Una donna di nome Sibilla.
A 50 anni dalla scomparsa di Sibilla Aleramo
«Tu hai letto il mio primo libro, Una Donna. C'è al
principio il racconto della mia educazione infantile, del mio dressage mentale.
Segue poi l'intera narrazione di quella che io chiamo “mia preistoria”, fino al
giorno in cui lascia marito e figlio e cominciai a vivere come Sibilla». È in
questa lettera del 12 luglio 1927, poi pubblicata in “Amo quindi sono”, che
Sibilla Aleramo fa la più lucida analisi del suo primo romanzo della sua vita,
della sua “seconda vita” come scrive, quella di scrittrice e donna. La “prima”
era stata segnata dall'oppressione del contesto familiare e sociale, come era
cosa comune del resto alla maggior parte delle donne in quel periodo lontano,
ma per certi aspetti vicinissimo, che era la fine del XIX° secolo. Con l’inizio
del nuovo secolo, le donne del movimento femminista cominciarono
prepotentemente a rivendicare i loro diritti. E Sibilla Aleramo fu la prima
scrittrice in Italia a far sentire le voci delle donne.
Nel suo primo e, forse, più famoso romanzo, pubblicato nel 1906, Aleramo
rappresentò un concentrato di tutti i modi positivi e negativi che lei, nel corso
della sua carriera, modulerà in diverse forme, a partire dall’autobiografismo
pieno di autocontemplazione. Né diario, né autobiografia, Una donna potrebbe
forse definirsi “esercizio di autoanalisi” (Emilio Cecchi nella postfazione
ipotizza non a caso l’attenzione postuma dei critici freudiani) in forma
letteraria: probabilmente una severa, a tratti spietata, riflessione sul
proprio vissuto e su come avrebbe potuto o dovuto essere.
In “Una donna”, infatti, la scrittrice produsse un tipo di scrittura al
femminile, sempre attenta ad ogni piccolo sommovimento interiore. La Aleramo seppe trasportare
la sua ansia di vita nel quotidiano, costruendo immagini di donne capaci di
saggiare il perimetro del carcere delle convenzioni e dei pregiudizi nel quale
si trovano rinchiuse. Da questo romanzo emergono anche caratteristiche
fondamentali della sua personalità: la sensibilità per le questioni sociali e
la forte carica autobiografica.
In questo scritto così come nei successivi, la Aleramo riesce a far
emergere la diversità femminile: «Gli uomini ai quali parlo non sanno, quando
mi dicono con reale stupore che hanno l’impressione di discorrer con me da pari
a pari, non sanno come echeggi penosa in fondo al mio spirito quella pur
lusinghiera dichiarazione, a quale insolvibile dramma essa mi richiami». In
questa storia, a tratti limpida ed emblematica narrazione di un percorso di
coscienza storica e di liberazione personale, si innestano le figure di un
padre apparentemente illuminato, libero pensatore, dai caratteri fascinosi e
moderni, che delega alla figlia appena adolescente una parte non marginale
della direzione della fabbrica e di un marito che si comporta con la moglie, né
più né meno di qualsiasi uomo della sua epoca: egoista e cieco di fronte alla
sua disperazione e al destino oscuro che l’attende dopo il volontario esilio
nella follia. Vi é poi la figura della madre stessa - «E per la prima volta
ella mi era apparsa come una malata: una malata cupa che non vuol essere
curata, che non vuol dire nemmeno il suo male» - paradigma femminile in
disfacimento, senza ombra di riscatto dalla propria debolezza, che trova
rifugio nel progressivo oblio della ragione.
Da qui la sua ferma presa di posizione: «Ed ero più che mai persuasa che spetta
alla donna di rivendicare se stessa, ch’ella sola può rivelar l’essenza vera
della propria psiche, composta, sì, d’amore e di maternità e di pietà, ma
anche, di dignità umana». Sibilla Aleramo, Una donna (capitolo XXVII)
http://www.unita.it 12 gennaio 2010

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