circonferenza della conoscenza; comprende tutte le
scienze e ad essa tutte le scienze debbono fare riferimento. Essa è al
contempo la radice e il fiore di tutti gli altri sistemi di pensiero; è
ciò da cui tutto scaturisce e ciò che adorna ogni cosa; se appassisce,
nega il frutto e il seme e priva il mondo arido della linfa e della
germogliazione dell’albero della vita. Essa è la superficie perfetta e
completa e il fiore delle cose; è come l’odore e il colore della rosa
rispetto al tessuto degli elementi che la compongono, come la forma e lo
splendore della bellezza non svanita rispetto ai segreti dell’anatomia e
della corruzione. Cosa sarebbero la virtù, l’amore, il patriottismo,
l’amicizia, quali sarebbero i paesaggi di questo splendido universo che
abitiamo, quali sarebbero le nostre consolazioni da questa parte della
tomba, e quali sarebbero le nostre aspirazioni al di là di essa, se la
poesia non si innalzasse a portare luce e fuoco da quelle eterne regioni
dove il calcolo dalle ali di civetta non osa mai volare? La poesia non è
come la ragione, una capacità che si esercita secondo la determinazione
della volontà; un uomo non può dire: «Io voglio comporre poesia».
Neanche il più grande poeta può dirlo; la mente nella fase creativa è
come un carbone che si sta spegnendo, al quale qualche influenza
invisibile, come un vento incostante, restituisce una luminosità
passeggera; questo potere sorge dal di dentro come il colore di un fiore
che svanisce e cambia appena si sviluppa, e le parti coscienti della
nostra natura non possono predire né quando viene né quando va via.
Sarebbe impossibile predire la grandezza dei risultati, se questa
influenza potesse durare nella sua purezza e forza originarie; ma quando
inizia la composizione, l’ispirazione è già in declino, e la poesia più
gloriosa che sia mai stata comunicata al mondo è probabilmente solo una
debole ombra della concezione originaria del poeta. Io chiedo ai più
grandi poeti dei nostri giorni se non sia un errore asserire che i passi
poetici più belli sono prodotti con fatica e studio. Il lavoro e
l’indugio raccomandati dai critici possono essere giustamente
interpretati come attenta osservazione dei momenti di ispirazione e
attuazione di una connessione artificiale che riempia i vuoti tra un
suggerimento e l’altro per mezzo di una rete di espressioni
convenzionali – necessità imposta soltanto dai limiti della stessa
facoltà poetica. Infatti Milton concepì il Paradiso perduto
come un tutto prima di comporne le parti. Abbiamo la sua autorevole
testimonianza anche del fatto che la musa gli «dettò» la «canzone non
premeditata». E ciò sia di risposta a coloro che si rifanno alle
cinquantasei varianti del primo verso dell’Orlando furioso.
Siffatte composizioni sono per la poesia ciò che il mosaico è per la
pittura. L’istinto e l’intuizione della facoltà poetica sono ancora più
evidenti nelle arti plastiche e pittoriche: le grandi statue e i grandi
quadri crescono nelle mani dell’artista come il bambino nel ventre della
madre; e la stessa mente che durante la composizione guida le mani non è
in grado di rendersi conto dell’origine, delle gradazioni, o dei mezzi
del processo.
La poesia registra i momenti migliori e più
felici delle menti più felici e migliori. Ci rendiamo conto
dell’apparire in noi di pensieri e sentimenti evanescenti, talvolta
associati a luoghi o persone, talvolta riguardanti solo il nostro
spirito; essi arrivano sempre imprevisti e vanno via senza richiesta, ma
danno diletto ed elevano lo spirito al di là di ogni espressione;
sicché anche nel desiderio e nel rimpianto che essi lasciano, non vi può
essere che piacere, perché esso partecipa della natura del suo oggetto.
È come se una natura più divina penetrasse nella nostra; ma le sue orme
sono come quelle del vento sul mare, che la calma in arrivo cancella, e
della quale rimangono solo tracce come sulla sabbia increspata del
fondo. Queste condizioni di essere ed altre corrispondenti vengono
sperimentate principalmente da chi ha la più delicata sensibilità e la
più ampia immaginazione, e lo stato della mente da esse prodotto mal si
concilia con ogni basso desiderio. L’entusiasmo per la virtù, l’amore,
il patriottismo, l’amicizia è essenzialmente legato a tali emozioni; e
finché queste durano, l’io appare com’è, un atomo rispetto all’universo.
I poeti non solo sono soggetti a queste esperienze in quanto spiriti
raffinatissimi, ma sono in grado di colorare tutto ciò che compongono
con i colori evanescenti di questo mondo etereo; una parola, un tratto
nella rappresentazione di una scena o di una passione, toccherà la corda
incantata e farà rivivere l’immagine sonnolenta, fredda e sepolta del
passato in coloro che hanno sperimentato queste emozioni. Così la poesia
rende immortale tutto ciò che vi è di più bello nel mondo; essa arresta
le fuggevoli apparizioni che compaiono nelle lunazioni della vita e,
rivestendole con il linguaggio o con la forma, le invia al genere umano,
portando dolci notizie di gioia comune a coloro con i quali le loro
sorelle abitano – abitano perché dalle caverne dello spirito in cui esse
si trovano, l’espressione non ha sbocco verso l’universo delle cose. La
poesia salva dal degrado le apparizioni della divinità nell’uomo.
La poesia trasforma tutte le cose in bellezza; essa esalta la
bellezza di ciò che è più bello e aggiunge bellezza a ciò che è più
deforme; concilia gioia e orrore, dolore e piacere, eternità e
cambiamento; sotto il suo giogo leggero amalgama tutto. Essa trasforma
tutto ciò che tocca, e tutte le forme che si muovono entro lo splendore
della sua presenza, grazie a una meravigliosa solidarietà, vengono
incarnate nello spirito che essa respira; la sua segreta alchimia cambia
in oro potabile le acque velenose che fluttuano dalla morte attraverso
la vita; toglie la pellicola della familiarità dal mondo e scopre la
nuda e sonnolenta bellezza che è lo spirito delle sue forme.
Tutte le cose esistono poiché sono percepite, almeno in relazione a
colui che percepisce. «La mente è luogo di se stessa, e in se stessa può
rendere un Paradiso l’Inferno e un Inferno il Paradiso». Ma la poesia
sconfigge la maledizione che ci rende soggetti alla contingenza delle
impressioni circostanti. E sia che essa dispieghi la sua tenda adornata,
sia che ritragga l’oscuro velo della vita dalla scena delle cose, essa
crea comunque in noi un essere dentro il nostro essere. Ci fa abitanti
di un mondo rispetto al quale il mondo quotidiano è un caos. Riproduce
il familiare Universo di cui siamo parte e che percepiamo e toglie dalla
nostra vista interiore la pellicola di familiarità che non ci consente
di vedere le meraviglie del nostro essere. Essa ci costringe a sentire
ciò che percepiamo e a immaginare ciò che conosciamo. Ricrea l’universo
dopo che esso è stato distrutto nelle nostre menti dal ricorrere di
impressioni attutite dalla ripetizione. Essa giustifica l’audace e vera
affermazione del Tasso: Non merita nome di creatore se non Iddio ed il Poeta.
Difesa della poesia contemporanea
La seconda parte avrà come oggetto l’applicazione di questi principi allo stato attuale dello sviluppo della poesia e la difesa del tentativo di idealizzare le forme moderne di comportamento e pensiero e di costringerle a subordinarsi alla facoltà immaginativa e creativa. Infatti sembra quasi che la letteratura inglese, il cui forte sviluppo ha sempre preceduto o accompagnato un grande e libero sviluppo della volontà nazionale, sia risorta. Nonostante l’invidia gretta che vorrebbe sottovalutare il merito contemporaneo, la nostra sarà un’età memorabile per i risultati intellettuali, e viviamo tra filosofi e poeti incomparabilmente superiori a chiunque sia vissuto dal periodo dell’ultima guerra nazionale per la libertà civile e religiosa. La poesia è l’araldo più infallibile, compagno e seguace del risveglio di un grande popolo che intenda operare una trasformazione benefica nelle opinioni o nelle istituzioni. In questi periodi aumenta il potere di comunicare e ricevere intense e appassionate concezioni riguardo all’uomo e alla natura.
Ruolo dei poeti
Le persone che detengono questo potere, per quanto riguarda molti aspetti della loro natura, spesso possono avere un rapporto all’apparenza limitato con lo spirito del bene di cui sono ministri. Ma anche quando essi lo negano e lo abiurano, sono tuttavia costretti a servire il potere che si è installato sul trono della loro anima. È impossibile leggere le composizioni dei più celebri scrittori contemporanei senza sobbalzare per l’energia elettrica che brucia nelle loro parole. Essi misurano la circonferenza e scandagliano le profondità della natura umana con uno spirito pregnante e penetrante, e forse sono loro che restano più sinceramente stupiti delle sue manifestazioni; poiché non è il loro spirito ma lo spirito della loro epoca. I poeti sono i gerofanti di un’ispirazione non percepita, gli specchi delle ombre gigantesche che il futuro getta sul presente, le parole che esprimono ciò che non capiscono, le trombe che chiamano a battaglia e non sentono ciò che ispirano, l’influenza che non è mossa, ma muove. I poeti sono i legislatori non riconosciuti del mondo.
Tratto Da: P.B. Shelley, Difesa della poesia , Rusconi, Milano 1999, pp. 65-145 (qui pp. 123-137; 143-145). Una versione originale del testo è scaricabile dal sito www.gutenberg.org .









