Un segreto cosmologico nel grattacielo del Neolitico
La Torre di Gerico difendeva la città dal terrore dell’oscurità
Ha 11 mila anni, è considerata il primo grattacielo dell’umanità e si trova
nella città più antica: 8
metri e 25 centimetri di enigmi, elevati in forma
conica. E’ la Torre
di Gerico, costruita quando l’uomo non era ancora diventato agricoltore e non
conosceva la ruota, ma si era già fatto travolgere dalle manie architettoniche.
Da 50 anni, da quando è stata scoperta, gli archeologi si fanno assillare dalle
sue possibili funzioni e dai suoi ipotetici significati. Uno strumento di
difesa? Un’opera ingegneristica per fronteggiare le piene? Un monumento e
basta? Le teorie sono varie e spesso deliziosamente vaghe, come accade quando
mancano appigli concreti. Adesso, però, Ran Barkai e Roy Liran della Tel Aviv
University hanno formulato un’altra idea, che fa discutere. Merito di una serie
di calcoli e delle simulazioni al computer che hanno ricostruito l’area come
doveva essere 110 secoli fa. La struttura - hanno spiegato in un articolo sulla
rivista «Antiquity» - si può decifrare solo se la si collega ai giochi di luce
e di ombre del solstizio d’estate: rappresentava, in poche parole, uno scudo
fisico e simbolico contro l’arrivo delle tenebre.
Al tramonto, al termine del giorno più lungo dell’anno e quando si annunciava
il ritorno nella «fase buia», l’ombra della montagna vicina, il Quruntul,
avrebbe prima colpito la Torre
e soltanto in un secondo tempo si sarebbe allargata sulla città. «Doveva essere
un momento drammatico», scrivono gli autori, sovrapponendo l’emozione del
panorama reale di sabbia e roccia con quello della ricostruzione virtuale.
«Possiamo immaginare che assistere all’avanzata dell’oscurità sul centro abitato
sia stato sconvolgente. Pensiamo, quindi, che la posizione della Torre, sul
bordo occidentale, precisamente nel punto dove l’ombra aveva inizio, non fosse
affatto accidentale». Ed ecco la provocatoria deduzione: «Pensiamo che si
innalzasse come un guardiano contro i pericoli nascosti nel buio, consegnato
dagli ultimi raggi del sole morente».
Il nomadismo era ormai alle spalle e qualunque fuga impossibile. Le angosce di
quel mondo che oggi classifichiamo come neolitico dovevano essere addomesticate
in altro modo. La soluzione - secondo gli autori - fu opporre ai fantasmi della
psiche la solidità della pietra: «Si costruì una protezione permanente e fu
necessario convincere tutta la comunità ad aderire all’impresa». La Torre dev’essere diventata
un emblema di «forza e durata». Di fronte alle minacce della natura la
dimensione metafisica generò perciò «un vero e proprio edificio di potere». Il
primo della storia. Forse.
Dotata di pareti imponenti, la
Torre di Gerico esibì una ripida scalinata interna con pareti
intonacate: una meraviglia di tecnica e stile che richiese l’impiego di un
centinaio di uomini e oltre 100 giorni di lavori. «Non c’era stato nulla di
simile prima e niente di simile ci sarebbe stato per molto tempo a venire»,
osserva con enfasi Barkai. Si trattò di una mobilitazione straordinaria, di
muscoli e cervelli ma, se uno squarcio sul mistero è stato ottenuto, non
altrettanto si può dire delle conoscenze astronomiche necessarie per realizzare
quello stupefacente gioco scenografico di Sole e tenebra. Da dove proveniva un
sapere tanto sofisticato?
Ci dev’essere stato un ulteriore effetto, comunque. Barkai e Liran lo
descrivono così: «Pensiamo che i timori primordiali siano stati sfruttati da
qualche individuo che, riconoscendo le incertezze legate alle prime fasi del
sedentarismo, colse l’opportunità di prendere il controllo di un’intera
popolazione». Migliaia di anni prima delle civiltà delle piramidi e degli
zigurrat la Torre
si eleva così come l’antitesi di quella mitica di Babele: l’incarnazione del
dominio. Appena nato e già cinicamente intimidatorio.
La Stampa TuttoScienze 4.5.11

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