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"Anna Karénina" (1875-1877)

Lettura sul Lavoro XIII a cura di Stefano Esengrini





«A Kostantín Lévin, Tolstòj ha attribuito moltissimi aspetti della propria natura: la felicità animalesca, la violenza, l’orgoglio, lo spirito duro e tagliente, il passo nervoso e veloce, la proterva sincerità, gli eterni scrupoli, le eterne contraddizioni, il nostalgico desiderio del bene assoluto. Ma, per farlo urtare contro il muro insuperabile dell’angoscia, gli ha tolto le proprie qualità fondamentali: la leggerezza demoniaca con cui attraversava ogni dolore, e la leggerezza non meno demoniaca con cui la sua penna copriva i bianchi fogli di carta. Lévin abita in un mondo molto più semplice e limitato di quello incomprensibile del suo creatore. Concima i campi, alleva il bestiame, taglia l’erba dei prati lasciandosi trascinare dal movimento regolare e preciso della falce; consiglia i suoi contadini, pianta alberi, va a caccia di uccelli e di api, come se sopra tutta la terra esistesse soltanto la sua isola patriarcale. Tuttavia quest’isola, dove Kitty raccoglie lo slancio del proprio amore, non può soddisfare Lévin. Sopra la vita di ogni giorno, egli sente allargarsi l’ombra della morte, che oscura il cielo come un’eclissi. La vede dovunque: negli occhi del fratello che muore, in tutti i corpi vivi e amati che lo circondano, in se stesso, nel cavallo che trascina a stento il ventre gonfio, e perfino nella giovane contadina con la giacchetta rossa, che toglie le spighe dalla pula con un movimento così agile e delicato. Ma se la morte esiste, quale senso ha la vita?» (Pietro Citati).

 

        Dal momento in cui nel veder l’amato fratello morente Lévin aveva guardato per la prima volta la questione della vita e della morte attraverso le nuove convinzioni, com’egli le chiamava, che insensibilmente per lui nel periodo dai venti ai trentaquattro anni avevano sostituite le sue credenze infantili e giovanili, aveva provato orrore non tanto della morte, quanto della vita senza la minima conoscenza di ciò che essa è, donde viene, a che scopo e perché. L’organismo, la sua distruzione, l’indistruttibilità della materia, la legge di conservazione della forza, l’evoluzione, erano le parole che in lui avevan preso il posto della fede di prima. Queste parole e i concetti con esse collegati erano molto buoni per gli scopi intellettuali; ma per la vita non davano nulla, e Lévin si sentì a un tratto nella situazione d’un uomo che abbia scambiata una pelliccia calda con un vestito di mussolina e che per la prima volta al gelo si persuada in modo indubitabile, non con ragionamenti, ma con tutto il suo essere, che per lui è come se fosse nudo e che deve inevitabilmente perire in modo tormentoso.
         Da quel momento, pur non rendendosene conto e seguitando a vivere come prima, Lévin non aveva cessato di provare questo terrore per la propria ignoranza.
         Inoltre, sentiva confusamente che quel ch’egli chiamava le sue convinzioni era non solo ignoranza, ma era un modo di pensare col quale era impossibile la conoscenza di ciò che gli abbisognava.
         Nel primo tempo del matrimonio, le nuove gioie e i nuovi doveri da lui conosciuti avevano completamente soffocato questi pensieri; ma negli ultimi tempi, dopo il parto della moglie, quand’aveva vissuto a Mosca senza lavoro, a Lévin era cominciato ad apparire sempre più spesso e sempre più insistente un problema che voleva una risoluzione.
         Il problema per lui consisteva in quel che segue: «se io non riconosco quelle risposte che dà il cristianesimo alle domande della mia vita, allora che risposte riconosco?» E non poteva in nessun modo trovare in tutto l’arsenale delle proprie convinzioni non solo qualche risposta, ma nulla di simile a una risposta.
         Era nella situazione d’un uomo che cercasse il cibo nelle botteghe di giocattoli e d’armi.
         Involontariamente, senza averne egli stesso coscienza, adesso in ogni libro, in ogni conversazione, in ogni persona cercava i rapporti con queste questioni e la loro risoluzione.
         Più di tutto allora lo stupiva e lo sconvolgeva il fatto che la maggioranza delle persone del suo ambiente e della sua età., avendo scambiato, come lui, le credenze di prima con le stesse convinzioni nuove che aveva lui, non ci vedevano nessun guaio ed erano affatto contente e tranquille. Sicché, oltre alla questione principale, ancora altre questioni tormentavano Lévin: erano sincere quelle persone? non fingevano? oppure non capivano in qualche modo altrimenti, più chiaramente di lui, le risposte che dava la scienza alle questioni che lo interessavano? Ed egli studiava accuratamente e le opinioni di quelle persone, e i libri che esprimevan quelle risposte.
         Una cosa che aveva trovata, da che queste questioni avevano cominciato a interessarlo, era che si sbagliava supponendo dai ricordi del suo giovanile ambiente universitario che la religione avesse già fatto il suo tempo e che essa non esistesse più. Tutte le persone buone a lui vicine per genere di vita credevano. E il vecchio principe, e Lvov, che gli era piaciuto tanto, e Serghjéj Ivànovič, e tutte le donne credevano, e sua moglie credeva così com’egli aveva creduto nella prima infanzia, e novantanove centesimi del popolo russo, tutto quel popolo la cui vita gli ispirava il maggior rispetto, credevano.
         Un’altra cosa era che, avendo letti molti libri, s’era persuaso che le persone e quali condividevano le sue opinioni non sottintendevano null’altro e, senza spiegar nulla, negavano soltanto quelle questioni, senza la risposta alle quali egli sentiva di non poter vivere, ma cercavan di risolvere questioni affatto diverse, che non lo potevano interessare, come, per esempio, quella dell’evoluzione degli organismi, quella della spiegazione meccanica dell’anima e simili.
         Inoltre, durante il parto della moglie gli era accaduto un avvenimento per lui straordinario. Lui, miscredente, si era messo a pregare e nel momento in cui aveva pregato credeva. Ma quel momento era passato, e a quello stato d’animo d’allora egli non poteva dare alcun posto nella propria vita.
         Non poteva riconoscere che allora conosceva la verità e ora si sbagliava; perché, non appena cominciava a pensare a questo con calma, tutto si rompeva in mille pezzi; non poteva riconoscere nemmeno che allora si sbagliava perché aveva caro lo stato d’animo d’allora, e, riconoscendolo un risultato della debolezza, avrebbe macchiati quei momenti. Era in un tormentoso disaccordo con se medesimo e tendeva tutte le forze dell’animo per uscirne.



*

         Questi pensieri lo facevano soffrire e lo tormentavano ora più debolmente, ora più forte, ma non lo abbandonavano mai. Leggeva e pensava, e quanto più leggeva e pensava, tanto più lontano si sentiva dallo scopo che perseguiva.
         Negli ultimi tempi a Mosca e in campagna, convintosi che nei materialisti non avrebbe trovata una risposta, aveva riletto o letto e Platone, e Spinoza, e Kant, e Schelling, e Hegel, e Schopenhauer, quei filosofi che spiegavan la vita non materialisticamente.
         I pensieri gli sembravan fecondi quando o leggeva, o escogitava da sé confutazioni contro altre dottrine, in particolar modo contro le materialistiche; ma non appena leggeva e escogitava da sé la risoluzione delle questioni, si ripeteva sempre la medesima cosa. Seguendo una lunga definizione di parole oscure, come: spirito, volontà, libertà, sostanza, entrando apposta in quella trappola di parole che gli ponevano i filosofi o lui a se stesso, cominciava come a capire qualcosa. Ma bastava dimenticare l’artificioso corso di pensiero e dalla vita tornare a quello che lo soddisfaceva quand’egli pensava seguendo un filo dato, e a un tratto tutto quell’edificio artificioso crollava come un castello di carte, ed era chiaro che l’edificio era stato fatto con quelle medesime parole trasposte, indipendentemente da qualcosa che nella vita era più importante della ragione.
         Un certo tempo, leggendo Schopenhauer, sostituì al posto della sua volontà l’amore, e questa nuova filosofia per circa due giorni, finché non se ne allontanò, lo consolò; ma crollò esattamente nello stesso modo, quando poi la guardò dalla vita, e apparve un vestito di mussolina, che non teneva caldo.
         Suo fratello Serghjéj Ivànovič gli consigliò di leggere le opere teologiche di Chomjakòv. Lévin lesse il secondo volume delle opere di Chomjakòv e, malgrado il tono polemico, elegante e spiritoso che dapprincipio l’aveva allontanato, fu colpito in esso dalla dottrina sulla Chiesa. Lo colpì dapprincipio il pensiero che la comprensione delle verità divine non era data all’uomo, ma era data all’insieme degli uomini uniti dall’amore alla Chiesa. Lo rallegrò il pensiero di come fosse più facile credere alla Chiesa esistente, vivente adesso, che costituiva tutte le credenze degli uomini, che aveva a capo Iddio e perciò era santa e infallibile, e da essa poi accoglier le credenze in Dio, nella creazione, nella caduta, nella redenzione, che non cominciare da Dio, da un Dio lontano, misterioso, dalla creazione, ecc. Ma, avendo poi letta una storia della Chiesa di uno scrittore cattolico e una storia della Chiesa d’uno scrittore ortodosso e visto che tutt’e due le Chiese, infallibili per loro natura, si negavano l’un l’altra, egli si disilluse anche della dottrina di Chomjakòv sulla Chiesa, e quest’edificio si disfece in polvere al pari delle costruzioni filosofiche.
         Tutta quella primavera fu fuori di sé e visse momenti orribili.
         «Senza la conoscenza di quel che sono e perché sono qui non si può vivere. E saperlo non posso, di conseguenza non si può vivere», si diceva Lévin.
         «Nel tempo infinito, nell’infinità della materia, nello spazio infinito vien fuori la bollicina d’un organismo, e questa bollicina si tiene un po’ su e scoppia, e questa bollicina sono io».
         Era una tormentosa bugia, ma era l’unico, l’ultimo risultato dei lavori secolari del pensiero umano in quella direzione.
         Era quell’ultima credenza in cui s’inquadravano tutte le ricerche del pensiero umano in quasi tutti i campi. Era la convinzione che regnava, e Lévin fra tutte le altre spiegazioni assimilò proprio questa, come tuttavia più chiara, non sapendo lui stesso quando e come.
         Ma questa non solo era bugia, era la crudele canzonatura d’una certa malvagia forza, malvagia, disgustosa e tale che non ci si poteva sottomettere.
         Bisognava liberarsi da questa forza. E la liberazione era nelle mani d’ognuno. Bisogna far cessare questa dipendenza dalla malvagità. E c’era un solo mezzo: la morte.
         E, padre di famiglia felice, uomo sano, Lévin fu parecchie volte così vicino al suicidio, che nascose un lacciolo, per non impiccarsi, e aveva paura ad andar col fucile, per non spararsi.
         Ma Lévin non si sparò e non s’impiccò e seguitò a vivere.



*

         Quando Lévin pensava a quel ch’egli era e per che cosa viveva, non trovava una risposta e si dava alla disperazione; ma quando cessava di domanderselo, pareva sapesse e che cos’era e per che cosa viveva, perché agiva e viveva in modo fermo e deciso; anzi in quegli ultimi tempi viveva con molta più fermezza e decisione di prima.
         Tornato in campagna al principio di giugno, era tornato anche alle sue solite occupazioni. L’azienda rurale, i rapporti coi mužikí e i vicini, l’azienda domestica, gli affari della sorella e del fratello, che gli erano sulle braccia, i rapporti con la moglie, i parenti, le preoccupazioni per il bambino, la nuova caccia alle api, cui s’era appassionato dalla primavera, occupavano tutto il suo tempo.
         Questi affari lo occupavano non perché egli li giustificasse per sé con qualche punto di vista generale, come soleva farlo prima; al contrario, adesso, da una parte, essendosi disilluso per l’insuccesso delle imprese di prima in pro della comune utilità, d’altra parte, essendo troppo occupato dai suoi pensieri e dalla stessa quantità degli affari, che gli piombavano addosso da tutte le parti, aveva completamente abbandonato qualsiasi considerazione sulla comune utilità, e questi affari lo occupavano soltanto perché gli pareva di dover fare quel che faceva, di non potere altrimenti.
         Prima (la cosa era cominciata quasi dall’infanzia e si era accentuata sempre più fino alla piena virilità), quand’egli cercava di far qualcosa che facesse del bene a tutti, all’umanità, alla Russia, a tutto il villaggio, aveva notato che i pensieri al riguardo eran piacevoli, ma l’attività stessa era sempre scucita, non c’era la piena sicurezza che l’opera fosse indispensabilmente necessaria, e la stessa attività, che dapprincipio sembrava così grande, diminuiva sempre più, si riduceva a nulla; adesso invece, quando, dopo il matrimonio, egli aveva cominciato a limitarsi sempre più a vivere per se stesso, benché non provasse più nessuna gioia al pensiero della propria attività, sentiva la sicurezza che la sua opera era indispensabile, vedeva che riusciva molto meglio di prima, e che diventava sempre maggiore.
         Adesso, come contro la propria volontà, egli si conficcava sempre più profondamente nella terra come un aratro, sicché ormai non poteva neppur uscirne senza rivoltare il solco.
         Che la famiglia vivesse com’erano abituati a vivere i padri e i nonni, cioè nelle medesime condizioni d’istruzione, e nelle medesime fossero educati i figlioli, era indubbiamente necessario. Era altrettanto necessario come pranzare quando s’aveva voglia di mangiare; e per questo era altrettanto necessario come preparare il pranzo condurre la macchina economica a Pokròvskoje in modo che vi fossero dei redditi. Altrettanto indubbiamente come bisogna pagare un debito, bisognava tenere la terra patrimoniale in una situazione tale che il figlio, ricevutala in eredità, dicesse grazie al padre nello stesso modo come Lévin aveva detto grazie al nonno per tutto quel che aveva costruito e piantato. E per questo non bisognava affittar la terra, ma coltivarla da sé, tenere il bestiame, concimare i campi, piantar boschi.
         Non si poteva non fare gli affari di Serghjéj Ivànovič, della sorella, di tutti i mužikí che venivano a chieder consigli e vi si erano abituati, come non si può abbandonare un bambino che si tenga già in braccio. Bisognava prendersi cura delle comodità della cognata invitata coi figlioli e della moglie col bambino e non si poteva non star con loro sia pure una piccola parte della giornata.
         E tutto questo, insieme con la caccia alla selvaggina e la nuova caccia alle api, riempiva tutta quella vita di Lévin, che non aveva nessun senso per lui, quando pensava.
         Ma, oltre al fatto che Lévin sapeva bene cosa doveva fare, esattamente nello stesso modo egli sapeva come doveva far tutto questo e quale affare era pin importante d’un altro.
         Sapeva che si dovevano assumere i lavoratori al miglior prezzo possibile; ma prenderli in servitù, dando i denari anticipatamente, a miglior prezzo di quanto costassero, non bisognava, quantunque questo fosse di molto profitto. Vender la paglia ai mužikí durante la carestia si poteva, quantunque se ne avesse compassione; ma la locanda e la bettola, benché dessero un reddito, bisognava distruggerle. Per il taglio dei boschi bisognava punire il più severamente possibile, ma per il bestiame fatto pascolare abusivamente non si potevan prendere multe; e benché questo addolorasse i guardiani e distruggesse il timore, non si poteva non lasciar andare il bestiame fatto pascolare abusivamente.
         A Pjòtr, che pagava il dieci per cento al mese a un usuraio, bisognava fare un prestito per riscattarlo; ma non si poteva condonare né differire il canone ai mužikí insolventi. Non si poteva lasciar passare all’amministrazione che un praticello non fosse stato falciato e l’erba si fosse perduta per niente; ma non si potevano anche falciare le ottanta desjatini dov’era stato piantato un bosco giovane. Non si poteva perdonare un lavoratore che al tempo del lavoro se n’era andato a casa perché gli era morto il padre – per quanta pietà suscitasse, – e bisognava pagarlo di meno per i mesi cari in cui non aveva lavorato; ma non si poteva anche non dare la razione mensile alla vecchia servitù, che non serviva a nulla.
         Lévin sapeva anche che, tornando a casa, bisognava prima di tutto andar dalla moglie che stava poco bene, mentre i mužikí che l’aspettavan già da tre ore potevano aspettare ancora, e sapeva che, malgrado tutto il piacere da lui provato a metter dentro uno sciame, bisognava privarsi di questo piacere e, lasciato al vecchio di mettere dentro lo sciame senza di lui, andar a ragionare coi mužikí che l’avevano trovato nell’arniaio.
         Se agiva bene o male non lo sapeva, e non soltanto non si sarebbe messo adesso a dimostrarlo, ma evitava discorsi e pensieri in proposito.
         I ragionamenti lo portavano a dubbi e gli impedivano di vedere quel che si doveva e quel che non si doveva fare. Quando invece non pensava, ma viveva, sentiva incessantemente nell’animo suo la presenza d’un giudice infallibile che decideva quale di due azioni possibili fosse migliore e quale peggiore, e, non appena agiva non così come si doveva, lo sentiva immediatamente.
         Così egli viveva, non sapendo e non vedendo la possibilità di sapere che cos’era e perché viveva al mondo, e tormentandosi per quest’ignoranza fino a tal punto, che aveva paura del suicidio, e nello stesso tempo aprendosi nella vita con fermezza la sua strada particolare e definita.



*

         Il giorno in cui Serghjéj Ivànovič arrivò a Pokròvskoje, Lévin era in una delle sue giornate più tormentose.
         Era il periodo più affrettato dei lavori, quando in tutto il popolo si manifesta una così straordinaria tensione di spirito di sacrificio nel lavoro, come non si manifesta mai in altre condizioni di vita e che sarebbe altamente pregiata se le persone che dimostrano queste qualità le apprezzassero loro stesse, se essa non si ripetesse ogni anno e se le conseguenze di questa tensione non fossero così semplici.
         Falciare e mietere la segala e l’avena e trasportarle, finir di falciare i prati, dividere a mezzo il maggese, sgranare le sementi e seminare il grano autunnale, tutto questo sembra semplice e ordinario; ma per giungere a far questo bisogna che dal grande al piccino tutta la gente di campagna lavori incessantemente in quelle tre o quattro settimane tre volte di più del solito, nutrendosi di kvas, di cipolla e di pan nero, battendo e portando di notte i covoni e dedicando al sonno non più di due ore al giorno. E questo si fa ogni anno per tutta la Russia.
         Avendo vissuto la maggior parte della sua vita in campagna e in intimi rapporto col popolo, Lévin nel periodo del lavoro sentiva sempre che quella generale eccitazione popolare si comunicava anche a lui.
         Fin dalla mattina era andato alla prima seminagione della segala, a veder l’avena che portavano alle biche, e, tornato a casa per l’ora in cui si levavano la moglie e la cognata, aveva bevuto il caffè con loro e se n’era andato a piedi a una fattoria dove dovevano far andare una battitrice impiantata di recente per la preparazione delle sementi.
         Tutto quel giorno Lévin, discorrendo con l’amministratore e i mužikí e a casa discorrendo con la moglie, con Dolly, coi suoi bambini, col suocero, pensava sempre all’unica cosa che lo occupava in quel tempo oltre alle cure dell’azienda, e in tutto cercava rapporti con la propria domanda: «Che sono mai io? e dove sono? e perché sono qui?»
         Stando ritto al fresco d’un granaio novellamente coperto con le foglie odorose non staccate ancora d’una grata di nocciòlo, premuta contro i freschi travicelli di alberella scortecciati del tetto di paglia, Lévin guardava ora attraverso il portone aperto, in cui si pigiava e saltellava la secca e amara polvere della battitura, l’erba dell’aia illuminata dal sole caldo e la paglia fresca, appena portata fuori da una tettoia, ora le rondini dal capo variegato, dal petto bianco, che con un fischio entravan volando sotto il tetto e, battendo le ali, si fermavano nei vani del portone, ora la gente che formicolava nel granaio scuro e polveroso, e pensava strani pensieri:
         «Perché si fa tutto questo? – egli pensava. – Perché io sto qui, li costringo a lavorare? come mai sono tutti in faccende e cercano di far vedere alla mia presenza il proprio zelo? Come mai si sforza questa vecchia Matrjòna, mia conoscente? (L’ho curata quando nell’incendio le cadde addosso la trave di sostegno), – egli pensava, guardando una bàba magra che, movendo il grano col rastrello, camminava con sforzo per l’aia diseguale e scabra coi piedi nudi nero-abbronzati. – Allora è guarita, ma oggi o domani, fra dieci anni la sotterreranno e non rimarrà nulla né di lei, né di quest’elegantona con la giacchetta rossa, che toglie la spiga dalla mondiglia con un movimento così agile, delicato. Anche lei sotterreranno, e questo castrone pezzato molto presto, – egli pensava, guardando un cavallo che trascinava il ventre con fatica e respirava sovente con le narici gonfiate, oltrepassando una ruota inclinata che si moveva di sotto ad esso, – lo sotterreranno, e anche il porgitore Fjòdor con la sua barba ricciuta, piena di mondiglia e la camicia strappata sulla spalla bianca, lo sotterreranno. E lui rompe i covoni, e comanda qualcosa, e sgrida le bàby, e con un rapido movimento accomoda la cinghia del volante. E soprattutto non soltanto loro, ma me sotterreranno, e non ne rimarrà nulla. Per che cosa?»
         Pensava questo e nello stesso tempo guardava l’orologio, per calcolare quanto battevano all’ora. Aveva bisogno di saperlo, per dare il compito per la giornata, giudicando da questo. «Presto sarà un’ora, e hanno cominciato soltanto il terzo mucchio», pensò Lévin, si avvicinò al porgitore e, gridando più forte del rumore della macchina, gli disse di spinger più rado. – Ne porgi molto alla volta, Fjòdor! Vedi, si chiude, per questo non dà profitto. Eguaglia! Fjòdor, annerito dalla polvere appiccicatasi al viso sudato, gridò qualcosa in risposta, ma continuava a non fare come voleva Lévin.
         Lévin, avvicinatosi al tamburo, allontanò Fjòdor, e si mise lui stesso a porgere.
         Dopo aver lavorato fino al pranzo dei mužikí, prima del quale non rimaneva molto tempo, uscì dal granaio insieme col porgitore e si mise a parlare con lui, fermandosi accanto a una bica gialla di segala mietuta disposta con precisione sull’aia per la semente. Il porgitore era d’un villaggio lontano, di quello in cui Lévin prima aveva assegnata la terra all’artél. Adesso era data in affitto al portinaio.
         Lévin si mise a parlare di questa terra col porgitore Fjòdor e domandò se per l’anno prossimo non avrebbe presa la terra Platòn, un ricco e buon mužik del medesimo villaggio.
         – Il prezzo é caro, Platòn non può guadagnarci, Konstantín Dmítrievič, – rispose il mužik, tirando fuori delle spighe dal seno sudato.
         – Ma come mai Kiríllov guadagna?
         – Mitjúcha (cosi il mužik chiamò sprezzantemente il portinaio), Konstantín Dmítrievič, come non dovrebbe guadagnare! Lui pigia, e tira fuori il suo. Non ha compassione d’un cristiano. Ma zio Fokànyč (cosi egli chiamava il vecchio Platòn) si metterà forse a strappare la pelle all’uomo? Dove darà a credito, dove anche diminuirà. E non giungerà a guadagnare. Agisce anche lui da uomo.
         – Ma perché mai diminuirà?
         – Ma così, vuol dire che le persone son diverse; un uomo vive soltanto per il suo bisogno, per esempio Mitjúcha, si riempie soltanto la pancia, ma Fokànyč è un vecchio veritiero. Vive per l’anima. Si ricorda di Dio.
         – Come si ricorda di Dio? Come vive per l’anima? – gridò quasi Lévin.
         – È noto come: secondo la verità, secondo il volere di Dio. Perché le persone son diverse. Ecco, prendiamo magari voi, anche voi non offendereste un uomo…
         – Sì, sì, addio! – proferì Lévin, ansando dall’agitazione, e, voltatosi, prese il suo bastone e andò via rapidamente verso casa. Alle parole del mužik su Fokànyč che viveva per l’anima, secondo verità, secondo il volere di Dio, dei pensieri confusi, ma significativi pareva avessero fatto irruzione in folla chi sa da dove, venendo dal chiuso, e, tendendo tutti verso una sola meta, si fossero messi a turbinare nel suo capo, accecandolo con la loro luce.



*

         Lévin camminava a gran passi per la strada maestra, prestando ascolto non tanto ai propri pensieri (non poteva ancora distinguerli), quanto allo stato d’animo, prima non mai da lui sperimentato.
         Le parole dette dal mužik avevano prodotta nell’animo suo l’azione d’una scintilla elettrica, che avesse trasformato e unito in una cosa sola tutto uno sciame di pensieri scompagnati, impotenti, divisi, che non avevano mai cessato di occuparlo. Questi pensieri lo occupavano senza ch’egli stesso se n’accorgesse anche nel momento in cui parlava dell’assegnazione della terra.
         Sentiva nell’animo suo qualcosa di nuovo e palpava con godimento questa cosa nuova, non sapendo ancora che fosse.
         «Vivere non per i propri bisogni, ma per Dio. Per quale Dio? E cosa si può dire di più insensato di quel ch’egli ha detto? Ha detto che non bisogna vivere per i propri bisogni, cioè che non bisogna vivere per quel che comprendiamo, verso cui siamo attratti, di cui sentiamo desiderio, ma bisogna vivere per qualcosa d’incomprensibile, per Dio, che nessuno può né capire, né definire. E allora? Non ho capite queste insensate parole di Fjòdor? E, capitele, ho dubitato della loro giustezza? le ho giudicate sciocche, poco chiare, inesatte? «No, l’ho capito e proprio così come capisce lui, ho capito pienamente e con più chiarezza ch’io non capisca qualunque altra cosa nella vita, e mai nella mia vita ho dubitato né posso dubitare di questo. E non io solo, ma tutti, tutto il mondo capiscono pienamente questa sola cosa e di questa sola cosa non dubitano e vi consentono sempre.
         «E io cercavo dei miracoli, mi rammaricavo di non aver visto un miracolo, che mi avesse persuaso. Un miracolo materiale mi avrebbe sedotto. Ed ecco un miracolo, l’unico possibile, che esiste continuamente, che mi circonda da tutte le parti, e io non me n’accorgevo! «Fjòdor dice che il portinaio Kiríllov vive per la pancia. È comprensibile e ragionevole. Noi tutti, come esseri ragionevoli, non possiamo vivere altrimenti che per la pancia. E a un tratto il medesimo Fjòdor dice che vivere per la pancia è male, ma bisogna vivere per la verità, per Dio, e io lo capisco da un accenno! E io, e i milioni di persone che hanno vissuto secoli fa e vivono adesso, i mužikí, i poveri di spirito e i saggi, che hanno pensato e scritto su questo, che dicono lo stesso con la loro lingua confusa, noi tutti consentiamo in questa sola cosa: perché si debba vivere e cosa sia bene. Io con tutte le persone ho soltanto un’unica conoscenza ferma, indubitabile e chiara; e questa conoscenza non può essere spiegata con la ragione: è all’infuori di essa e non ha nessuna causa e non può avere nessun effetto.
         «Se il bene ha una causa, non è più bene; se ha un effetto, la ricompensa, pure non è bene.
        Perciò, il bene è all’infuori della catena delle cause e degli effetti.
         «E questo appunto lo so, e tutti lo sappiamo.
         «Quale miracolo può mai esser più grande di questo?
         «Possibile che io abbia trovata la risoluzione di tutto, possibile che adesso sian finite le mie sofferenze? » pensava Lévin, camminando per la strada polverosa, senza notare né il caldo, né la stanchezza e provando un senso di placamento d’una lunga sofferenza. Questo sentimento era così gioioso, che gli sembrava inverosimile. Ansimava per l’agitazione e, non avendo la forza d’andare avanti, scese dalla strada nel bosco e si sedette all’ombra delle alberelle sull’erba non falciata. Tolse il cappello dalla testa sudata e si coricò, appoggiandosi a un braccio, sulla sugosa erba del bosco simile alla bardana.
         «Sì, bisogna chiarirselo e capire», egli pensava, guardando fisso l’erba non calpestata che era dinanzi a lui, e seguendo i movimenti d’un piccolo scarabeo verde, che saliva per lo stelo d’un agropiro ed era trattenuto nella sua salita dalla foglia d’un pié di capra. «Che ho scoperto? – egli si domandò voltando dall’altra parte la foglia del pié di capra perché non desse noia allo scarabeino, e piegando un altro filo d’erba, perché lo scarabeino passasse su di esso. – Che mi rallegra? che ho scoperto?
         «Non ho scoperto nulla. Ho soltanto imparato a conoscere quel che sapevo. Ho capita la forza che non nel solo passato mi ha data la vita, ma adesso mi dà la vita. Mi son liberato da un inganno, ho imparato a conoscere un padrone.
         «Prima dicevo che nel mio corpo, nel corpo di questo filo d’erba e di questo scarabeino (ecco che non ha voluto andar sul filo d’erba, ha raddrizzate le ali ed è volato via) si compieva secondo le leggi fisiche, chimiche, fisiologiche uno scambio di materia. E in tutti noi, insieme con le alberelle, e con le nubi, e con le nebulose si compieva un’evoluzione.
        Evoluzione da cosa? verso cosa? Un’infinita evoluzione e lotta… Come se ci potesse essere una qualche direzione e una lotta nell’infinito! E mi stupivo che, malgrado la più gran tensione di pensiero su questa strada, non mi si scoprisse tuttavia il senso della vita, il senso dei miei impulsi e delle mie aspirazioni. Adesso invece dico che so il senso della mia vita: vivere per Dio, per l’anima. E questo senso, malgrado la sua chiarezza, è misterioso e meraviglioso. Tale è anche il senso di tutto quel che esiste. Sì, superbia», si diss’egli, buttandosi sul ventre e cominciando a legare a nodo gli steli delle erbe, cercando di non spezzarli.
         «E non soltanto superbia dell’intelletto, ma sciocchezza dell’intelletto. E soprattutto marioleria, proprio marioleria dell’intelletto. Proprio frode dell’intelletto », egli ripeté. E ripeté in breve a se stesso tutto il cammino del proprio pensiero in quegli ultimi due anni, il cui principio era una chiara, evidente idea della morte alla vista dell’amato fratello malato senza speranza.
         Avendo allora per la prima volta capito chiaramente che per ogni uomo e per lui innanzi non c’era nulla, oltre alla sofferenza, alla morte e all’eterno oblio, aveva presa la determinazione che così non si poteva vivere, che bisognava o spiegar la propria vita in modo che essa non apparisse la malvagia irrisione d’un qualche diavolo, o spararsi.
         Ma non aveva fatta né l’una casa, né l’altra, sibbene aveva seguitato a vivere, a pensare e a sentire e in quello stesso tempo aveva perfino preso moglie e provate molte gioie ed era stato felice, quando non pensava al significato della propria vita.
         Che significava mai questo? Significava ch’egli aveva vissuto bene, ma aveva pensato male.
         Aveva vissuto (senza averne coscienza) di quelle verità spirituali che aveva succhiate col latte, e aveva pensato non soltanto senza riconoscere queste verità, ma eludendole con cura.
         Adesso gli era chiaro che aveva potuto vivere soltanto grazie a quelle credenze in cui era stato educato.
         «Che cosa sarei e come avrei vissuta la mia vita, se non avessi queste credenze, non sapessi che bisogna vivere per Dio, e non per i propri bisogni? Ruberei, mentirei, ucciderei. Nulla di quello che costituisce le gioie principali della mia vita esisterebbe per me». E, facendo i maggiori sforzi di immaginazione, tuttavia non poteva immaginarsi quell’essere ferino che lui stesso sarebbe stato se non avesse saputo perché viveva.
         «Io cercavo una risposta alla mia domanda. E la risposta alla mia domanda non poteva darmela il pensiero, esso è incommensurabile con la domanda. La risposta me l’ha data la stessa vita nella mia conoscenza di quel che è bene e di quel che è male. E questa conoscenza non l’ho acquistata con nulla, ma essa è data a me insieme con tutti, data perché non la potevo prendere da nessun posto.
         «Di dove ho preso questo? Son forse giunto con la ragione a concludere che bisogna amare il prossimo e non soffocarlo? Me l’hanno detto nell’infanzia, e io ci ho creduto con gioia, perché mi avevano detto quello che avevo nell’animo. E chi l’ha scoperto? Non la ragione. La ragione ha scoperta la lotta per l’esistenza e la legge che vuole sian soffocati tutti quelli che ostacolano il soddisfacimento dei miei desideri. È questa una deduzione della ragione. E che si debba amare un altro non poteva scoprirlo la ragione, perché è una cosa irragionevole».

 

Tratto da L. Tolstòj, Anna Karénina, Parte ottava, VIII-XII, Einaudi, Torino 1961, pp. 816-828.
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