Il capitalismo invecchia? Un' ultima chance per il bene comune
L'uscita dalla crisi sarà possibile solo se saranno rispettate alcune condizioni: regole certe a livello internazionale; un cambiamento delle priorità, mettendo cioè al primo posto il «lavoro»; una democrazia politica che veda il massimo della partecipazione nelle procedure decisionali a tutela dei beni comuni.
Le domande fondamentali a
cui gli economisti cercano una risposta possono essere riassunte così: qual è
la natura di questa crisi; è una crisi finanziaria o reale, ciclica o
sistemica? Ha senso un confronto con la crisi del '29?
Considererei la crisi attuale come una crisi sistemica, dove il termine
sistemica deve accompagnarsi ad una serie di specificazioni. È sistemica perché
riguarda il sistema economico sia nei suoi aspetti reali che finanziari; perché
ora riguarda tutto il mondo e si è innestata su criticità, anche
extraeconomiche, specifiche di singole regioni geografiche; riguarda il sistema
delle relazioni tra gli agenti di un sistema economico in cui non c'è
trasparenza, non c'è possibilità di ricondurre fatti a responsabilità precise;
riguarda il rapporto tra teoria economica e policy, perché la teoria si è
focalizzata sulla produzione di modelli econometrici - tipo il Var sviluppato
all'inizio degli anni Novanta e adottato ampiamente - con cui si pensava di
poter controllare i rischi delle sempre più numerose e varie attività
finanziarie ed è diventato impossibile inserire nell'analisi economica elementi
di valutazione. Infine, perché da un
epicentro, si è subito dispiegata sui paesi più poveri e sulle fasce più povere
di ogni paese. È il disvelamento di distorsioni presenti nel sistema mondo che
riguardano, tra l'altro, lo sfruttamento delle risorse e la distribuzione del
reddito.
Le vittime saranno tante e ben sappiamo chi saranno. Per quanto riguarda i
confronti con il 1929, è bene sottolineare che è sempre importante tener conto
delle specificità di qualsiasi evento. Se proprio vogliano guardare al passato,
vediamo che ieri come oggi è sul tappeto il rapporto tra stato e mercato.
Proprio a questo riguardo allora chiediamoci: come agì Franklin Delano
Roosevelt nel 1933? Entrò nella Stanza Ovale e decise che dopo anni di depressione
era improcrastinabile prendere decisioni: nominò Ferdinand Pecora a capo di una
commissione che investigasse sugli eccessi speculativi che avevano favorito la
depressione. Interrogò l'élite della finanza e svelò tutto lo svelabile. Fu
promulgato il Glass-Steagall Act e le leggi che hanno dato vita anche alla
Securities and Exchange Commission. L'Nber ha datato l'inizio della crisi nel
dicembre 2007, ma non circolano ancora informazioni certe sui comportamenti
tenuti dalle élite della finanza, né la società sembra ancora sufficientemente
indignata e irritata da ciò, mentre le discussioni interne rischiano di erodere
la possibilità di un sostegno politico sufficiente per procedere ad una
complessiva ri-regolazione della finanza.
Quanto ha giocato, nella loro incapacità di valutare
la probabilità della crisi, la predilezione degli economisti mainstream per la
formalizzazione matematica, a scapito della conoscenza della storia
dell'analisi economica - e della storia in generale?
Non si tratta di condannare la costruzione dei modelli economici in sé ma di
condannare la mancanza di una valutazione critica dei modelli. In questo serve
coltivare sensibilità storica: la storia abitua a guardare con attenzione
molteplici scenari ognuno diverso dall'altro e diverso dal nostro. Chi non ha
questa dimestichezza non trova interesse nella lettura degli scenari attuali
allo scopo di portarne in evidenza i fattori di complessità, tende a
semplificare e impoverire la propria capacità di analisi e a scambiare le
sfumature del quadro scenico per mere ombre, non sa dare importanza alla
ricerca delle radici dei fenomeni complessi. Il passato lo si ri-legge, lo si
ri-scrive, lo si ri-vede non per farne un monumento ad uso e consumo di
interessi passeggeri ma per preservare ciò che di vitale dal passato arriva a
noi costituendo il tessuto, oggi, della continuità del lavoro umano.
Il cambiamento nel tempo e nello spazio della «pasta» di cui noi siamo fatti,
così come lo sono le istituzioni, rappresenta un processo incessante di cui
bisogna tener conto. Ciò è perlomeno strano, in quanto la storia del pensiero
economico rivela come i grandi economisti abbiano costante questa
preoccupazione e anche quella del mantenimento del dialogo tra i saperi,
economici e non. Poi c'è un terzo problema, quello della divulgazione e
dell'applicazione del sapere: si preferisce divulgare «certezze»
semplificatorie, slogan, piuttosto che dibattiti sulla problematicità delle
questioni teoriche e delle ipotesi sottostanti alle teorie. È più facile e veloce
applicare modelli, scambiandoli per la realtà, piuttosto che chiedersi cosa ci
sia effettivamente dentro questi modelli. La storia insegna che la società non
è un laboratorio a cui applicare modelli. Non si vuole ammettere che l'essere
umano è sempre in fieri e mai «concluso»? ma non è di questa certezza che si
vive? Perché, allora, negarla? quello che disorienta è ammettere che otium e
neg-otium sono elementi non disgiungibili per gli esseri umani? Che la
contemplazione del bello fa parte della vita umana?
Da tempo commentatori autorevoli avevano fatto
notare che la libera e frenetica circolazione dei capitali (risultato delle
liberalizzazioni e deregolamentazioni della finanza) mina le basi stesse della
democrazia economica, cioè della democrazia stessa. Ritiene che il ruolo della
politica, oggi, dovrebbe essere soltanto quello di regolatore del mercato o
dovrebbe spingersi più in la?
Non riesco a intravedere che ruolo oggi possa svolgere la politica se si
assegna a questo ambito professionale ciò che concerne il bene comune sulla
base di un dettame costituzionale dal carattere rigido, diciamo, molto meno
flessibile del resto del sistema giuridico. Vorrei aggiungere a quanto già
detto in tema di governance che oggi si fa urgente pensare ad un cambiamento
della forma di governo «democrazia» la cui tenuta è debole perché si regge
soprattutto sul criterio della governabilità a scapito di quello della
rappresentanza e sul suo ripiegamento su molti appetiti privati. Come passare,
allora, da una democrazia politica bloccata, anzi vittima di eutanasia, ad una
democrazia che prenda vita dal basso, dalla voce cioè di quelli che vivono
operando nel sistema? Sarebbe necessario considerare la politica una esperienza
etica che si pratica, ascoltare le voci dalla società, tutte voci di persone
che, in quanto tali, ontologicamente sono in dialogo. Forse eccedo nella
fantasia. Ma forse no.
Molti ritengono che la soluzione della crisi non
possa avvenire che sull'asse Washington-Pechino. È ipotizzabile che il modello
europeo di stato sociale, se ancora di un modello europeo si può parlare, possa
rappresentare un riferimento per politiche economiche alternative tanto al
Washington Consensus, quanto al capitalismo di stato cinese? O c'è il rischio che nel futuro assetto economico-politico mondiale
l'Europa (con il sud del mondo) venga confinata ad una posizione marginale?
La crisi ha fatto emergere un dato ineludibile: non c'è un sistema
monetario internazionale, non una istituzione in grado di coordinare o
«sorvegliare» le politiche macroeconomiche dei paesi più influenti. E restano
le domande: c'è l'intenzione che Fed, Bce e autorità monetarie cinesi si
accordino per mantenere il tasso di cambio tra le valute entro limiti
prefissati? Ci sono le condizioni perché ciò avvenga? L'Europa deve esserci
attorno ad un tavolo di governance altrimenti si cancella il percorso originale
e unico di un continente che va unificandosi non attraverso guerre e politiche
di annessione; bisogna considerare, a proposito, che l'unificazione non si realizza
attraverso una comune, indispensabile, politica monetaria, ma attraverso un
«governo» dell'Europa.
L'attuale aumento della spesa pubblica non riguarda
la spesa sociale (istruzione, sanità, pensioni e sussidi di disoccupazione),
bensì il salvataggio di banche, società finanziarie e grandi gruppi. Ciò
avviene però comprimendo i redditi da lavoro (salari reali e le pensioni): un
intervento dal lato dell'offerta, anziché della domanda è la giusta strategia
per uscire dalla crisi, tornando a livelli accettabili di disoccupazione?
È vero che la prima mossa è stata quella di «salvare la finanza» e ciò non
ha fatto che aggravare il problema delle disuguaglianze che è stato alla radice
della crisi. Sono convinta che al centro del processo di cambiamento del
sistema economico si debba porre attenzione primaria al «lavoro», o meglio ai
«lavoratori». Da questa centralità la scienza economica dovrebbe prendere le
mosse perchè il lavoro è la forma prima che il dialogo prende, perché il lavoro
è, ontologicamente, parte e manifestazione della persona stessa che traffica
col mondo e nel mondo. Questo è vero per ogni persona del mondo, perché il
lavoro crea la ricchezza sia nei paesi in cui si vive miseramente sia in quelli
in cui la conoscenza è la risorsa principale. Nella nostra società avanzata si
lavora sulla base e attraverso la conoscenza: chi «conosce» mette in gioco la
propria libertà, può accogliere, custodire, rendere disponibile, maturare,
incrementare gli insegnamenti; ma può anche rapinare informazioni, nasconderle
gelosamente, contraffare o mentire sulla conoscenza acquisita. E così facendo,
nell'uno e nell'altro caso, ognuno diviene se stesso in questo genere di
tessuto, genera frutti (istituzioni e rapporti).
Quale sarà il prezzo che le future generazioni
dovranno sopportare a fronte delle forme e delle dimensioni dell' indebitamento
a cui oggi i governi hanno fatto ricorso nel tentativo di non far naufragare
l'economia mondiale?
Non abbiamo forse due orecchie, due occhi e una bocca? Dovremmo allora ascoltare
e guardare il doppio di quello che diciamo. Ma forse questo non accade perché
le due mani che abbiamo ci portano ad appropriarci in fretta e furia allungando
le braccia più in là possibile per espandere e affermare noi stessi. In questo
gli economisti possono dare veramente tanto, indagando i processi
moltiplicativi del valore della conoscenza e analizzando funzione e ruolo
dell'economia della conoscenza. Però, è chiaro, non si lavora se non si hanno
le capacità e le motivazioni e se non si ha fiducia nel sistema in cui si vive.
La strategia di rientro dal debito sarà in tutti i paesi una tragica realtà
perché renderà le disuguaglianze più marcate e devastanti per molti.
Interessanti sono i ragionamenti degli economisti di oggi attorno al problema dell'esistenza
di una domanda effettiva e di una «offerta effettiva», cioè di capacità di
produrre. Fare ciò può servire a stimolare, a far ripartire il processo
produttivo anche se si teme che le imprese stimolate da interventi governativi
possano trovarsi troppo «legate» e meno flessibili, meno favorevoli a cogliere
opportunità di cambiamento e meno creative. Insomma, l'imprenditore vorrebbe
poter scegliere lui il proprio finanziatore e scegliere lui a quali consumatori
proporre i propri prodotti.
http://www.ilmanifesto.it 02/01/2010

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