"Considerazioni sull’intelligenza"
Lettura sul Lavoro II a cura di Stefano Esengrini
Apparso originariamente con il titolo "Sur la crise de l’Intelligence", questo saggio fu composto nel periodo compreso tra le due guerre mondiali, in un’epoca cioè segnata da una profonda crisi spirituale che colpì l’Europa e, più ampiamente, l’Occidente. La singolare riduzione del pensiero al mero calcolo poté così spianare la strada all'avvento di un mondo in cui il macchinismo finì per abbagliare l’uomo con i suoi apparenti progressi, privando ogni attività del suo tratto di compiutezza e rendendo operativa a tutti gli effetti la creazione di un uomo totalmente massificato e anonimo, ingranaggio quanto mai efficiente e, in questo senso, indispensabile ai regimi totalitari sorti nel XX secolo.
La crisi del pensiero
Preoccupiamoci innanzi tutto di sapere se
l’uomo diventa più sciocco, più ingenuo, più debole intellettualmente quando vi
è una crisi della comprensione o dell’invenzione… Ma chi lo avvertirà? Dove si
trovano i punti di riferimento di questo cambiamento della forza mentale? E
chi, se questi punti esistessero, potrebbe consultarli legittimamente?
Questa strana domanda a volte suggerisce
qualche idea. Ecco, per esempio, una specie di problema che vi propongo
esattamente come si è formulato dentro di me. Naturalmente non si tratta di
risolverlo.
Si tratta di cercare il modo in cui la vita
moderna, gli strumenti necessari di questa vita, le abitudini che ci impone,
possono modificare, da un lato, la fisiologia del nostro pensiero, ogni sorta
di percezione e soprattutto ciò che facciamo di queste percezioni o ciò che
accade in noi; dall’altro lato, il posto e il ruolo del pensiero stesso nelle
condizioni attuali della specie umana.
Fra altri argomenti, si tratterebbe di esaminare lo sviluppo di tutti
i mezzi che dispensano sempre di più il pensiero dagli sforzi più sgradevoli: i
metodi di fissaggio che danno sollievo alla memoria, le meravigliose macchine
che risparmiano il lavoro di calcolo della nostra testa, i simboli e i metodi
che permettono di far entrare una scienza intera in pochi segni, le straordinarie
facilità che abbiamo creato per far vedere ciò che un tempo bisognava
far capire, la registrazione diretta e la restituzione illimitata di
immagini, del loro susseguirsi, delle leggi stesse che regolano le loro
sostituzioni, e mille altre cose ancora!
Ci si potrebbe chiedere se un così gran numero di facilitazioni, di
ausiliari così potenti, non finiscano per ridurre poco per volta, nella comune
umanità, la forza della nostra attenzione e la capacità del lavoro mentale
continuo o di durata ordinata.
Osservate le nostre arti. Ci lamentiamo di non avere uno stile e ci
consoliamo dicendoci che i nostri discendenti ne troveranno sicuramente uno…
Ma come potrebbe crearsi uno stile? In altre parole, come sarebbe
possibile acquisire un tipo stabile, una formula generale di costruzione o di
rappresentazione (i quali sono sempre il frutto di esperienze abbastanza lunghe
e di una certa continuità nei gusti, nelle necessità e nei mezzi) quando
l’impazienza, la rapidità di esecuzione, le brusche variazioni della tecnica
incalzano le opere, e quando la condizione di novità è reclamata, da un
secolo ormai, dalle produzioni di ogni tipo?
E da dove viene questo bisogno di novità?…
Ci ripenseremo più tardi. Lasciamo che le domande si riproducano da sole.
Impazienza, dicevo poc’anzi… Addio lavori infinitamente lenti,
cattedrali di trecento anni, la cui interminabile crescita si adattava
stranamente alle variazioni e agli arricchimenti successivi che essa stessa
sembrava perseguire e quasi produrre nella sua altezza! Addio pittura
pazientemente ottenuta attraverso il sovrapporsi di trasparenze, di strati
chiari e sottili, ciascuno dei quali aspettava il successivo per settimane,
senza riguardo per il genio! Addio perfezione del linguaggio,
meditazioni letterarie e ricerche che vedevano le opere paragonabili, nello
stesso tempo, ad oggetti preziosi e a strumenti di precisione!… Eccoci nell’istante,
destinati agli effetti choc e di contrasto, e quasi costretti a captare
unicamente ciò che viene rivelato da uno stimolo casuale e che è suscitato da
esso. Ricerchiamo ed apprezziamo lo schizzo, l’abbozzo, le prime
redazioni. La nozione stessa di compiutezza è quasi cancellata.
Il macchinismo
Il fatto è che il tempo è passato, quel tempo in cui il tempo non
contava. L’uomo di oggi non coltiva affatto ciò che non può venir abbreviato.
L’attesa e la costanza sono un peso nella nostra epoca, la quale tenta di
liberarsi dal suo compito con gran dispendio di energia.
La messa in gioco, la messa in atto di questa energia necessita il macchinismo,
e il macchinismo è ciò che governa veramente la nostra epoca. Resta da vedere a
che prezzo paghiamo i suoi immensi servigi, con quale moneta l’Intelligenza
paga la propria libertà, e se la crescita di potenza, di precisione, di
rapidità non avrà ripercussioni sull’essere che la desidera e che la ottiene
dalla natura.
All'uomo moderno capita talvolta di essere sopraffatto dal numero e dalla grandezza dei suoi stessi mezzi. La nostra civiltà tende a renderci indispensabile un intero sistema di meraviglie, nate dal lavoro appassionato ed organizzato di un numero abbastanza grande di uomini grandissimi e da una miriade di piccoli. Ognuno di noi gode dei benefici, porta il peso, riceve il prodotto di questo secolare insieme di verità e di ricette capitalizzate. Nessuno di noi è in grado di fare a meno di questa enorme eredità; nessuno di noi è in grado di sopportarla. Non vi è un solo uomo che riesca anche soltanto ad immaginare questo schiacciante insieme. Ed è per questo motivo che i problemi politici, militari, economici diventano così difficili da risolvere, i dirigenti diventano così rari e gli errori di dettaglio così poco trascurabili. Assistiamo alla scomparsa dell’uomo che poteva essere completo, come anche a quella dell’uomo che poteva materialmente bastare a se stesso. Notevole diminuzione dell’autonomia, depressione della sensazione di autocontrollo e corrispondente aumento della fiducia nella collaborazione, ecc.
La macchina governa. La vita umana è da lei
rigorosamente incatenata, sottomessa ai voleri terribilmente esatti dei
meccanismi. Queste creature dell’uomo sono esigenti. Adesso reagiscono contro i
loro creatori e modellano questi ultimi sul loro stampo. Esse hanno bisogno di
umani ben addestrati, di cui, poco per volta, cancellano le differenze,
rendendoli conformi al loro funzionamento regolare e all’uniformità del loro
regime. Queste macchine si costruiscono, quindi, un’umanità su misura, quasi a
loro immagine.
Vi è una sorta di patto fra la macchina e noi stessi, un patto
paragonabile a quei terribili legami che il sistema nervoso stringe con i
demoni subdoli della categoria delle sostanze tossiche. Più la macchina ci
sembra utile, più questa lo diventa; più lo diventa, più noi diventiamo incompleti,
incapaci di farne a meno. La reciproca dell’utile esiste.
[...]
Ciascuno di noi è un elemento di qualcuno di questi sistemi, o
meglio, appartiene sempre a più sistemi diversi; noi abbandoniamo a ciascuno di
questi sistemi una parte della proprietà che abbiamo di noi stessi, nello
stesso modo in cui desumiamo da essi una parte della nostra definizione sociale
e della nostra licenza ad essere. Siamo tutti cittadini, soldati, contribuenti,
uomini con un certo mestiere, sostenitori di un certo partito, figli di una
certa religione, membri di una certa organizzazione, di un certo club.
Far parte…è una
straordinaria espressione. In un certo qual modo siamo diventati, attraverso
l’indagine e l’analisi della massa umana (le quali si fanno sempre più precise
e minuziose), delle entità ben definite. In quanto tali, siamo solamente degli
oggetti di speculazione, delle vere e proprie cose. A questo punto sono
costretto a pronunciare delle parole prive di indulgenza, e sono costretto a
scrivere con terrore che l’irresponsabilità, l’intercambiabilità,
l’interdipendenza, l’uniformità dei costumi, delle maniere e
anche dei sogni, stanno conquistando il genere
umano. Sembra che anche i sessi stessi non si debbano più distinguere fra loro
se non per i caratteri anatomici.
La nostra civiltà acquisisce, o tende ad acquisire, la struttura e le
qualità di una macchina, come ho potuto indicare prima. La macchina non
sopporta che il suo potere non sia universale, e che vi siano esseri che
rimangono estranei ai suoi meccanismi, estranei al suo funzionamento. D’altro
canto essa non può adattarsi a esistenze indefinite nel suo campo d’azione. La
sua esattezza, che è per lei essenziale, non può ammettere il vago né il capriccio
sociale; il suo buon funzionamento è incompatibile con le situazioni
irregolari. Non può accettare che vi sia qualcuno il cui ruolo e le cui
condizioni di vita non siano definiti con esattezza. Essa tende ad eliminare gli individui imprecisi secondo il
suo punto di vista, e a classificare nuovamente gli altri, senza considerazione
alcuna per il passato e anche il futuro della specie.
Essa ha cominciato con l’affrontare le popolazioni meno organizzate
che esistevano sulla terra. Una certa legge (la quale si associa a quella legge
primitiva che pone il bisogno e l’idea di forza come altrettanti impulsi
aggressivi) vuole che si produca immancabilmente un movimento offensivo da
parte di colui che è più organizzato contro il meno organizzato.
La macchina, e cioè il mondo occidentale, non poteva non prendersela,
un giorno, con questi uomini indefiniti, talvolta incommensurabili, che
scopriva in se stessa.
Assistiamo quindi all’attacco contro la massa indefinita da parte
della volontà o della necessità di definizione. Leggi fiscali, leggi
economiche, regolamentazione del lavoro, e soprattutto profonde modifiche della
tecnica generale, tutto si prodiga ad enumerare, ad assimilare, a livellare, ad
inquadrare, ad ordinare questa popolazione interna di indefinibili e di isolati
per natura, la quale costituisce una parte degli intellettuali,
considerando che l’altra parte, più facilmente assorbibile, dovrà essere
definita e classificata nuovamente.
Tratto da: P. Valéry, La crisi del pensiero e altri «saggi quasi politici», il Mulino, Bologna 1994, pp. 83-101.









