Viaggio in Canada 2° parte
Storie di vita vissuta - Canada 1984
Stetti davvero bene a Chicoutimi, i ragazzi dell’ostello erano dei veri viaggiatori. Ricordo con piacere particolare un bel ragazzo, che lavorava per sei mesi e poi spendeva i soldi guadagnati in viaggi. Aveva girato tutto il continente americano dalla Terra del fuoco fino in Greondlandia.
Lui mi diede delle informazioni sulla riserva indiana….che era circa cinque volte il territorio dello stato italiano. Mi indicò sulla mappa il posto di alcuni villaggi poco distanti ma mi avvertì che gli indiani non amavano particolarmente i visitatori, tanto meno le macchine fotografiche. Infatti feci solo alcuni scatti insignificanti di quelle zone. Veramente si offrì pure di accompagnarmi, ma io sono un cane sciolto, in genere amo racimolare notizie, ascoltare con interesse e piacere storie di viaggi fatti dagli altri….ma poi voglio scoprire da me i luoghi nuovi.
Ripartìi, dunque di buon mattino verso il nord. In autostop naturalmente, che in quelle zone prive di un servizio autobus erano piuttosto facili e per niente pericolosi.
Infatti, appena lasciai l’ostello, mi prese un camper. Un camper lussuosissimo ed enorme - in vita mia non vidi niente di simile né prima né dopo – con tre ragazzotte americane piuttosto allegre a bordo. Due dormivano e anche la donna al volante sembrava abbastanza stanca. Infatti, volle mollarmi subito la guida e rimase malissimo, quando le dissi che…non avevo la patente. Sia ben chiaro, non avrei osato guidare un bestione simile manco con la patente - che presi solo alcuni anni dopo, per motivi e in circostanze particolari di cui ora non voglio parlare - allora mi chiese di preparale almeno una canna, che eseguì con una certa professionalità.
Poi si svegliarono anche le altre ragazze, del genere hippy-attempato. Prepararono un caffè che stava al nostro caffè nella stessa proporzione che i miei spaghetti alle vongole della sera precedente al piatto originario.
La guidatrice, fece una presentazione sommaria di me che capì solo in parte ma che suscitò la risata fragorosa delle altre due: un’ungherese – Is Hungary in Europe, isn’t? - in cerca dell’ultimo dei mohicani. Rimasi con loro due giorni. Erano delle impiegate in vacanza, venivano da Washington e il camper lo avevano preso in noleggio. Non erano molto interessate a niente in particolare, credo che volessero solo divertirsi, uscendo dal binario di una vita non eccessivamente eccitante. Le loro trasgressioni avevano qualcosa di tristemente patetico: canne e whisky dalla mattina alla sera, una guida spericolata tra grandi risate e speravano di fare delle acchiappanze una volta arrivate a Quebec.
Però con me furono molte carine, mi offrirono pure il sedile del mezzo per una notte, ma non capivano perché io preferivo passare una serata in un bar di infimo ordine anziché andare con loro in un cinerama….che a dire il vero io non sapevo nemmeno cosa fosse. Sapevo però che il biglietto costava ben 9 dollari e in quel bar, cui ingresso era “ornato” dalle statue di bisonti in cartongesso o similari– sembrava di stare a Mondragone - vidi entrare degli indiani…indiani veri.
Così ci dividemmo, loro al cinerama e io con i miei indiani dentro il locale.
Un bar, che dentro assomigliava un po’ i saloon dei film western, bancone e tavoli in legno. Qualche uomo bianco, ma in prevalenza indiani. Indiani obesi ed ubriachi.
Niente a che vedere con i miei eroi letti nei libri di Karl May o Cooper. Stavano seduti silenziosi ai tavoli e ogni volta che si fermava un camion si precipitavano verso l’autista per chiedergli qualcosa.
Il barista, un ragazzo giovane mi spiegò che chiedevano dei passaggi per andare in città a ritirare il sussidio. Un sussidio per la “difesa della razza”.
Verso gli anni settanta il governo canadese si rese conto che nativi puri stavano “pericolosamente” diminuendo a causa dei matrimoni misti. Cosi inventarono un sussidio che io considerai l’esempio più eclatante di un ambiguo razzismo. Una specie di stipendio contro l’estinzione della razza cui avevano diritto solo le famiglie razzialmente considerate indiani doc. Così, la razza era salva dall’estinzione, ma non era salva invece la sana tensione che ciascuno di noi prova nel cercare il proprio modus vivendi su questa terra. Questa gente campava senza alcun compito, senza nessun lavoro. Le donne si salvavano in qualche modo tra le loro faccende secolari, badando ai figli e alla casa ma gli uomini spendevano le loro giornate ciondolando tra bettole.
Mi senti improvvisamente triste e rinunciai ad andare oltre. Ero infantilmente affezionata ai miei miti che la realtà stava facendo a pezzi.
Quella notte ebbi sogni agitati sul sedile del camper. Sognai l’ultimo dei mohicani, ma anche i grattacieli di Toronto e in uno stato di dormiveglia rividi spezzoni del film Piccolo grande uomo o forse del Soldato blu, non ormai ricordo più. Mi svegliai con le prime luce dell’alba. Il paesaggio era splendido. Stavamo fermi poco distanti dal abitato, in una zona boscosa. I raggi del sole illuminavano la foresta che per uno strano gioco ottico dipinse di verde il cielo. Sentìi dei rumori accanto: un gruppo di alce in tutta tranquillità brucava l’erba. Scesi dal camper pian pianino. Gli animali mi guardarono con curiosità e poi ripresero a strappare l’erba.

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