Una politica delle idee per battere la crisi
La stetta continuata, oltre a essere antiespansiva, non produce alcun effetto positivo
Richard Posner, un po' scherzando e un po' no, riferisce che la battuta più
frequente tra gli economisti è oggi la seguente: «La recessione è quando il tuo
vicino perde il lavoro; la depressione è quando sei tu stesso a perderlo» e
aggiunge che gli economisti possono fare gli spiritosi sulle recessioni e sulle
depressioni, perché loro non ne sono mai toccati. La verità è che dopo la Grande Depressione
del 1929, si è solo parlato di recessione, che nel linguaggio comune pare molto
meno grave della depressione, sicché anche quella attuale viene più volentieri
denominata, in giro per il mondo, Grande Recessione. Anche in Italia la previsione
per il 2012 – ammessane l'attendibilità – di un calo del Pil dell'1,6% e
800mila posti di lavoro in meno ha fatto dichiarare al Centro studi della
Confindustria che l'Italia è in recessione, affermazione condivisa anche dal
ministro Passera. Personalmente sarei più del parere di Posner che in verità
quella attuale, pur con altre caratteristiche, non pare diversa dalla Grande
Depressione del 1929. Sulle cause s'è ormai scritto tutto e il suo contrario.
Resta ora da verificare quali possono essere le possibili vie d'uscita e della
ripresa. Tra queste, per quanto ci riguarda, la prima è certamente quella di
continuare verso la creazione di uno Stato federale europeo. Ciò comporta la
modifica dell'attuale sistema dell'Unione, che ha eliminato dagli Stati membri
la sovranità monetaria e finanziaria e ha creato una moneta e un mercato unico,
senza un corrispondente governo.
I risultati di questa mancanza sono noti: la finanza internazionale, con la sua
enorme liquidità, può oggi continuare a speculare su una moneta non unica (una
quasi moneta), quale quella dei titoli del debito pubblico dei singoli Stati,
collocati sui mercati.
Compito primario del nuovo governo Monti è dunque quello di collaborare ad
altissimo livello, come d'altra parte gli è possibile per l'autorevolezza
europea del premier e di alcuni ministri, a rimuovere l'impedimento di
un'Europa gravemente incompleta. Questo spiega i limiti della Banca centrale
europea, che non può essere prestatore di ultima istanza, e risolvere così la
contraddizione tra moneta unica e debiti pubblici nazionali, né occuparsi
istituzionalmente della disoccupazione, oltre che dell'inflazione, come la Fed americana. Ciò spiega
anche le ragioni per cui le politiche di crescita e di equità per gli Stati,
come quello italiano, gravemente indebitati devono essere postergate alla
riduzione del debito e a una iniziale politica di austerità, ma non
dimenticate. Attenzione, perché l'austerità aumenta le ineguaglianze e
favorisce la disoccupazione, la quale più alta è più diminuiscono le entrate
fiscali, sicché il deficit del bilancio statale non cala, provocando una ancora
maggiore austerità. Bisogna interrompere questo circolo vizioso. La Grecia è un esempio
paradigmatico che l'austerità continuata, oltre a essere antiespansiva, non
produce alcun effetto positivo, come del resto ha dimostrato un accurato studio
su molti Paesi del Fondo monetario internazionale del 2010 (World Economic
Outlook: Recovery, Risk, and Rebalancing).
In verità un programma di austerità si può presentare, come in Italia,
particolarmente necessario per il largo deficit, soprattutto per fare il primo
passo d'uscita dalla depressione, cercando di imbrigliare la speculazione.
Tuttavia, non appena sia possibile, tanto a seguito delle politiche europee
quanto a quelle interne, pare essenziale una politica di diminuzione delle
tasse per le classi meno abbienti e le imprese, e di stimoli anticiclici alla
spesa pubblica, come è stato fatto, ad esempio, dal governo Obama in larga
misura (anche attraverso assegni alle famiglie) e dalla stessa Germania, che ha
attuato un aggressivo programma di finanziamento alle imprese per mantenere i
posti di lavoro durante la depressione. Soluzione che ha permesso a
quest'ultima di dettare spavaldamente regole europee per combattere il deficit
di bilancio, anziché la depressione e la disoccupazione. In conclusione, pur
nelle difficoltà attuali, è evidente che provvedimenti a favore
dell'occupazione, soprattutto giovanile, con particolare riguardo
all'istruzione, coperti magari da entrate ottenute dalla vendita di molti beni
inutilmente di proprietà dello Stato, se rapidamente posti in essere, lasciano
ben sperare che il catastrofismo delle varie Cassandre possa essere sostituito
da una più serena politica delle idee.
http://www.ilsole24ore.com 18 dicembre 2011

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