"Diario in pubblico" (1957)
Lettura sul Lavoro VI a cura di Stefano Esengrini
Lavoro manuale e lavoro intellettuale*
(…) Il lavoro manuale (è stato detto) si assimila alla natura, si lega alla gleba, si chiude nel particolare. Ma perché succede questo se non per il fatto che si lasciano agire le braccia come forza bruta? Il lavoro manuale crea beni nell’ambito della creazione intellettuale, ossia nell’ambito dei fini intellettualmente proposti. E perché non gli si dà modo di aderire a quella creazione, e di riproporsi intellettualmente quei fini? (…). Allora (…) il lavoro manuale non sarebbe più una forza bruta diretta esteriormente dal lavoro intellettuale (…). Si redimerebbe, e insieme redimerebbe il lavoro intellettuale (…) dal significato di “condizione sociale” in cui questo si è chiuso (…). E libererebbe la cultura (…). La solleverebbe a ritrovare il suo significato originario, la sua purezza, la sua capacità di divenire (…). Posti il lavoro manuale e il lavoro intellettuale sullo stesso piano di partenza culturale (…) l’uomo meccanicamente colto non avrebbe più valore. Cadrebbe dalla bilancia il peso artificiale della laurea (…). Si avrebbe la possibilità di una selezione che agisca alla stessa guisa tra lavoratori manuali e lavoratori intellettuali…(1)
(…) Non ci si è mai rifiutati di riconoscere l’onorabilità e l’importanza del lavoro manuale. Ed è notorio in Inghilterra l’aneddoto di un John Bull che disse al suo domestico: “All jobs are honourable… Come along, Bob, scrape my balls” (…). Pure il lavoro manuale non è mai salito a parità di importanza col lavoro intellettuale o presunto intellettuale. E la questione è che a nulla di questo mondo si può dare importanza dal di fuori, si può prestare un significato con le parole, si può conferire lustro con la spazzola della demagogia e della retorica. Per concretamente investire qualcosa di un significato, di un’importanza, non c’è che da metterla in grado di conquistarsi dal di dentro tale significato e tale importanza…
* E. Vittorini, Diario in pubblico, Bompiani, Milano 1999, pp. 81-82.
(1). [Nota di Vittorini] Bisogna poi dire che nella sua invenzione, e nell’invenzione d’ogni suo gesto, d’ogni suo movimento, come d’ogni sua variante anche solo momentanea, il lavoro manuale è un fatto pienamente e profondamente intellettuale. La sua inferiorità comincia con la sua ripetizione. Esso allora diventa meccanico. Ma anche il lavoro intellettuale si ripete. Anch’esso diventa meccanico. Anch’esso è “inferiore”, in sostanza, in tutto quello che fa senza più “inventare”.
Le donne di Messina (1946-1964)**
«Seguito ideale de Il garofano rosso, che ha per sfondo l’ascesa del fascismo, e di Uomini e no, ambientato durante la Resistenza, Le donne di Messina è un vero e proprio affresco storico del nostro tempo, e in particolare del periodo del secondo dopoguerra, dall’opera di ricostruzione e trasformazione postbellica al boom economico degli anni Sessanta. Tre fili narrativi attraversano il libro intrecciandosi: il racconto dello zio Agrippa che percorre l’Italia in treno alla ricerca della figlia; la vicenda del contrastato amore dei due giovani Siracusa e Ventura; la descrizione della comunità primitiva cui dà vita un gruppo di profughi, nell’intento di costruire una società di uguali dove tutti contribuiscono al bene comune. Il risultato è un grande romanzo, aperto, corale, epico-lirico, ma anche fortemente critico nei confronti della civiltà tecnologica, ricco di suggestioni e di implicazioni etiche: dal tema del male a quello dell’offesa dell’uomo nei confronti dell’uomo, dal tema del riscatto a quello della riconciliazione» (dalla quarta di copertina di E. Vittorini, Le donne di Messina, Mondadori, Milano 1987).
Dove volevano arrivare?
Loro del villaggio ondeggiarono un momento come per ribellarsi, poi invece ripresero, ma sempre con la tranquillità ch’era ormai di tutti nella sala, l’aria mortificata di poco prima.
«Vero, vero» era quello che rispondevano. «Non c’è niente da dire… Avete ragione…Così è stato.»
«E perché?» si continuava da parte dei cacciatori. «Per fare in cambio che cosa? Per avere in cambio la soddisfazione di aver fatto che cosa?
«Di cooperative come questa ve ne sono in Italia migliaia… Sì, sì, voi la considerate speciale, e ha certo qualcosa di speciale, è stato in circostanze speciali che l’avete messa su, nessuno ve lo nega… Ma che cosa si può dire che sia, nel suo risultato e nel suo significato, che cosa si può dire che sia se non una cooperativa?
«Sì, voi avete tolto le mine, tutto a rischio vostro, per quasi quattrocento ettari di terreno. Ma oggi che c’è il governo della repubblica che provvede a toglierle coi suoi specialisti e gli strumenti adatti non ha più molto senso che l’abbiate fatto. Così pure le case e il resto che avete ricostruito, oggi non ha più la minima importanza che vi siate sfondati a farlo senza essere del mestiere…
«Confrontate d’altra parte quello che avete speso in energia con quello che avete ottenuto. Siete in tanti, mica una famigliola. Centocinquanta? Centosessanta? E lavorando quindici sedici ore al giorno è come se foste trecento. Come una fabbrica con trecento operai… Ci pensate in un anno che cosa è capace di produrre una fabbrica con trecento operai? Si tratta di centomila giornate lavorative, ottocentomila ore… Voi avete impiegato ottocentomila ore di energia per rattoppare quattro case, rimediare qualche metro di diga, rimettere in sesto un paio di rogge e ripulire dalle mine alcune centinaia di ettari di terreno… Un risultato economico piuttosto mediocre, dovete convenirne, pur contando che avete anche arato e seminato e raccolto…
«Il grano, il granturco, già… Ma quanto? Più o meno il fabbisogno per voi stessi. Sapete che se voleste venderlo a prezzo di lavoro dovreste chiedere otto nove volte di più di quello che vale sul mercato? Otto volte di più. Nove volte di più. Mentre l’America che lo fornisce a metà addirittura di quello che vale in Italia non solo non ci perde nulla ma anzi ci guadagna. Il grano. Il grano. Sa il padreterno che cosa si crede che sia. Oro? Ma se non si è in grado di produrlo come l’America che ci spende sì e no tre minuti lavorativi al quintale è meglio lasciare che ce lo fornisca tutto l’America…
«Ah sì! Bisogna allinearsi con gli altri paesi… Limitarsi a produrre le cose che non ci costano più energia produttiva di quanta ne costino altrove. Rubinetti? Rubinetti. Strofinacci? Strofinacci. Perché c’è ormai un mondo solo, in fatto di economia. E chi si apparta perde il treno. Anzi è lo stesso che se corresse a piedi dietro al treno…
«Con la vostra economia di villaggio voi non avete prodotto in un anno che l’equivalente di quanto dieci operai di fabbrica producono in un mese. Correte a piedi dietro a un treno… Potete continuare? Vi si schiantano i polmoni se non vi fermate.
«E almeno aveste da vivere con tutti i comodi. Con birra gelata. Con acqua corrente calda e fredda. Con una luce elettrica che non sia a scartamento ridotto. Con un juke-box e un po’ di dischi di boogie-woogie.
«Ma neanche per sogno. Vi siete fabbricato un paese, ma è antico che avete potuto fabbricarvelo, vecchio. Con la cucina collettiva, sì, sì, ma che va a legna e a forza di donne fisse lì davanti, mica una che vada a bombole di pibigas… E coi cessi, di collettivo, coi cessi, di collettivo, come lo sono, uno per ballatoio, in tutti i casamenti costruiti per i poveri al principio del secolo senza che vi si abbia il collettivo anche di un po’ di igiene…»
Loro del villaggio non rifiutavano niente, non obiettavano niente, non cercavano neppure di correggere la sommarietà o l’esagerazione di qualche particolare.
Parlavano anch’essi, mica se ne stavano lì a incassare in silenzio, parlavano un po’ l’uno e un po’ l’altro quasi con la stessa frequenza di loro cacciatori, ma non era che per dire “vero, vero”, e convenire punto per punto con loro.
Non erano più una folla, erano undici o dodici in tutto, e sparsi, uno a un tavolo, uno a un altro, ma era ancora con la loquacità sparpagliata di una folla che manifestavano il loro assenso alla requisitoria e la loro mortificazione stessa.
«Così è stato» dicevano. «Bisogna riconoscerlo… Non ci abbiamo pensato…»
Ripetevano i cacciatori (il carrarino o il Turchino o il Sartorio o il fotografo) indifferentemente:
«Non siete una famigliola, siete centocinquanta persone. E con sedici ore al giorno che avete lavorato è come se foste trecento. Come una fabbrica con trecento operai. Ci pensate cos’è, al confronto di quello che possono fare in un anno trecento operai di fabbrica, quello che avete fatto in un anno voi? Quasi nulla. Irrisorio… Avete speso la stessa energia di trecento operai, centomila giornate, ottocentomila ore, e non avete ottenuto che l’equivalente di quanto dieci operai ottengono sì e no in un mese…»
«Giusto» si rispondeva da loro del villaggio. «Eh sì! Scavare con un cucchiaio è tutt’altro che scavare con piccone e pala…»
«Con piccone e pala?» si ribatteva dai cacciatori. «Dite con martello pneumatico. Dite con escavatrice. Dite con bulldozer.»
E si ripeteva:
«Il lavoro è ricchezza, cari voi. Non meno che ogni materia prima, e non meno che ogni mezzo di produzione. Anzi non meno che tutti e due insieme. Non si può farne spreco. Né si può sopperire a un’arretratezza tecnica con un di più di lavoro. Sarebbe antieconomico. Oggi è col lavoro che si misura l’economicità di una cosa. E col lavoro in sé. Non col denaro che ci può volere per procurarselo. Col lavoro in sé… Il denaro che ci vuole può essere poco o nulla, ma il lavoro è pur sempre energia e occorre sempre calcolarlo al suo massimo… Al massimo di mercede, qui da noi. O al massimo di bisogni… Provate per esempio a calcolare quello che rappresenta in lavoro il vostro grano. Ci pensate a quanto dovreste venderlo se voleste pagarvi il lavoro che vi avete impiegato? Diciamo a mercede media. O anche a minima, anche a minima… Voi dovreste venderlo otto nove volte di più di quello ch’è il suo prezzo sul mercato. Otto volte di più. Nove volte di più…»
«Vero, vero» si rispondeva da loro del villaggio.
E si rispondeva:
«Se poi ci calcoliamo il lavoro notturno… Se ci calcoliamo lo. straordinario per straordinario… Se ci calcoliamo che si è prima sminato, con tutto il rischio…»
E si rispondeva:
«Non è sul mercato che potremmo pagarcelo.»
Qui vi fu tuttavia un tentativo di contestazione. Era il lavoro contadino ch’era così. Non produceva cose che lo pagassero come ogni altro. Ma questo non toglieva che le cose che produceva fossero necessarie. Né toglieva che fosse necessario arare e seminare e raccogliere, eccetera eccetera, per produrle.
«Ci vorrà sempre qualcuno che faccia il contadino» fu detto «anche se non si può pagarlo.»
Ci voleva sempre? Ci voleva sempre?
Dai cacciatori fu osservato ch’era lo stesso di dire che ci voleva sempre chi si adattasse a vivere più squallidamente degli altri.
«Del resto chi lo sa se ci vuole» fu osservato. «Sono diecimila anni che lo facciamo. E può darsi che sia finito di doverlo fare. Può darsi che non ci sia più bisogno di continuare a farlo.»
Fu peraltro osservato: «Certo che noi ne siamo stufi. Io sono figlio di contadini e ne sono stufo. Ogni figlio di contadini ne è stufo».
E fu ancora osservato: «Poi chi se ne frega? Ci voglia o non ci voglia, lo faccia chi ci si diverte. Vi ci divertite voi? È perché non siete contadini, se vi ci divertite… O perché vi ci siete messi di puntiglio. Perché il terreno che coltivate era lo stesso che non ci fosse con le mine che c’erano prima che voi le toglieste».
Fu però detto, subito dopo, che non quello era il punto.
«Il punto è un altro» fu detto. «Non il farlo o non farlo. Ma il come farlo. Vi sono già paesi in cui viene fatto con criteri che l’hanno cambiato… Pigliate la Russia. Pigliate l’America… Tanto che l’America può fornirci il grano addirittura a metà del prezzo che ha in Italia, e non solo non ci perde nulla ma anzi ci guadagna. Sono sì e no tre minuti lavorativi che ci spende al quintale. Tutto che va a motore. Un uomo che basta per cento ettari sedendo in machina a far tutto da solo. E così sono tre o quattro minuti lavorativi che le costa al quintale… Mentre da noi il conto di quello che il grano costa non finisce mai. Cioè, non lo cominciamo nemmeno. Seminiamo e raccogliamo come se fosse per un sacramento… Il grano. Il grano… Ma ormai c’è un mondo solo, in fatto di economia. e se non siamo in grado di produrlo all’americana tanto vale lasciare che ce lo fornisca tutto l’America…»
Questa era di nuovo una cosa che si ripeteva, da loro cacciatori. Continuamente una cosa o un’altra era che si ripeteva, da loro.
E loro del villaggio ripetevano ch’era esatto, ripetevano ch’era vero, ammettevano di aver forse sbagliato a imbarcarsi in un’impresa in cui non c’era per tutta prospettiva che di coltivare la terra…
«Altro che!» ripetevano da loro cacciatori. «Certo che avete sbagliato… E almeno vi foste arrangiato il posto in modo da poterci vivere secondo quello che sono i bisogni di oggi… Ma invece è pressappoco com’era in anteguerra che avete potuto rimediarvelo… Con la cucina collettiva, sì, sì, ma che va a legna come se non si fossero ancora inventate le bombole del pibigas… E con la birra che dovete bervela calda perché non avete un frigorifero… Altro che se avete sbagliato!»
Loro del villaggio avevano ormai un’aria smarrita oltre che mortificata. Ascoltavano e chinavano il capo. Dicevano ch’era vero e chinavano il capo. Erano lì che chinavano sempre più il capo come se avvizzissero su quelle loro povere sedie. Il Toma anche. F. R. anche. E un po’ alla volta andò a finire che non dicevano più niente, o mormoravano appena “mah!”, appena “beh!”, appena “insomma!”, mentre loro cacciatori discorrevano di tronco e di rami, di tutto e di parti, di massimi e di minimi, di utile e di inutile, di cose che avevano senso politico e di cose che non ne avevano, dicendo che il darsi da fare in un villaggio era comunque fatica sprecata, perché un villaggio era periferia, mica centro, e una conquista che si otteneva al centro raggiungeva presto o tardi la periferia ma non il con trario, la vita procedeva a partire dai nodi, dai crocicchi, dagli incroci, non già a partire dai capillari, e dunque era nelle città che occorreva impiegare le forze, nelle fabbriche, nelle camere del lavoro, nelle sezioni di partito, nelle piazze, era lì che si aveva peso politico, ed era lì, era da lì, era concentrandosi e agendo lì e premendo da lì che si potevano avere gli effetti politici come quello che s’era avuto per la repubblica che loro del villaggio, malgrado tutti i rischi corsi e gli sforzi sostenuti, non avevano minimamente contribuito ad avere.
Su questo i cacciatori si trovarono ancora una volta a parlare di quello che erano le città loro, Modena MODENA, Bologna BOLOGNA, e di quello ch’era in Modena e Bologna la grande festa per la repubblica che vi aveva avuto inizio in giugno e non vi aveva più termine come se la festa fosse un modo di essere della repubblica che rendeva festoso anche l’andare al lavoro e il venirne via, e anche il semplice affacciarsi a una finestra, il semplice scendere o salire una scala, il semplice chiamare un amico che passa, il semplice sostare in combriccola dinanzi a un banco di bar, il semplice accendersi una sigaretta: con musica ovunque che sgorgava a rovesci da ogni porta; con ogni vetro di negozio o di casa che sfavillava dal tramonto all’alba di luce al neon e non al neon; con ogni strada trasformata in un giardino di bandiere, di rosse, di rosse e di tricolori, fisse dal due di giugno il giorno e la notte lungo i tre e i quattro e i cinque e più piani di entrambi i lati; con altoparlanti sotto i portici che riempivano ogni portico ogni sera alle sei dei clamori d’un nuovo comizio di piazza Ducale, di piazza Duomo, di piazza Santo Stefano, di piazza delle Arche, di piazza Maggiore; con flusso e riflusso ogni poco di voci e di passi che marciavano in sfilata; e con la gente che incedeva ovunque incontro ad altra gente, e magari correva, si precipitava, un gruppo incontro a un altro, una frotta incontro a un’altra, i meno incontro ai più, in modo di essere subito di più, ed essere in più, da uno due, e da due cinque, e da cinque quindici, senza mai nessuno che si adattasse a restare per la strada soltanto lui…
Gli occhi loro luccicavano via via che parlavano, e non era che per quello di cui parlavano, lo si vedeva: per la nostalgia e il rimpianto di non averlo anche quella sera; non per altro; non per l’uomo che potevano ancora cacciare; non per la caccia che potevano ancora riaprire, riprendere; passato era il piacere di pensarci; passato il pensiero stesso; lo si vedeva dagli occhi loro che luccicavano unicamente per quello che avevano tutti i giorni, tutte le sere, e una sera accadeva che non avevano.
Degli occhi cominciarono quindi a luccicare pure da loro del villaggio per le stesse cose di cui luccicavano i loro già di cacciatori.
«Ma dite» disse F. R. «Dite un po’… Uno troverebbe da vivere in città, se ora ci venisse?»
E aggiunse:
«Ci troverebbe lavoro?»
E ancora aggiunse, come se non fosse sicuro di essersi spiegato:
«Ci troverebbe da fare qualcosa per cui potesse mangiare, e tutto il resto, e vestirsi, eccetera. eccetera?»
**E. Vittorini, Le donne di Messina, in ID., Le opere narrative, vol. II, «I Meridiani», Mondadori, Milano 1974, cap. LXXVI, pp. 338-345. Nello stesso volume si leggano inoltre i capitoli LXXII-LXXV, pp. 311-338.









