Una società totalmente giusta non è affatto auspicabile.
Incontro con la filosofa ungherese, che in questa pagina racconta i principali passaggi della sua vita, a partire dall'incontro casuale con Lukács. All'università la iniziò alla filosofia e ora torna nei suoi ricordi come «una rivelazione»
La filosofia deve servire alla comprensione del presente:
questa certezza, che le è stata trasmessa da Lukács con il quale ha collaborato
a lungo, è l'unica alla quale Agnes Heller ha sempre aderito senza riserve. Per
il resto, la sua è una riflessione segnata dalla profonda diffidenza verso ogni
forma di assunto dogmatico. Una diffidenza che l'ha portata a criticare
aspramente qualunque monopolio ideologico, costandole cara. Quando in Ungheria
invocava un socialismo democratico pluralista contro «la dittatura sui bisogni»
del socialismo realizzato si trovò a subire l'ostracismo del Partito comunista
ungherese, che vedeva in lei e negli altri membri della Scuola di Budapest dei
pericolosi sabotatori dell'integrità marxista-leninista. Quando poi scelse l'esilio
in Australia e negli Stati Uniti, e abbandonò progressivamente le lenti del
marxismo, le ricaddero addosso le critiche o il disinteresse dei suoi vecchi
estimatori. Erano gli stessi che negli anni '70 riconoscevano l'importanza
della sua teoria sulla necessità di trasformare le forme della vita quotidiana,
prima ancora delle istituzioni politiche; e che poi hanno mal digerito la sua
apertura alle procedure liberal-democratiche, finendo con l'accusarla in
sostanza dello stesso «reato» che le venne imputato nel 1973 dal Comitato
Centrale del Partito comunista: «indirizzo ideologico eclettico e
piccolo-borghese». A dispetto dell'eclettismo che alcuni vorrebbero
attribuirle, Agnes Heller è stata, invece, profondamente coerente, difendendo
con costanza il ruolo «demitizzante» della filosofia, che deve contrapporre
«all'ambiguità immaginosa della mitologia l'univocità dell'argomentazione
razionale», e mettere in questione l'ovvio, proprio perché tale. È seguendo
questa idea della filosofia come interrogazione del dato e come disposizione a
trasformarlo, che Agnes Heller ha abbandonato la rivendicazione di un accesso
privilegiato alla verità; e con questo a ogni aspettativa messianica. Non per
accettare il presente ma per aprirsi al futuro, perché - sostiene - «ogni
messia è un falso messia, che chiude l'orizzonte delle possibilità future».
L'abbiamo incontrata a Budapest, nel suo appartamento pieno di libri e di
storie, e con lei abbiamo discusso del suo lungo itinerario filosofico.
Nell'introduzione alla «Filosofia radicale» lei
sostiene che, affinché possa dirsi «autentica», ogni filosofia deve presentare
qualche elemento autobiografico. Anche il suo percorso filosofico, del resto, è
segnato da un continuo andirivieni fra la dimensione biografica e quella
teoretica.
Il libro che lei ricorda rappresenta una vera e propria
dichiarazione d'amore nei confronti della filosofia, una filosofia che oggi
chiameremmo metafisica, e che tuttavia ritengo di potere amare ancora, sebbene sia
consapevole che non possano più presentarsi le condizioni che l'hanno resa
possibile. Ed è vero, è anche un'opera autobiografica dal momento che tra la
mia vita e la mia filosofia è sempre esistito un rapporto molto diretto e
profondo. Ma di quel libro mi piace ricordare soprattutto il radicalismo: credo
la filosofia radicale sia, in genere, una forma di politica che si ammanta di
un abito filosofico; del resto, per principio, ogni filosofia è radicale. Lo è
perché opponendosi al pensiero ordinario, ci indica che quanto crediamo vero
non lo è affatto, e ciò che riteniamo giusto è solo un'opinione.
Il suo primo incontro con la filosofia è coinciso
con il suo primo incontro con György Lukács, al quale è rimasta legata fino
alla sua morte nel 1971. È vero che si è trattato di un incontro accidentale,
perché all'epoca, nel 1947, lei desiderava diventare piuttosto una scienziata?
È vero. Ho incontrato la filosofia grazie al mio fidanzato
di allora, che mi portò nell'aula dove Lukács insegnava: mi trovai a seguire
una delle sue lezioni, mi sembra si trattasse di una lezione sulla filosofia
della storia, da Kant a Hegel. Ammetto di non avere capito neanche una parola
di quel che disse in quell'occasione Lukács; capii però che era estremamente
importante, per me, riuscire a capire proprio quel che non capivo. Fu così che
abbandonai le mie lezioni di fisica e cominciai a seguire quelle di filosofia
di Lukács. Fu una vera e propria rivelazione.
Il 15 febbraio 1971 il «Times Literary Suplement»
pubblicò una lettera in cui Lukács faceva riferimento alla scuola di Budapest,
sostenendo che i suoi rappresentanti erano «i precursori della letteratura
filosofica del futuro». Ci racconta qualcosa di come è nata la scuola di
Budapest?
È stata niente altro che l'ultima scuola di Lukács, che
essendo convinto di possedere la verità eterna, credeva che quella verità
sarebbe potuta sopravvivere solo se una scuola ne avesse garantito la
diffusione. Non è un caso che sin dalla sua giovinezza, e per tutto il corso
della vita, Lukács abbia sempre voluto creare attorno a sé delle scuole. Mihàly
Vajda, Ferenc Fehér, György Màrkus ed io rappresentavamo il cuore filosofico
della scuola, ma eravamo prima di tutto un gruppo di amici che a partire dal
1963, e fino all'emigrazione di fine anni '70, rimase molto unito. Abbiamo
sempre riconosciuto Lukács come nostro maestro, sebbene non siano mai mancati
conflitti anche aspri. Vivevamo come una sorta di «ecclesia pressa» di cui
Lukács era il sacerdote, e dunque guardavamo poco all'esterno. Il gruppo ha
continuato a lavorare anche dopo la morte di Lukács, nel 1971, ma venuto meno
il nostro centro focale i conflitti crebbero, finché decidemmo di «chiudere» la Scuola.
Nel 1973, con una risoluzione speciale il Partito comunista ungherese bandì
la vostra scuola, impedendo ai suoi membri qualsiasi possibilità di
insegnamento, di ricerca e di pubblicazione. Ci riassume qualche passaggio di
quello che è stato definito come il «processo ai filosofi»?
È stato chiamato così ma non c'è mai stato un vero processo.
Con quella risoluzione il Partito elencava i nostri peccati per concludere che
non potevamo far parte di istituti o accademie scientifiche, perché le nostre
posizioni si allontanavano pericolosamente dal marxismo-leninismo. Tutti si
aspettavano che avremmo accettato le regole del gioco, partecipando a una
discussione sulle nostre idee organizzata dal Partito all'Accademia delle
Scienze, il cui risultato era deciso in anticipo. Scrivemmo invece una lettera
in cui dichiaravamo che, siccome non si dà discussione privata di questioni
filosofiche, avremmo accettato solo un dibattito aperto, mediato dai giornali.
Secondo Lukács uno dei compiti principali della
Scuola di Budapest era quello di promuovere la rinascita del marxismo,
dimenticando tutto quello che il marxismo era stato dopo Marx. Tuttavia, lei
stessa una volta ha sostenuto che quella favorita dalla scuola di Budapest fu
una rinascita piuttosto singolare, perché coincise con la «costante e
sistematica distruzione del marxismo».
La scuola di Budapest era formata da persone molto diverse
tra loro, ognuna con i propri interessi particolari. Màrkus, per esempio,
inizialmente era interessato all'interpretazione di Marx, ma poi si dedicò
all'epistemologia e alla teoria della cultura; Vajda si occupò di Husserl e di
Merleau-Ponty, mentre io lavoravo alla teoria della «vita quotidiana» e ai
problemi del Rinascimento. Nonostante questa diversità, in un certo senso
vivevamo insieme, discutevamo continuamente gli scritti di ognuno con grande
profitto, e l'amicizia molto forte che ci legava riusciva a ovviare alle nostre
differenze. Tutti noi riconoscevamo la necessità di tornare alle radici del
marxismo, ma le differenze erano legate proprio al significato da attribuire a
questo ritorno, che per noi si allontanava molto da ciò che intendeva allora
Lukács. Nonostante questo, la scuola sopravvisse, e credo di potere dire che in
qualche modo Lukács stesse «dalla nostra parte» anche quando criticammo la sua
interpretazione delle radici del marxismo e la sua ontologia delle scienze
sociali. Il compito che ci assegnavamo era lo stesso, ma i modi in cui lo
interpretammo furono completamente differenti.
Alcuni lamentano il fatto che oggi il marxismo sia
stato relegato a poco più di un innocuo esercizio accademico, come fosse un
semplice documento storico-archeologico, che non permetterebbe di comprendere
meglio il presente e tanto meno di trasformarlo. Il suo parere qual è ?
Penso che non ci sia alcun futuro per gli ismi. Il marxismo
è solo uno fra questi e, come lo strutturalismo e il funzionalismo, non avrà
futuro, non nei prossimi venti o trent'anni,almeno. Questo non vuol dire che
Karl Marx non fosse un genio, o che non si debba continuare a interpretarne i
testi. Ma quando riconosciamo l'importanza dell'aspetto pratico della sua
teoria al tempo stesso non dobbiamo dimenticare che molti altri filosofi
possono rivendicarlo. Tutta la filosofia radicale del XIX secolo è orientata
verso la dimensione pratica, e direi perfino che tutti i filosofi - da Platone
a Leibniz - hanno desiderato esercitare una influenza anche politica.
Se assumiamo il suo punto di vista, secondo il quale
«qualunque politica redentiva è incompatibile con la condizione politica
postmoderna», allora dovremmo accettare «il meramente esistente» e la
situazione presente come inalterabili? Oppure ritiene che ci sia ancora spazio
per creare quella che lei ha chiamato «una utopia razionale»?
Dipende. Naturalmente la modernità va accettata. Non penso
affatto che l'esistente sia necessario così com'è, ma riconosco che alcune cose
sono impossibili, tanto l'abolizione del mercato quanto la libertà di creare
istituzioni politiche o l'eliminazione della scienza e delle tecnologie.
Tuttavia, all'interno di questo orizzonte sono ancora possibili rivoluzioni e transizioni:
le rivoluzioni politiche sono frutto della stessa modernità, che ha creato
sempre nuove forme politiche. Dunque, si può ancora agire, ma l'impossibile
rimane impossibile.
Perciò sarebbero possibili delle trasformazioni
all'interno delle coordinate già tracciate, ma non la costruzione di una
società completamente «libera dal dominio», quella società che secondo lei è
pensabile solo se crediamo alla chimera di una rivoluzione antropologica?
Una trasformazione antropologica - che forse non è impossibile
ma molto improbabile - così com'è stata sognata da Kant e dallo stesso Marx
parte dall'idea che ci sarà un tempo in cui l'uomo empirico e la specie umana
verranno finalmente «riuniti», un tempo in cui ogni singola persona diventerà
assolutamente buona e, dimenticando ogni elemento individualistico e
particolaristico, finirà con l'assomigliare a Cristo. Da parte mia dubito
innanzitutto che sia una prospettiva vivibile e desiderabile; se in tutta la
storia del genere umano l'essenza umana è rimasta così com'è, perché dovrebbe
improvvisamente cambiare durante la nostra particolare contingenza storica?
Qual è il nostro privilegio? Chi e come ce lo avrebbe concesso? Sono domande
che vanno affrontate.
Non a caso in «Oltre la giustizia» lei sostiene che «una
società totalmente giusta è possibile ma non auspicabile». Ce lo spiega meglio?
Perché una società totalmente giusta, al di la della questione della sua realizzazione, non è auspicabile? Perché in una società simile nessuno potrebbe più dire «questo è ingiusto», il che ovviamente non è augurabile. Si tratterebbe di una società non dinamica, senza pluralismo delle opinioni, scontri e politica. È questo il mondo che vogliamo? Un mondo senza conflitti, un paradiso, un giardino dell'Eden? Non penso che vorremmo vivere in un posto simile, dunque non credo che una società totalmente giusta sia auspicabile.
da il manifesto - 4 Gennaio 2008

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