Una nuova Bretton Woods
Nel 1944 gli accordi di Bretton Woods produssero una straordinaria calma sui mercati globali
Italia, Europa, Stati Uniti, Cina, gli altri Paesi ricchi e quelli emergenti
sono tutti legati da un doppio e intrecciato filo rosso: economico e politico.
Quello economico è rappresentato dalla crisi finanziaria globale, che pur in
misure diverse tutti ha colpito, causando difficoltà a creare legislativamente
strumenti per superarla, con conseguente pericoloso aumento della
disoccupazione e della povertà nel mondo, nonché stagnazione nelle produzioni
di beni e nel commercio. Le manovre di austerità, che tagliano ogni incentivo
alla spesa pubblica e sono imposte per placare i mercati dei titoli del debito
pubblico, non paiono soddisfare gli speculatori, i quali non considerano tali manovre
sufficienti a garantire il pagamento del debito che solo un'economia in
crescita potrebbe assicurare. La manovra italiana, come del resto anche le
altre, è una sorta di medicina omeopatica che a nulla serve per curare una
malattia causata dall'ideologia del libero mercato, dalla libertà finanziaria e
dalle sue innovazioni studiate per evadere i controlli sui flussi di capitali
che si aggirano per il mondo.
Eppure nel 1944 gli accordi di Bretton Woods tentarono di costruire il sistema
economico internazionale stabilendo un ordine finanziario globale, che portò
alla creazione dell'Fmi e della Banca mondiale. Gli accordi produssero una
straordinaria calma sui mercati globali, la quale riuscì a scongiurare le crisi
finanziarie negli anni 50 e 60 del secolo scorso. Quella calma era garantita
dal sistema dei cambi fissi, ancorati al dollaro, con i Governi che potevano
controllare rigorosamente i flussi di capitale dall'estero, e impedirne sia la
fuga, sia gli attacchi speculativi alla propria moneta. Restrizioni assai
gravose sui sistemi finanziari interni impedirono così alle banche di
imbarcarsi in operazioni estremamente rischiose e moderarono le loro capacità e
abilità di leverage e di indebitamento. Ma negli anni 80 il sistema di Bretton
Woods fu travolto appunto dall'ideologia della libertà finanziaria innovativa e
senza regole che sostituì al governo della legge la governance della finanza,
al rigore delle norme l'anarchia contrattuale globalizzata.
L'aumento intollerabile della disoccupazione, la forbice sempre più aperta fra
ricchi e poveri in sistemi politici via via più fragili e ridotti a centri di
affarismo, il disprezzo per l'ambiente e per la qualità della vita
rappresentano il filo rosso politico. Da questo coacervo scaturisce
un'inquietante reazione, quella degli "indignati", con tutte le
caratteristiche di un variegato collante di rivoluzione globale. Dal
Medioriente al Sudamerica, dalla Gran Bretagna agli Stati Uniti, dall'Europa
all'Asia il nuovo grande problema politico è rappresentato dall'irrompere degli
"indignati", che anche dove ancora non appaiono, covano sotto le
braci dell'antipolitica. L'Occidente pare incastrato nell'irrazionalità e
imprevedibilità dei mercati, incapace ormai di produrre norme efficienti,
vittima com'è del famoso dilemma del prigioniero. E così, come i due
prigionieri, impossibilitati a collaborare, scelgono l'opzione peggiore, poiché
uno non si fida dell'altro, anche gli Stati difettano ciascuno di credibilità
in misure e caratteristiche diverse.
Ma è proprio dalle considerazioni derivanti dall'esito del dilemma del
prigioniero che gli Stati membri dell'Unione devono invece prendere spunto per
difendere l'euro, ad evitare l'effetto domino, con una strategia cooperativa e
non scioccamente egoistica, senza la quale il ritorno alle monete originarie
costituirebbe una catastrofe per tutti. Ovviamente per la Grecia, dalla dracma
ipersvalutata, ma anche per la
Germania, con un marco supervalutato, e perciò bloccata nelle
esportazioni e non solo all'interno dell'Unione, con caduta libera verso la
depressione della propria baldanzosa economia.
La crisi è gravissima e il doppio filo rosso della globalizzazione impone una
nuova normativa internazionale, simile a quella che si rese necessaria a
Bretton Woods, ma con protagonisti diversi. Nello scacchiere mondiale
globalizzato non è più solo l'Occidente a essere il referente, bensì anche e
soprattutto la Cina
e i Paesi emergenti, in una sorta di Commonwealth globale delle civiltà
rispettoso dei diritti delle diverse culture.
Non è un caso che chi più di ogni altro ha auspicato il ritorno a una nuova
Bretton Woods sia stato, come già da me riportato in un articolo sul Sole
del 7 agosto scorso, il governatore della banca centrale cinese. Zhou Xiaochuan
ha giustamente lamentato che il vincolo delle parità monetarie a Bretton Woods
fu legato al dollaro e non al progetto di Keynes con l'introduzione di un'unità
monetaria internazionale, il famoso Bancor. Contro le odierne superficiali
descrizioni è con questa nuova cultura cinese che l'Occidente deve fare i
conti, come confermano sia J. Stiglitz, in La globalizzazione e i suoi
oppositori (Torino, 2006) sia G. Arrighi, nello straordinario volume Adam
Smith a Pechino (Milano, 2007). Insomma, pare a me che le vie d'uscita dalla
crisi globale debban tener conto nella formazione di nuove strategie dei
pericoli del dilemma del prigioniero, della rivisitazione del pensiero
keynesiano, e soprattutto della sostituzione di norme imperative ai vari
sistemi di governance economica che dai diritti rifugge. È oggi necessario che
i leader responsabili nella politica e nell'economia, in Italia e altrove,
evitino la catastrofe che i molti cultori dell'Apocalisse vanno predicando
insieme con le teorie del libero mercato, per non essere tutti costretti a scendere
in piazza con gli "indignati", da quei leader responsabili creati e
sovente eccitati.
Il Sole 24 Ore, 18 settembre 2011

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